Milano, la relazione del comitato antimafia che scotta

Piglio polemico su Expo del comitato guidato da Nando dalla Chiesa

Cantiere 8
8 Luglio Lug 2014 1730 08 luglio 2014 8 Luglio 2014 - 17:30

La Quarta relazione del Comitato Antimafia del Comune di Milano, costituito da Luca Beltrami Gadola, Nando dalla Chiesa, Maurizio Grigo, Ombretta Ingrascì e Giuliano Turone, è stata rilasciata e quest’anno è una relazione che scotta. Se nelle prime relazioni del comitato la temperatura si manteneva alta nella conta degli incendi agli esercizi pubblici milanesi, qui invece il materiale scotta per qualche retroscena inedito sulla gestione di Expo 2015 all’interno delle stanze amministrative milanesi.

I rilievi del comitato su Expo e la polemica Sala-Dalla Chiesa

È proprio su questo punto che si apre la relazione del comitato presieduto da Nando dalla Chiesa, che lavora, anche e soprattutto in modo riservato, per riferire poi al sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Non ci sono parole di elogio per la gestione del capitolo Expo 2015. Non si salva nessuno, dalla società Expo alla Regione, passando per qualche velata critica allo stesso Comune e al primo cittadino.

Nella lettura si scopre immediatamente una prima cosa: che la terza relazione semestrale del comitato datata 29 gennaio 2014 «è stata mantenuta riservata in quanto si è ritenuto di trasmetterla alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano per quanto di sue eventuale competenza, stanti alcune anomalie riscontrate sui cantieri della cosiddetta “Piastra Expo”».

La terza relazione semestrale del comitato del 29 gennaio 2014 è stata mantenuta riservata e trasmessa alla Procura di Milano per le anomalie riscontrate sui cantieri della “Piastra Expo”

Il rapporto evidenzia poi la successione temporale di sopralluoghi e controlli ed evidenzia come, di fatto, il meccanismo dei controlli spalmati sulle intere 24 ore della giornata (molti sono stati negli anni 2000 i reati consumati da imprese riconducibili alla ’ndrangheta di notte nell’ambito del trasporto abusivo di terra e di materiale da discarica) e a sorpresa sia stato «sostanzialmente ignorato». Il dato emergeva da una relazione datata 14 dicembre 2012 redatta da Expo 2015 Spa. Da quel documento, si apprende dal report del comitato, tra il primo agosto e il 14 dicembre 2012 vi era stato un unico accesso del Gruppo Interforze riconducibile ad attività di controllo sui cantieri, accesso, continua il report «verificatosi in data 24 ottobre 2012 e circa il quale non veniva fornita nessuna informazione specifica. Più in generale, risultava che nel corso dell’anno 2012 il Gruppo Interforze, ossia quello previsto normativamente come il più efficace strumento di sorveglianza, aveva compiuto sul sito di Expo 2015 tre soli controlli, distribuiti nelle date 23 maggio, 18 luglio e 24 ottobre».


Si arriva così alle segnalazioni del comitato alla Procura di Milano: in seguito a un sopralluogo sui cantieri di via Daimler (di Infrastrutture Lombarde), di via Triboniano, via Cristina Belgioso e sul Cantiere Expo del 2 febbraio 2013 si sono evidenziate «condizioni operative e di “vulnerabilità” [...] piuttosto differenziate, con particolare riferimento al movimento terra». Tanto da indurre il Sindaco «su suggerimento del Comitato, a organizzare un incontro con il Presidente della Regione Lombardia. Nel corso dell’incontro, verificatosi nello studio del Sindaco la prima settimana di dicembre del 2013, il presidente di questo Comitato illustrava le anomalie riscontrate nella gestione dell’area che ricade sotto la giurisdizione di Infrastrutture. Il presidente Maroni» prosegue il report svelando un retroscena importante, soprattutto in ottica delle decisioni prese riguardo lo snellimento delle procedure dei controlli antimafia «si mostrava interessato, dichiarava di voler intervenire e dava appuntamento al prof. dalla Chiesa per il successivo 10 dicembre alle 9.45 in Regione per ricevere informazioni più dettagliate. Sennonché, il giorno 9, rinviava l’incontro per impegni sopravvenuti, dopo di che il presidente di questo Comitato non riceveva più alcuna convocazione o comunicazione».

Insomma, come nota il Comitato nel report, «gli eventi successivi», ovvero l’inchiesta proprio su Infrastrutture Lombarde che si è concretizzata con gli arresti del marzo 2014, «hanno dimostrato che l’allarme partito dal Comitato non era infondato. Il caso Infrastrutture Lombarde finito all’attenzione della magistratura milanese appare esemplare per i meccanismi messi in atto durante tutto il procedimento amministrativo che ha portato alla scelta del contraente».


Il capitolo Expo non è finito, e la prima parte della relazione del comitato presieduto da Dalla Chiesa si chiude con un’altra frecciata a tutta la filiera “politica” che sta dietro all’organizzazione di Expo. Precedentemente lo stesso comitato, fanno notare i componenti, aveva puntato all’istituzione di una figura in grado di vigilare su tutti i livelli di sicurezza dell’opera «sia quelli di legalità nella delicata fase dei lavori sia dopo, nella fase della realizzazione dell’evento, di fronte alle molte esigenze generate dalla presenza di paesi stranieri portatori od oggetto di tensioni politiche, con i conseguenti, rilevanti risvolti di ordine pubblico». La proposta di Pisapia all’amministratore delegato di Expo Giuseppe Sala fu quella di istituire quella figura e affidarla al generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri Carlo Gualdi, già comandante a Milano della Divisione Pastrengo. Dopo tre incontri nulla di fatto: per Sala quella figura non era necessaria.

L’episodio si chiude nella relazione con sei righe che hanno poi scatenato anche la risposta dello stesso Sala in commissione Expo. «Il Comitato» si legge nella relazione «si astiene dall’avanzare ipotesi circa le ragioni che portarono nella primavera del 2013 a rinunciare alla figura, progettata dal Sindaco, di un manager della sicurezza e della legalità sull’area Expo. Ritiene però di dovere ricordare questi passaggi in considerazione di quanto emerso successivamente proprio sul piano dei controlli di legalità, delle iniziative assunte di recente dalla magistratura rispetto ai lavori Expo, e anche dei fatti che hanno portato lo stesso Comitato a trasformare la sua terza Relazione semestrale in esposto alla Procura della Repubblica di Milano».

Sala: «Riconosco l’autorità morale di Dalla Chiesa, ma mi si spieghi perché è Dalla Chiesa a indicare la figura di un controllore e Gualdi per me non era la persona adatta, volevo qualcuno di più operativo»

La risposta di Sala non si è fatta attendere: «Se Dalla Chiesa vuole fare polemica la faccia, ma io gli avevo dato una risposta chiara: non ritenevo il generale Gualdi la persona adatta per quel ruolo». ha dichiarato in commissione Expo a palazzo Marino a inizio giugno. «Di segnalazioni come quella di Gualdi ne ho ricevute tante, non è Dalla Chiesa l’unico legittimato a proporre nomi, e la mia risposta è stata: sarà il ministero dell’Interno, quando sarà necessario, a indicarlo». «Riconosco l’autorità morale di Dalla Chiesa, ma mi si spieghi perché è Dalla Chiesa a indicare la figura di un controllore e Gualdi per me non era la persona adatta, volevo qualcuno di più operativo».

I clan pensano a Expo: non solo padiglioni e movimento terra

La seconda parte della relazione analizza invece gli aspetti più criminologici degli interessi che orbitano su Expo, in particolare sulla differenziazione degli affari e degli appetiti dei clan sull esposizione universale. Perché, come da anni, non è più solo il settore edile e del movimento terra a far lavorare imprese in odor di mafia, ma anche il settore strettamente immobiliare e quello dei servizi.

Foto Grafico Transcrime

Un allarme forte è quello che emerge in relazione ad alberghi, bed&breakfast e case in affitto in vista dell’evento nel 2015. Sotto osservazione vanno case vacanza e bed&breakfast: «Viene segnalata» scrivono i “saggi” del comitato «una pressione elevata, fondata su un forte impegno economico, da parte di gruppi campani (in particolare del salernitano) sul settore alberghiero e di gruppi calabresi sulla fascia degli alberghi a due-tre stelle e sul settore in espansione dei bed & breakfast». In particolare è «in corso una strategia mirata a utilizzare fraudolentemente lo strumento della casa-vacanza». Stando alla legge regionale lombarda i titolari di bed & breakfast non hanno l’obbligo di emettere ricevuta fiscale: «Così» si legge «tanto il movimento di denaro quanto il movimento di persone finiscono per sfuggire a una rilevazione ufficiale». Per il comitato antimafia «gruppi calabresi stanno acquisendo case da affittare a rotazione esattamente come camere d’albergo, svolgendo un’attività di contrattazione e di gestione occulta su un parco appartamenti di dimensioni crescenti, attività centralizzata, se è vero che anche decine di appartamenti appartengono a una stessa persona». Il trucco è semplice ma non sempre facile da scoprire, cioè subentrare «come subaffittuari senza chiedere il cambio di destinazione d’uso».

«Pressione elevata, fondata su un forte impegno economico, da parte di gruppi campani (in particolare del salernitano) sul settore alberghiero e di gruppi calabresi sulla fascia degli alberghi a due-tre stelle e sul settore in espansione dei bed & breakfast»

«il fenomeno» puntualizza il comitato «è diffuso in centro e vicino alle stazioni della metropolitana, si concentrerebbe però talora in alcune aree specifiche, tra cui viene indicata quella di piazza XXIV Maggio». Stando al materiale raccolto dal comitato durante le audizioni degli investigatori, dietro a questo interesse ci sarebbero famiglie «note per la loro provenienza da ambienti ‘ndranghetisti» anche dietro alla costruzione di nuove strutture alberghiere. Un settore che ha visto le indagini coinvolgere in questi anni il clan Morabito di Africo, radicato a Milano da decenni.

Associazioni culturali, prostituzione e feste di via: le mafie nel terziario “ricreativo” a Milano

Il comitato in chiusura pone l’accento su due aspetti legati a Expo, ma non solo: il primo riguarda la tendenza che vede gli investigatori arrivare ad effettuare controlli sulle associazioni culturali, talvolta Onlus, che in realtà fungono da copertura per luoghi di esercizio della prostituzione, il secondo invece l’organizzazione delle feste di via, organizzate in questi anni per la maggiore da due, massimo tre operatori, il che fa pensare che la presenza di un “padrone” del territorio in grado di fissare a suo arbitrio tariffe e condizioni di partecipazione.

Sul versante delle associazioni culturali, nota il comitato, «si registra dunque la beffa di associazioni “culturali” che beneficiano di sgravi fiscali e al cui interno si svolgono attività illegali». Sull’organizzazione delle feste di via si scrive: «Queste rappresentano in teoria una ricchezza della vita commerciale cittadina, e possono contribuire anche a un positivo innalzamento della socialità nei quartieri e nelle strade in cui si svolgono. In realtà esse appaiono e vengono descritte da molti osservatori, compresi diversi consiglieri di zona, come luogo di aggregazione e certificazione di interessi e comportamenti illegali, al di là della volontà di molti operatori, che ne restano anzi vittime».

«La beffa di associazioni “culturali” che beneficiano di sgravi fiscali e al cui interno si svolgono attività illegali»

«Non appare casuale» conclude il report «che in questa logica di arbitrio in una festa di via sia ultimamente comparso e abbia imposto la sua presenza (per attività marginali ma in realtà di controllo del perimetro della festa) un esponente di una nota famiglia di Buccinasco. Recentemente assessorato al Commercio e Consiglio comunale, anche per impulso del presidente della Commissione consiliare antimafia David Gentili, sono intervenuti per apportare modifiche alla normativa in materia. Alcuni presidenti dei consigli di zona hanno inoltre elaborato proposte di riorganizzazione o di nuova concezione di questo tipo di manifestazioni».

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