Andare o restare? L’eterna domanda dei ragazzi del Sud

Il documentario amatoriale realizzato da due pugliesi davanti alla decisione di partire o no

Runawayorstay
12 Settembre Set 2014 1845 12 settembre 2014 12 Settembre 2014 - 18:45

I fratelli Andrea e Marco Nasuto, 23 e 25 anni, hanno trascorso gran parte degli ultimi anni lontani dalla loro città natale, Manfredonia, piccolo paese del Gargano pugliese a picco sul mare Adriatico. Dopo una laurea in International Finance per uno e ingegneria aerospaziale per l’altro, e altre esperienze di studio e lavoro tra Italia, Inghilterra e Canada, la domanda per loro ora sorge spontanea: “Run away or stay?”, “andare via o restare (nella terra in cui siamo nati)?”. La risposta non è semplice, il conflitto è quello che accomuna ancora tutti i ragazzi del Mezzogiorno d’Italia, e che in un questo momento di crisi si è esteso a tutti i 20-30enni italiani. La scelta è difficile, coinvolge affetti e ambizioni personali, e costringe spesso a scegliere gli uni o gli altri. Tanto che per rispondere alla domanda Andrea e Marco hanno deciso di realizzare un documentario, Made of Limestone, “fatti di pietra calcarea”, come le rocce del Gargano appunto. «Perché è strano, ma quando sei lontano da casa capisci veramente di cosa sei fatto».

Senza alcuna esperienza di videomaking, con una spesa di soli 23 euro per comprare un cavalletto e una fotocamera presa in prestito da uno zio, hanno raccolto le storie di chi sul promontorio del Gargano ha deciso di restare e di chi invece ha deciso di partire, hanno analizzato i dati e ritratto i luoghi di partenza. Per guardarli con un occhio diverso, per capire se andare o restare. Come? Correndo attraverso quelle terre a metà tra il mare e il bosco. Con un film a fare da “punto di riferimento artistico”: The High Bright Sun (Il sole scotta a Cipro), con Dirk Bogarde, ultima grande produzione cinematografica internazionale girata a Manfredonia (ma non ambientata a Manfredonia).

IL DOCUMENTARIO INTEGRALE

Le riprese di Made of Limestone sono durate tre settimane, il montaggio è stato incastrato tra impegni di studio e lavoro tra Canada e Inghilterra. «Abbiamo ricevuto delle offerte per andare a studiare in Europa e Nord America», raccontano i due fratelli. «Siamo già stati lontani da qui, ma questa volta è diverso. Questo può essere un punto di non ritorno. Abbiamo dovuto scegliere se andar via o restare e abbiamo riflettuto su quanto potessimo sentirci parte e allo stesso tempo estranei al luogo in cui siamo nati. Secondo noi nascere al Sud porta in grembo l’anima del migrante, questo ti pone in uno stato conflittuale di amore e odio per la tua terra». Lo dice pure l’ultimo rapporto Svimez: il 64% dei cittadini meridionali che nel 2011 hanno lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro Nord aveva un titolo di studio medio alto. Sono giovani, e molto spesso laureati, come Marco e Andrea. Una decisione obbligata in molti casi, presa senza troppa libertà.

Nei 60 minuti del documentario si accavallano voci di tutti i tipi, da chi si è impegnato nel teatro civile ai ragazzi che nel tempo libero fanno break dance, dal parroco del posto allo studioso di semiotica che torna in Puglia solo per le vacanze. C’è tanto mare, nelle immagini. E anche la luce del Gargano. Che, dicono i ragazzi, «è la cosa che ci manca di più quando siamo lontani». Ma i piedi ben piantati nella sabbia di quelle spiagge pugliesi (come si vede in una delle ultime immagini del documentario) non impediscono di correre, di guardare altrove. E il documentario è piaciuto anche altrove, visto che è già stato proiettato alla University of Cambridge e a novembre sarà sugli schermi dell’Italian American Museum di Little Italy a New York, piccola colonia di italiani di Manhattan.

In Italia, spiegano Andrea e Marco, «vi è un’incapacità di guardare alle tradizioni senza nostalgia e di volgerle al futuro, di porle in un contesto di più ampio respiro, competitivo. Questo però non avviene senza scontri e difficoltà. Ed è questa la sfida culturale: accettare che le tradizioni vengano messe in discussione dai non italiani per farle evolvere, contaminarle all’interno di un contesto italiano cosmopolita che possa esso stesso forgiare una nuova italianità».   

Quindi: andare o restare? La risposta non la troverete nel documentario. D’altronde, dicono, andar via o rimanere «è una scelta molto personale, una scelta che deve coinvolgere aspetti emotivi e razionali». Al di là delle ambizioni o della necessità, spesso viene infatti sottovalutato «l’impatto emotivo e relazionale dell’andare via, rimandando problematiche personali, svincolate dal luogo, e affidandole puramente al caso». Della serie: “Tanto mi abituerò”. «La decontestualizzazione e la contestualizzazione in un nuovo Paese fungono da catalizzatori sia in senso positivo sia negativo», dicono. «In questo senso, Made of Limestone per noi è stato anche un modo di guardare con occhi nuovi il background in cui siamo cresciuti, in vista di un passo importante che richiede il mettersi in discussione».

Secondo Andrea e Marco, il problema, per il Meridione e per l’Italia intera, va ben oltre questa domanda. Oltre la cosiddetta fuga dei cervelli, quello a cui i due ventenni pugliesi aspirano «è la brain circulation», la circolazione dei cervelli. «Se potessimo gestire un ammontare X di risorse», raccontano, «li destineremmo in larga parte per attrarre cervelli non italiani. Prendiamo FWD.us, l’associazione americana supportata da Mark Zuckerberg, Bill Gates, Drew Houston e vari esponenti del mondo digitale e tecnologico che vuole facilitare l’immigrazione negli Stati Uniti: l’innovazione ha bisogno di immigrazione ad alta capacità tecnica. Siamo coscienti che questo processo non è facile, perché significa praticamente far posto in futuro a un ricercatore polacco che sia più bravo di uno italiano. Non è facile accettarlo ma focalizzarsi sul favorire o no la circolazione dei talenti significa segliere se trattenere all’estero o far ritornare i cervelli italiani». Certo, i programmi di “rientro” di ricercatori italiani esclusivamente basati su incentivi fiscali e salariali non hanno funzionato. Anzi, il rischio è quello di attirare i ricercatori meno attivi, spinti a ritornare quasi esclusivamente per motivi personali, non professionali. «Il vero pull factor, fattore di attrazione, è il potenziamento di infrastrutture ed equipaggiamenti scientifici». La risposta giusta, forse, sarebbe quella che nel documentario dà il parroco di Manfredonia: «Andare via per poi tornare». Realizzarla, certo, è la parte più difficile.

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