Perché Renzi sta sbagliando verso in Europa

La flessibilità deve servire per le riforme, altrimenti sarà l’Europa a cambiare verso all’Italia

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4 Luglio Lug 2014 0815 04 luglio 2014 4 Luglio 2014 - 08:15

Se l’Europa si potesse fare un selfie più che assomigliare al vecchio ed annoiato Anchise probabilmente assomiglierebbe ad un giovane e perplesso Bartezzaghi. Difficile decifrare l’enigma di dichiarazioni e azioni tra loro così contradditorie. Come conciliare l’inizio di un semestre storico, che dovrebbe cambiare verso addirittura all’Europa, con l’annullamento della conferenza stampa di Renzi a Strasburgo, dopo il discorso inaugurale del 2 luglio, per partecipare ad una puntata speciale di Porta a Porta? Per non parlare dell’enigma “flessibilità”: mentre il Premier italiano annunciava con soddisfazione, a margine del Consiglio europeo del 28 giugno, il superamento delle resistenze tedesche, in quello stesso Consiglio si approvava una raccomandazione in cui si invita l’Italia ad una manovra correttiva nel 2014 in the light of the emerging gap relative to the Stability and Growth Pact requirements e a raggiungere il pareggio strutturale di bilancio nel 2015, cioè un anno prima rispetto alla deroga richiesta dal ministro Padoan. Da notare che la raccomandazione era stata approvata pochi giorni prima, il 20 giugno, dall’Ecofin, a cui aveva partecipato il Direttore Generale del Tesoro.

Quello che in realtà emerge con chiarezza è che la Germania non sembra disponibile a concedere una flessibilità superiore a quella che è già implicita nella riforma del Patto di Stabilità e Crescita (qui le prese di posizione della Bundesbank). Le metodologie per calcolare il saldo strutturale, cioè il deficit corretto per il ciclo economico, che dal 2005 ha sostituito il deficit nominale come parametro di riferimento per le procedure europee di controllo delle finanze pubbliche, si basano su variabili non osservabili (output gap) e contengono elementi di arbitrarietà sufficienti per consentire importanti margini di flessibilità, (vedasi Boitani-Landi, 2014). A patto ovviamente di essere in grado di dialogare alla pari con i tecnocrati di Bruxelles.

Per avere un’idea dell’arbitrarietà e quindi dei margini di manovra, si pensi alla differenza che potrebbe fare (in positivo) riuscire a provare che la disoccupazione strutturale in Italia è pari all’8% e non al 11% come invece la Commissione ha sostenuto nelle Winter forecasts. Stando alle elaborazioni del Cer (2014), nel primo caso non ci sarebbe alcun bisogno di manovra correttiva nel 2015, anzi avanzerebbero quasi 5 miliardi di euro; nel secondo caso, invece la manovra correttiva nel 2015 dovrebbe ammontare a quasi 15 miliardi di euro.

Una differenza di 20 miliardi può rappresentare per l’economia italiana la differenza tra un altro giro di chiglia o la fine del tunnel. Ma, soprattutto, testimonia come sia sbagliata la strategia attuale del governo italiano di fare affidamento al rapporto tra leader e sottovalutare l’importanza del lavoro degli sherpa. Questo approccio verticistico può funzionare in Italia, dove la classe dirigente, politica ed economica, ha fallito e perso credibilità. Ma in paesi di successo, come la Germania, la tecnocrazia è rispettata ed è illusorio pensare che un leader politico possa scavalcarla.

Così come è illusorio pensare che le opinioni di Manfred Weber (il capogruppo tedesco del Ppe che ha replicato al discorso di Renzi) non contino e basti un accordo verbale con la signora Merkel. Nelle grandi democrazie nordeuropee i “cani da guardia”, per usare l’espressione colorita con cui Renzi ha apostrofato i vari esponenti politici e tecnocrati che nei giorni scorsi hanno criticato la “flessibilità” richiesta dal governo italiano, non vanno aizzati con un uso disinvolto della retorica. In primo luogo, il “chi non ha peccato scagli la prima pietra” non funziona se usato per auto-difesa. In secondo luogo, la Germania ottenne lo sforamento in cambio di riforme strutturali che poi realizzò. Sarebbe un grave errore richiamare quell’episodio per ottenere una deroga utile a finanziare l’anno prossimo una misura come gli 80 euro e magari la sua estensione ad altre categorie di contribuenti. Infine, la Germania non aveva (e non ha) un rapporto debito/Pil delle nostre dimensioni. Una cosa è superare i limiti quando il debito è assolutamente sotto controllo (poco sopra il 60% per la Germania della prima metà degli anni ’00) e tutt’altra storia quando si veleggia su livelli più che doppi rispetto al target.

Ma poi è così irragionevole l’invito della Commissione ad utilizzare il tesoretto che si sta generando con la discesa dei tassi per ridurre il debito invece che aumentare la spesa pubblica? Una riduzione permanente dell’1% nel costo del debito si traduce in 21 miliardi di euro di spazio di manovra in più. Se comunicassimo ai nostri partner l’impressione di volerli impiegare tutti a finanziare spesa corrente, sarebbe difficile per Draghi dimostrare che i tassi bassi servono per far guadagnare tempo per le riforme. I falchi avrebbero buon gioco nel dimostrare che la “financial repression” ha come effetto quello di allentare l’effetto disciplinante dei mercati finanziari sui paesi meno virtuosi.

Di tutto l’Italia ha bisogno, tranne che di un Nord Europa che abbracci convintamente l’approccio “renziano” della rottamazione. E’ meglio quindi che Renzi cambi verso nei confronti della Germania prima che sia l’Europa a far cambiare verso all’Italia. Questa volta per davvero.

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