Da Keplero a Elon Musk, la pazza idea dell’uomo di traslocare dalla Terra

Scrittori, scienziati, politici, imprenditori, architetti: tutti hanno sognato di abitare sulla Luna, prima o poi. Ma il primo fu un prete

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20 Luglio Lug 2014 0830 20 luglio 2014 20 Luglio 2014 - 08:30
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«Se la nostra Terra non è che uno dei pianeti (…) perché un altro pianeta non può essere una Terra?» (John Wilkins, The Discovery of a World in the Moone, 1638)

 

Sembra quasi impossibile crederlo, ma il primo a mettere nero su bianco l’idea di abbandonare la Terra per colonizzare la Luna fu un prete. Si chiamava John Wilkins, era il vescovo anglicano di Chester e scrisse un trattato chiamato – traduco – La scoperta di un mondo sulla Luna. Non era un prete qualunque, intendiamoci: tra i fondatori dell’Invisible College e della Royal Society, grande ammiratore di Galileo Galilei – «il nuovo ambasciatore di Dio», arriva a definirlo – e dello scienziato tedesco Johannes Kepler, da noi più noto come Keplero.

Fu proprio Kepler, peraltro, il primo ispiratore di Wilkins. Astronomo, matematico e musicista Keplero nel 1608 scrisse pure un romanzo in latino intitolato Somnium in cui il protagonista, dopo che un demone gli ha aperto un varco dimensionale, riesce a giungere su un’isola, Levania, che è in realtà la Luna. In quelle pagine, Kepler descrive la Terra vista dalla Luna con un’immaginazione che definire soprannaturale è riduttivo - stiamo parlando di un tizio che nasce quando la Germania si chiamava ancora Sacro Romano Impero, nel caso ve lo foste dimenticati.

L’altro ispiratore di Wilkins fu invece Francis Godwin, anch’egli uomo di chiesa, il quale scrisse nel 1610 un romanzo intitolato The Man in the Moone. La trama merita due righe: il protagonista - che è poi anche lo pseudonimo con cui si firma l’autore – si chiama Domingo Goncales ed è uno spagnolo costretto a scappare nell’indie orientali dopo aver ucciso un uomo in un duello. Nel viaggio di ritorno verso casa, si ammala ed è costretto a fermarsi nell’isola di Sant’Elena, abitata da cigni selvatici in grado, volando, di sollevare pesi enormi. Con quei cigni, il buon Domingo costruisce una macchina volante che lo porta, dopo diverse vicissitudini, sulla Luna, la quale scoprirà essere abitata dai Lunari, esseri giganti e rigidamente cristiani.

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Quando ancora non c'erano i razzi: Domingo Gonsales e la sua astronave a cigni

Dopo Wilkins ci sono due secoli di sostanziale vuoto. Poi c’è Jules Verne. Che, nel 1864, scrive un romanzo che si intitola Dalla Terra alla Luna e racconta il rovinoso tentativo di due americani dal grilletto facile e di un poeta francese di raggiungere la Luna su un razzo-proiettile. Più fortunati, invece, sono invece Mr. Bedford, uomo d’affari in disgrazia e lo stralunato scienziato Dott. Cavor, i due protagonisti del romanzo di H.G Wells I primi uomini sulla Luna (1901), che sulla superficie del satellite ci arrivano eccome, scoprendolo abitato dai seleniti, che abitano sotto la superficie e sono comandati da un gigantesco cervello. L’anno dopo, dal libro di Wells il regista francese Georges Méliès trarrà un film, lo storico «Viaggio sulla Luna» in cui il razzo di Cavor e Bedford s’incastra nell’occhio del satellite. 

Se avete solo dodici minuti a disposizione, datemi retta: smettete di leggere l'articolo e guardate il film

La fantascienza comincia a diventare scienza in Germania, a cavallo tra i due conflitti mondiali. È il 1929 e Fritz Lang, nel girare Una donna nella Luna, l’ultimo film muto della sua carriera, un drammone sentimentale ambientato sul suolo lunare, si avvale della collaborazione di Hermann Oberth e Willy Ley, due astrofisici esperti di razzi e voli nello spazio. Entrambi, da un paio di anni, sono membri di un club che si chiama Verein für Raumschiffahrt, la società dei viaggi spaziali, di cui Ley è pure fondatore. Tra i membri, c’è anche un certo Wernher Von Braun, giovane e ambizioso ingegnere aerospaziale affascinato da Jules Verne, così come da Oberth e dai suoi studi. Leggenda vuole che nel 1930 Von Braun, a margine di una conferenza, abbia detto ad Auguste Piccard - uno che è arrivato nella stratosfera dentro una capsula pressurizzata attaccata a un pallone aerostatico - che un giorno sarebbe andato sulla Luna.

Auguste Piccard

Auguste Piccard e la sua astronave ante-litteram

Una profezia non del tutto sballata, a posteriori. Nel frattempo, tuttavia, Von Braun, si occupa di cose ben più terrene e tragiche. Nel 1933 Hitler prende il potere e i razzi entrano immediatamente nell’agenda delle priorità del rinascimento bellico nazista. Nemmeno un anno dopo Von Braun diventa il direttore tecnico della base di Peenemünde e lavora a un’arma micidiale: un missile balistico denominato dapprima A4 e poi V2, che viaggia più veloce del suono, a duemila chilometri l’ora, e scarica sull’obiettivo una tonnellata di esplosivo. La Germania nazista perde la guerra, ma il V2 non muore insieme a Hitler e a Goebbles. Americani e russi, assetati di vendetta, ma non certo stupidi, si accaparrano centinaia di razzi ciascuna, unitamente ai loro progetti e ai loro autori.  In America, mentre diventa una celebrità dei viaggi nello spazio, anche grazie a un fortunato docufilm del 1959 della Disney, Man in space, che lo vede anche recitare come attore, Von Braun trova altri scienziati tedeschi. Maestri come Willy Ley, che dalla Germania nazista erano scappati a gambe levate. E giovani ingegneri come Hans-Hermann Koelle, cui l’esercito americano aveva affidato il progetto Horizon, con l’obiettivo di stabilire un forte militare lunare a stelle e strisce entro il 1967. Progetto un po’ naif, a dire il vero, visto che prevedeva l’invio di due «astronauti soldati» , eroici pionieri del nuovo mondo, che avrebbero costruito un primo avamposto grazie all’invio di materiali – e successivi uomini – via cargo interstellari. Se vi vengono in mente Fascisti su Marte e il Gerarca Barbagli siete ampiamente giustificati.

Sembra impossibile che questo tizio fosse un ufficiale delle Ss, vero?

Mentre gli americani sognano di eroici pionieri lunari, i russi si danno da fare. Nel 1957 mettono in orbita lo Sputnik I, il primo satellite artificiale e nel 1959 spediscono tre razzi verso la superficie lunare. Il primo, Luna 1, la manca. Il secondo, Luna 2, la prende in pieno ed è il primo oggetto terrestre a toccare la superficie lunare. Il terzo, Luna 3, invia sulla terra delle radio-fotografie del «far side», la faccia oscura. I successi sovietici svegliano dal sogno la potenza a stelle e strisce. Nel 1958 nasce la Nasa e viene messo in orbita Explorer I. La data chiave, tuttavia, è quella del 25 maggio del 1961, quando in un profetico discorso al Congresso - oggi definito per antonomasia The Moon Speech - il Presidente Kennedy si dice convinto «che questa nazione debba impegnarsi a raggiungere l’obiettivo di portare un uomo sulla Luna e di farlo tornare indietro sano e salvo, prima della fine del decennio». Prende il via ufficialmente il progetto Apollo. Il resto è Storia e rivedere il giant leap di Neil Armstrong mette sempre i brividi.

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Lo scienziato-astronauta Harrison Schmitt, l'ultimo uomo ad aver messo piede sulla Luna

Il sogno di Apollo inizia il 20 Luglio del 1969 con la camminata lunare di Armstrong e Aldrin e finisce solo quattro anni dopo, il 17 dicembre del 1972 con spedizione Apollo 17. L’aver raggiunto un obiettivo non alla portata dei sovietici e i costi fuori controllo – nel 1966 venne destinato alla Nasa il 5,5% del budget federale, per dire – convincono l’amministrazione americana a cancellare le seguenti missioni lunari. La colonizzazione lunare resiste per qualche anno nella fantascienza – la serie televisiva italo britannica Spazio:1999  ne è un esempio – ma è ben presto sostituita da epopee intergalattiche come Star Trek, Star Wars e Alien. Nell’immaginario collettivo dei decenni successivi l'informatica sostituisce l’ingegneria aerospaziale, l'individuo e non più l'universo diventa la terra di conquista della tecnologia e le distopie cyberpunk mandano in soffitta la fantascienza classica, che diventa roba da reazionari. Quello che nel 1961 era il sogno di progressisti come Kennedy, nel 1989 e nel 2004 viene rilanciato da Bush padre e flglio e sonoramente rispedito al mittente da Clinton e Obama. Per non parlare di Newt Gingrich, candidato alle primarie repubblicane del 2012, che propone di creare una colonia americana lunare entro il 2020.

L’idea di traslocare dalla Terra, tuttavia, è un fiume carsico che riemerge e scompare, ma non muore mai. Certo, per Francis Fukuyama la storia è finita nel ventesimo secolo, ma non tutti la pensano così. Non i cinesi che vorrebbero portare un loro connazionale sulla Luna entro il 2022, magari in collaborazione con i russi, che stanno ricominciando a mettere un po’ di soldi nella Roscosmos, la loro agenzia spaziale. Non indiani e giapponesi, che hanno entrambi progetti per insediare basi permanenti – ancorché governate interamente da robot  entro il 2030. Non per le decine di scienziati che ancora oggi si scervellano per decidere quale sarebbe il posto migliore dove insediare una colonia umana: se ai poli – e in particolare sul “Picco della luce eterna” - dove l’esposizione costante al Sole permetterebbe di accumulare l’energia necessaria a far funzionare la colonia e, soprattutto, dove nel 2009 la Nasa ha scoperto la presenza di acqua; o nelle regioni equatoriali, ricche di Elio-3, materiale molto raro sulla Terra e molto ricercato per le fusioni nucleari; o ancora, nei tubi di lava, canaloni da trecento metri di diametro formati da antichi flussi di lava basaltica e ora rifugi perfetti dalle meteoriti e dalla rigida temperatura lunare, la cui escursione termica va dai 123 °C diurni ai -155 °C notturni. Non per le centinaia di scienziati e designer che hanno partecipato al concorso Moon Capital 2010 promosso da Shift Boston, presentando progetti per centrali elettriche solari lunari, parchi lunari, cucine lunari, parchi lunari, persino uno stadio per le Olimpiadi Lunari.

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Se pensate sia senza senso, ricordate che hanno assegnato i mondiali del 2022 al Qatar

Non, infine, per gente come l’imprenditore sudafricano Elon Musk, uno che può permettersi di affermare che «l’idea di restarmene confinato sulla Terra per tutta la vita è terribile» senza necessariamente apparire un folle. Co-fondatore di Paypal nel 2002, a trentun’anni e oggi a capo, tra le altre cose, di SpaceX, azienda che costruisce shuttle e lanciatori spaziali parzialmente riutilizzabili. Non un particolare da poco: riutilizzare, nell’aerospazio, vuol dire far scendere i costi di milioni di dollari. Oggi SpaceX è un’azienda con 500 dipendenti, l’unica azienda privata ad aver vinto una commessa della Nasa per rifornire la Iss (la Stazione Spaziale Internazionale).

Domani, potrebbe essere qualcosa di molto di più, perlomeno nelle intenzioni di Musk: «Ci sono stati solo circa una mezza dozzina di eventi veramente importanti nei quattro miliardi di anni di storia della vita sulla Terra – ha affermato in un'intervista a Esquire nel 2008 - vita monocellulare, vita pluricellulare, differenziazione in piante e animali, spostamento degli animali dall'acqua alla terraferma, e l'avvento dei mammiferi e della coscienza. Il prossimo grande momento sarà quando la vita diventerà multi-planetaria, un'avventura senza precedenti che aumenterà drammaticamente la ricchezza e la diversità della nostra coscienza collettiva». Parla di Marte, Musk, e più precisamente di una colonia di ottantamila esseri umani sul pianeta rosso non appena il suo Falcon Heavy – top di gamma dei razzi della SpaceX – abbatterà il muro dei 1000 Dollari di costo per libbra di carico. E la Luna? «Non ho nessun problema con la Luna – ha raccontato Musk a Forbes – Per me andarci è ok, ma quel film l’ho già visto e i remake non sono mai come l’originale. Per me la Luna dovrebbe essere una base per esplorare le stelle, non qualcosa da cui fare ritorno». Alla Luna come un punto di partenza, in effetti, ancora non ci aveva pensato nessuno: la Storia, insomma, può continuare.

Potevamo lasciarvi senza una colonna sonora a tema?

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