2014, vendesi Italia

Da Blackrock a Etihad: chi sono e cosa vogliono i nuovi padroni del capitalismo italiano

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11 Luglio Lug 2014 0800 11 luglio 2014 11 Luglio 2014 - 08:00
Messe Frankfurt

Blackrock, Etihad, Norges Bank, People’s Bank of China, Rosneft. Alzi la mano chi, fino a un paio di anni fa, sapeva dare un volto (metaforicamente parlando, s’intende) a questi nomi. Oggi queste realtà sono l’avanguardia del capitale straniero che sta facendo shopping in Italia. Agognati o temuti che siano, certo è che gli investimenti esteri in Italia, nell’ultimo anno e mezzo hanno ricominciato a crescere, e parecchio. I numeri raccolti nel database Zephyr di Bureau Van Dijk, che raccoglie e cataloga in tempo reale tutte le informazioni sulle operazioni di fusione e acquisizione del mondo, rendono immediatamente chiaro il quadro: fino allo scorso anno le cosiddette operazioni «cross border» estero su Italia languivano e non poco. Troppo, evidentemente, il rischio di investire in un Paese in crisi come l’Italia. O forse, peggio, non ancora abbastanza in crisi per rastrellare quel che poteva rimanere a prezzo di saldo, dopo lo tsunami. Tuttavia, se proiettiamo su tutto l’anno i dati dei primi sei mesi del 2014 ci troviamo di fronte a 434 operazioni, per un controvalore di 31 miliardi di euro. Cifre che segnano una crescita continua rispetto al 2012 (340 operazioni, per 25,7 miliardi) e al 2013 (352 per 28,7). I numeri tuttavia, non bastano per capire cosa stia succedendo. Per questo, abbiamo provato a farci delle domande e a darci – o almeno a provare a darci – qualche risposta.

Da dove proviene chi investe nelle imprese italiane?

Il 2014, finora, è l’anno degli investimenti a stelle e strisce, con 52 operazioni e un controvalore di quasi 6 miliardi di euro. Merito (o colpa) di Blackrock, il colosso di Larry Fink da 4 trilioni di dollari di capitale (quanto la Federal Reserve, tanto per dare le proporzioni della cosa) che gestisce i fondi dei pensionati americani e che, per non fare torti a nessuno, si è presa il 5% circa sia di Intesa San Paolo, sia di UniCredit, per un esborso complessivo di circa 3 miliardi e mezzo di euro. A seguire, la Cina – o meglio, la sua banca centrale - che di operazioni ne ha fatte solo cinque, ma pesanti, con 2,4 miliardi di controvalore complessivo. Ciliegine sulla torta, l’acquisto del 2% di Eni ed Enel (1,3 miliardi e 804 milioni di euro, rispettivamente) e l’acquisizione di Ferretti Spa da parte della Shandong Heavy Industries, che per il 75% dell’eccellenza nautica di Cattolica ha sborsato 178 milioni di euro. Al terzo posto, gli svizzeri, con 36 operazioni da 1,8 miliardi di euro complessivi, tra cui spiccano il consolidamento della presenza in Eni e nelle Generali.  Al quinto posto la Norvegia, o meglio Norges Bank, la superbanca di Stato che investe i proventi del petrolio dello Stato scandinavo e che da sola detiene circa l’1% di tutto il mercato azionario mondiale (e buona parte di quello italiano) e che ha concentrato la sua attenzione su Fiat e su Telecom Italia, con una partecipazione che in entrambi i casi si attesta attorno al 2 per cento. Manca la Russia, in questa classifica, ma solamente perché l’acquisto del 50% di Camfin (che a sua volta detiene il 26% di Pirelli) da parte dei petro-russi di Roseneft Oil Company è stato perfezionato a luglio.

In che settori hanno investito, questi colossi?

Finora, con 72 operazione dal valore complessivo di quasi 10 miliardi di euro, il settore del credito risulta essere in cima agli interessi degli investitori stranieri. Non solo Intesa San Paolo e UniCredit, tuttavia. In questa prima metà dell’anno sono passati in mani straniere il 33% di Banca Popolare di Milano, il 56% del Credito Valtellinese, il 12% del Monte dei Paschi di Siena, il 66% della Banca del Mezzogiorno–Mediocredito Centrale, il 7% della Banca Monte Parma. Seguono il settore delle macchine per la produzione, nella quale si rileva in particolare la vendita del 5% di Sapiem, azienda del gruppo Eni che si occupa di tecnologie e infrastrutture estrattive, al fondo d’investimenti americano Dodge & Cox. Quindi,il settore primario (sia agricolo che estrattivo) e quello dell’energia, con le già citate operazioni su Eni ed Enel. Relativamente al made in Italy, le operazioni più significative in valore sono avvenute nei settori dell’alimentare (nove, per un controvalore di circa 390 milioni di euro), mentre se si guarda alla numerosità, si registrano 15 fusioni o acquisizioni nel settore tessile.

Come mai tutto questo interesse a investire in Italia?

Capire quali logiche stiano dietro agli investimenti esteri non è semplice. Storia vuole, ad esempio, che gli investitori americani siano interessati principalmente ai flussi di cassa e a monetizzare nel breve termine i loro investimenti. Oggi, tuttavia, la strategia di un attore come Blackrock pare sia quella di un soggetto interessato più al lungo che al breve periodo e a scappare dagli instabili mercati emergenti centro e sud americani: l’investimento sulle due principali banche italiane, del resto, è perfettamente coerente con questa strategia. Lo stesso si può dire di Norges Bank, investitore di lungo termine per antonomasia, che ha puntato su Fiat e Telecom. I cinesi, invece, puntano sull’energia e lo fanno in un modo piuttosto irrituale. Come ha ben raccontato Alberto Forchielli di Mandarin Capital a Marco Cobianchi di Panorama, «di solito la banca centrale di Pechino resta sotto la quota che le impone di comunicare alle autorità di controllo la quantità di azioni acquistate». Scrive ancora Cobianchi che tale ingresso andrebbe letto come un segnale d’attenzione per le prossima privatizzazione delle due ultime grandi aziende statali rimaste. C’è poco di arabo  nelle acquisizioni di questo inizio anno, non a caso poco caratterizzato dallo shopping del made in Italy che era invece stato il piatto forte degli scorsi anni. Matrimonio Alitalia-Etihad a parte, ovviamente, che rientra nella logica di un player che vuole entrare in Europa e che ha trovato l’occasione – una compagnia moribonda – per farlo. Non a caso, si parla di un ingresso degli arabi anche nell’aeroporto di Fiumicino.

Tutte queste sono buone o cattive notizie per l’Italia?

Dipende dai casi, ma alcuni punti fermi si possono mettere. Uno su tutti: difficilmente, questi investimenti produrranno nuova occupazione. Nessuno di essi, tanto per essere chiari, è un investimento cosiddetto «green field» (vengo in Italia ad aprire uno stabilimento o ne riapro uno che era chiuso). Al contrario, e il caso Alitalia-Etihad lo dimostra, dietro ai salvataggi dei «cavalieri bianchi» ci sono spesso tagli della forza lavoro occupata. Anche la scalata di grandi player internazionali dentro quel poco che rimane della grande industria italiana (Eni, Enel, Saipem, Pirelli) potrebbe non essere una grande notizia e il caso delle acciaierie di Piombino con Severstal e di quelle di Terni con la Thyssen-Krupp sono lì a dimostrarlo. Tuttavia, è anche vero che i disastri maggiori della prima ondata di privatizzazioni, quella degli anni ’90, sono stati combinati da quelli che allora erano i grandi industriali italiani, non certo da quelli stranieri. Nel contempo, è molto difficile che Blackrock combini gli stessi disastri che hanno combinato le fondazioni nelle banche, come insegna il caso Mps. Allo stesso modo, l’esperienza insegna che di fronte all’ingresso di capitali stranieri nei marchi del made in Italy sarebbe buona cosa sospendere il giudizio: basti vedere come i tanto temuti e vituperati cinesi hanno rilanciato la Benelli e come stanno operando con la Ferretti. Quel che è certo, infine, è che perdiamo sovranità e autonomia economica in ogni campo, dalla finanza, all’energia, dalle infrastrutture ai vettori per la mobilità, dalla grande alla piccola e media impresa. Destino obbigliato, nella globalizzazione, se non sei una grande potenza. E noi, ahimè, non lo siamo.

Nella tabella: le prime 30 operazioni di M&A estero su Italia per valore nel I sememestre 2014 (per ingrandire la tabella clicca qui)

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I dati sono stati gentilmente offerti ed estratti dal database Zephir di Bureau Van Djik 

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