L’insostenibile divario digitale delle aziende italiane

Sette aziende italiane su dieci percepiscono un deficit tecnologico

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28 Giugno Giu 2014 1315 28 giugno 2014 28 Giugno 2014 - 13:15
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Messe Frankfurt

Siamo alla vigilia di una settimana cruciale per il destino politico del nostro Paese, quella che porterà l’Italia ad assumere la guida della presidenza dell’Unione Europea. Sul piatto sono molti i temi delicati da affrontare e tra questi c’è sicuramente quello dell’agenda digitale. Proprio ieri, 27 giugno, l’argomento è stato sollevato a Montecitorio da un’interrogazione parlamentare del Movimento cinque stelle, che tramite Mariella Liuzzi, membro della Commissione trasporti e capogruppo alla Camera del partito pentastellato, ha esposto alcune perplessità in merito alla strategia di attuazione di quella che può essere definita la “digitalizzazione” del Paese. A preoccupare è soprattutto la gestione dell’Agenzia Italiana per il Digitale (Agid), che a due anni dalla sua creazione si è rivelata essere un ente inefficiente, come tra l’altro dimostrato da un documento pubblicato lo scorso 5 marzo dalla Camera dei Deputati.

Preoccupano pure i dati che il 28 maggio scorso la Commissione europea ha reso noti, riguardo l’attuazione dell’Agenda digitale nei vari Paesi. Mettendo a fuoco i numeri relativi alla situazione italiana, viene fuori un quadro di sostanziale arretratezza, sia in materia di utilizzo degli strumenti digitali, che di accesso alla Rete in generale. Dai numeri emerge che solo il 21% delle abitazioni italiane è raggiunto da una rete di accesso veloce a Internet, a fronte di una media europea del 62%, dato che influenza non poco l’accesso alla Rete da parte degli utenti. L’Italia in questo senso si segnala agli ultimi posti in ambito europeo, con addirittura il 34% della popolazione che non ha mai avuto accesso ad Internet; il 56% accede almeno una volta a settimana, mentre solo il 51 per cento accede quotidianamente. Non meno allarmanti i dati sulle competenze, dove la Commissione ha rilevato che ben il 60% degli italiani mostra competenze digitali estremamente ridotte. E lo scenario diventa drammatico quando si vanno ad analizzare i dati relativi all’utilizzo, da parte di imprese e cittadini, dei servizi di e-commerce: solamente il 20% della popolazione ha fatto acquisti online nel 2013.

Se a quest’ultimo dato associamo quello degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore Ict effettuati dal nostro Paese (che ammontano a 0,7% del Pil, cifre ben al di sotto della media europea), sembrerà più chiara anche l’analisi che proponiamo, di una ricerca il cui scopo è stato quello di lanciare un campanello d’allarme di non poco conto: il 73% delle aziende italiane ammette di riscontrare un deficit tecnologico. Nella ricerca “Tech deficit”, commissionata da Colt Technology Services (azienda operante nel settore delle ICT), ad aprile 2014 sono stati intervistati oltre cento responsabili dei sistemi informativi italiani. Hanno detto chiaramente che oggi in Italia il problema del divario tecnologico è presente in aziende di ogni dimensione. Molte di esse ritengono inoltre che la loro infrastruttura non sia adeguata ad affrontare le sfide che le future esigenze di business richiederanno.

Per andare più a fondo nella questione abbiamo contattato Massimo Zappi, regional general manager di Colt Italia, al quale è stato chiesto innanzitutto di collocare temporalmente, se possibile, il momento in cui le aziende hanno cominciato ad avvertire il sentore di non poter stare al passo con i cambiamenti della tecnologia. «Non è semplice dare una risposta a questa domanda, visto e considerata la metamorfosi repentina che la tecnologia impone ad ognuno di noi, e quindi anche alle aziende. Tuttavia — continua Zappi — si possono rintracciare due eventi dirompenti, che negli ultimi anni sono stati il termometro del cambiamento, soprattutto sul versante aziendale. Il primo è l’avvento di quello che in molti definiscono “Internet delle cose”: al di là dell’ipotesi di poter o meno gestire gli apparecchi che abbiamo in casa tramite uno smartphone, bisogna convincersi dell’idea che oggi è necessario far fronte a nuovi modelli di business, in cui il cliente è abituato ad operazioni che hanno una risposta immediata, e i ritmi sono sempre più veloci, in particolar modo quello delle transazioni. Le aziende hanno bisogno della tecnologia e di infrastrutture adatte a rispondere a questi ritmi. L’altro fattore riguarda lo sviluppo di sistemi cloud: oggi il successo delle imprese passa soprattutto attraverso l’utilizzo di servizi di questo tipo, attraverso un meccanismo punta verso aziende meno disposte ad acquistare tecnologia in favore di un modello basato sul servizio. Ovviamente non si può non citare il fattore forse più dirompente che è quello della crisi economica».

La parola d’ordine in quest’ottica sembra essere flessibilità, soprattutto per quanto riguarda i modelli commerciali che «non devono essere necessariamente legati al prezzo — sostiene Zappi — ma è necessario presentare un prodotto in relazione alle esigenze del cliente». Viene da chiedersi quindi se le aziende italiane siano in grado di realizzare quest’abito su misura del cliente. A guardare i numeri sembrerebbe proprio di no, dato che gli intervistati ritengono la loro attuale infrastruttura tecnologica non adatta a rilasciare servizi flessibili necessari a far progredire il business. Solo il 23% infatti ritiene la propria infrastruttura adatta a sostenere le future richieste e a supportare i picchi che arriveranno dalla crescita della domanda nei prossimi anni. Il 26% ha dichiarato di non avere alcuna strategia per colmare questo gap, mentre la maggior parte (61%) è preoccupata per gli scenari futuri: senza nessun aggiornamento, hanno detto, l’infrastruttura non sarà in grado di rispondere alle istanze dei clienti nei prossimi anni.

Contrariamente a quanto si possa pensare non si riscontrano, lato azienda, problemi relativi alla competenza o conoscenza dei servizi (ad esempio il cloud) utili a fare il salto di qualità per colmare il gap. Secondo Zappi il problema risiede altrove: «non ho riscontrato grandi problemi di alfabetizzazione, in questo senso i Cio (Chief Information Officer, ndr) che abbiamo intervistato hanno mostrato le dovute competenze. Tuttavia il problema risiede in una mentalità ancora troppo provinciale, le aziende non comprendono a fondo la sfida globale che hanno davanti. L’approccio è ancora troppo di stampo locale: cercare di sopravvivere piuttosto che investire nell’innovazione. E questo è una peculiarità soprattutto italiana».

Va detto che ad avvertire maggiormente questo divario tecnologico sono le grandi aziende, con una percentuale del 53 per cento, che supera anche se di poco il 47% delle Pmi. Entrambe queste realtà comunque «stanno virando verso soluzioni principalmente digitali. Mi riferisco — sottolinea Zappi — alla volontà di realizzare versioni esclusivamente online delle loro attività. Chi riuscirà a insediarsi prima e meglio in questo tipo di mercato otterrà i benefici più grossi, senza dimenticare che per innovare e migliorarsi bisogna innanzitutto fare rete nel senso più letterale e meno tecnologico del termine.

Ignorare ora questo scenario porterebbe a delle conseguenze spiacevoli in termini di profitti, per le aziende. Ecco perché lo studio che abbiamo analizzato fino ad ora ha identificato tre aree chiavi su cui fare leva, per incentivare la digitalizzazione delle imprese e combattere il deficit tecnologico. Innanzitutto “pensare alle infrastrutture”, il che significa per prima cosa un cambiamento di mentalità, che va tradotto in investimenti sulla tecnologia, al fine di garantire risultati migliori. Altro punto è quello della “capacità di gestione delle infrastrutture”, che va alimentato attuando quel concetto di flessibilità commerciale che abbiamo trattato in precedenza. Infine “acquisto di infrastrutture” seguendo la logica di un modello basato sull’acquisto di un servizio (cloud ad esempio) e non sul quello della proprietà dei software.


È su queste basi che secondo noi dovrebbe instaurarsi la ripartenza di un Paese che vuole fare della digitalizzazione il proprio marchio di fabbrica. È su queste basi che bisognerebbe ripartire già dalla prossima settimana, quando l’Italia assumerà la guida della presidenza dell’Unione Europea, cominciando magari con la nomina del nuovo direttore dell’Agenzia italiana per il digitale.

 

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