Ice Bucket Challenge: perché tutti fanno docce fredde?

Un’iniziativa benefica per combattere la Sla è diventata un fenomeno globale. Ma ci sono critiche

Ice Bucket
22 Agosto Ago 2014 1530 22 agosto 2014 22 Agosto 2014 - 15:30
Tendenze Online

Aggiornamento: il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha compiuto il suo dovere: si è rovesciato un secchio d’acqua addosso per partecipare all’iniziativa. Ha ricordato Stefano Borgonovo, che ha insegnato che la battaglia contro la Sla è un atto di "dignità". Dopodiché ha sfidato, a sua volta, Roberto Baggio e tutti i direttori dei giornali

[Dopo aver accettato la sfida di Jovanotti e Fiorello, il presidente del Consiglio Matteo Renzi parteciperà alla Ice Bucket Challenge, cioè si rovescerà in testa una secchiata di acqua ghiacciata per fare beneficenza e aiutare la ricerca contro la Sla].
In occasione dell’evento, vogliamo soltanto mettere in lista alcune cose da sapere su questa Ice Bucket Challenge, per capire meglio che cos’è, come funziona e che cosa implica. E soprattutto, perché la stanno facendo tutti.

 

Cosa significa
Ice Bucket Challenge è, in italiano, “la sfida della secchiata di ghiaccio”, ed è il fulcro dell’intera iniziativa. Chi vuole, può rovesciarsela (o farsela rovesciare) addosso, fare una donazione alla Als Association – una organizzazione non profit americana che raccoglie fondi per finanziare la ricerca contro la Sla e che promuove campagne di sensibilizzazione sulla malattia – e infine lanciare una sfida. Chi subisce il gavettone nomina altre tre persone, che avranno 24 ore di tempo per raccogliere il guanto, fare la donazione e ripetere l’intera operazione. Il tutto viene filmato e postato su Internet. Inutile dire che in poco tempo è diventata virale. Tanto che, secondo Mashable, è il corrispettivo, per l’estate 2014, dell’Harlem Shake.

 

Non è nata contro la Sla
Non tutti sanno che, in realtà, la Ice Bucket Challenge non è sempre stata collegata alla ricerca sulla Sla. Le sue origini sono poco chiare ed è difficile tracciare una mappatura, ma si possono individuare alcune iniziative simili. Nel luglio 2014 in Nuova Zelanda circola sui soci la proposta di docciarsi con acqua fredda e poi di fare una donazione a un’organizzazione benefica. Negli Usa, grazie alla National Fallen Firefighters Foundation, aveva preso piede a inizio anno la “Cold Water Challenge”, che nasceva come una variante dei tuffi fatti per beneficenza. Quando, il 20 maggio 2014, viene diffuso un video su Youtube in cui i pompieri si bagnano con le pompe in dotazione, la cosa raggiunge gli onori della cronaca, anche perché i malcapitati vengono puniti per aver utilizzato l’equipaggiamento senza permesso.

 

Gira su Internet, ma è la tv che la rende famosa
Il 30 giugno è il giorno della svolta: alcuni personaggi del programma Morning Drive raccontano il fenomeno e lo mettono in scena, il gioco rimbalza di programma in programma fino ad arrivare, il 15 luglio 2014, al Today Show, uno dei programmi più seguiti negli States, e viene eseguita dall’anchorman Matt Lauer. Lo stesso giorno, e in parallelo, anche il golfista Chris Kennedy avrebbe partecipato all’iniziativa, sfidando la cugina Jeannette Senerchia, il cui marito è malato di Sla.

 

La versione di Pete Frates
Secondo un’altra versione, l’ispiratore sarebbe stato Pete Frates, giovane atleta ed ex capitano della squadra di baseball del Boston College, colpito dalla Sla. A metà luglio, sull’esempio di alcuni rituali da spogliatoio, avrebbe cominciato a lanciare la sfida via Twitter, che sarebbe decollata grazie alla rete, secondo quanto dice il direttore esecutivo della Als del Massachussetts, Lynn Aaronson.

A metà agosto l’amico di Pete Frates, Corey Griffin, muore affogato, in seguito a un un incidente stradale. Era uno dei più attivi promotori dell’Ice Bucket Challenge.

 

Chi l’ha fatto
Tantissimi. La sfida passa da Mark Zuckerberg a Bill Gates, raggiunge Jeff Bezos e una pletora di attori e sportivi. Anche Barack Obama è stato sfidato, ma ha preferito evitare l’acqua ghiacciata e limitarsi a una donazione di 100 dollari. Invece George W. Bush, il suo predecessore alla Casa Bianca, ha seguito tutta la procedura e ha sfidato “l’amico” Bill Clinton. Per farsi un’idea, c’è una lista su Wikipedia. Sappiate solo che Vin Diesel ha sfidato Putin.

Se non l’avete fatto, lo farete presto
Secondo quanto dicono le statistiche, presto toccherà anche a voi. Wired si è preso la briga di calcolare che, seguendo una linea di diffusione esponenziale, nel giro di 35 giorni tutti gli abitanti della Terra avranno fatto la Ice Bucket Challenge. Certo, vanno calcolati ostacoli, ripetizioni, difficoltà tecniche. Ma la matematica non tiene conto di queste cose.

 

Funziona?
A guardare i numeri, la campagna si sta dimostrando un successo: dal 29 luglio la Als avrebbe ricevuto donazioni per un totale di 23 milioni di dollari. Undici volte la cifra che aveva accumulato, nello stesso periodo, l’anno precedente (due milioni di dollari). Altre associazioni benefiche seguono l’esempio con interesse.

 

Tutti ora la vogliono copiare
Il fenomeno ha portato, come Si concentra l’attenzione in particolare sulla viralità del gioco, sulla modalità di coinvolgimento delle star e sulla riproducibilità, anche per finalità commerciali. Forbes individua quattro lezioni che ogni azienda dovrebbe trarre dall’Ice Bucket Challenge: cominciare con una storia efficace – quella di Pete Frates; accompagnare la sfida a una battaglia nobile e ideale – la lotta contro una malattia; avere una call to action semplice e alla portata di tutti –il secchio in testa; essere pronti ad accettare le critiche.

 

Chi critica l’Ice Bucket Challenge?
Molti pensano che sia una cosa stupida, ma ancora Forbes risponde per le rime. La sfida ha contribuito a raccogliere soldi, a sensibilizzare sulla Sla – e di riflesso anche su altre malattie, ha un impatto anche finanziario per avere un senso reale ed effettivo: insomma, funziona perché guadagna e può davvero cambiare le cose.
Altre critiche sono più sottili: aldilà del dubbio gusto di vedere associata la puerilità di un gioco estivo a una malattia gravissima, si è riflettuto sulle motivazioni che spingono le persone a fare donazioni per enti benefici. In questo caso sarebbe il trend, la moda, a dettare il passo, non una iniziativa spontanea e partecipata. Si dirà: conta il risultato, non le intenzioni, ed è senza dubbio corretto. Ma come fa notare Vox, il rischio di campagne benefiche virale come questa è di spostare l’attenzione, di volta in volta, su malattie o cause specifiche, mettendo in ombra le altre. Chi volesse ottenere il massimo risultato con la somma che mette in beneficenza, spiegano, dovrebbe privilegiare i problemi e le cause dei paesi in via di sviluppo e non di quelli sviluppati. Come spiega William Mac Askill, di 80.000 hours, «la stessa cifra, se fosse spesa per le reti contro la malaria, avrebbe un impatto cento volte maggiore».

 

La Chiesa non vuole
Shakira, dopo aver fatto la doccia gelata, ha lanciato la sfida a Papa Francesco, che non si è espresso. Si sono espressi però alcuni prelati americani, come Dan Andriacco, portavoce dell’arcidiocesi di Cincinnati, che se anche apprezzano «il gesto compassionevole, ricordano che le finalità buone non sono sempre sufficienti. In questo caso devono anche essere lecite dal punto di vista morale». Il problema starebbe nel fatto che le ricerche finanziate dalla Als farebbero uso di cellule staminali ricavate da embrioni, un’operazione contraria alle posizioni della Chiesa in fatto di embrioni. Da segnalare il grande successo in rete del blog di padre Michael Duffy, che esprime proprio questi dubbi: aveva intenzione di partecipare alla sfida, ma ha dovuto rinunciare.

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