Storie di ordinaria follia dai colloqui di lavoro

Da “hai studiato troppo” a “hai viaggiato troppo”. Un estratto dal nuovo libro di Alessia Bottone

Colloquio 1
29 Settembre Set 2014 1015 29 settembre 2014 29 Settembre 2014 - 10:15

Copertina Bottone 0«Per cercare lavoro bisogna porsi alcune domande fondamentali tipo: “Cosa so fare?”. Suddividere le molecole e creare un nuovo teorema, recitare a memoria il Codice Civile, fare un business plan a occhi chiusi? Bene, sappiate che al mondo non gliene frega niente. Pensate piuttosto alle vostre capacità. Che cosa avete imparato facendo la barista durante l’estate? Che le mance che avete accumulato sono quasi il doppio del vostro rimborso spese dello stage? No, risposta sbagliata». Alessia Bottone, giovane giornalista con alle spalle i lavori più disparati, ha raccolto queste e altre situazioni improbabili nel suo nuovo libro Papà mi presti i soldi che devo lavorare? Avventure e disavventure di una precaria a tempo indeterminato. Dopo L’amore ai tempi dello stage, anche qui si affrontano con un sorriso le situazioni più disperate del precariato lavorativo italiano. Ecco un estratto con quattro situazioni esilaranti dai colloqui di lavoro. Nell’Italia della disoccupazione al 12,6%, può capitare di sentirsi dire che non si è adatti a un lavoro perché si è viaggiato troppo, perché si è troppo preparati, perché tra le proprie passioni c’è anche la scrittura. 

 

DEI COLLOQUI E DEGLI ALTRI DEMONI

Uno su mille ce la fa

“Signorina, oggi l’abbiamo convocata nel nostro ufficio perché da tempo lavora con noi (come precaria) e ci piacerebbe sapere se possiamo candidarla per la posizione di assistente”.

“Certo, vi ringrazio, mi fa davvero molto piacere sapere che avete pensato a me dopo solo un anno di contratti saltuari di quindici giorni”. (Lo penso ma non lo dico, ovviamente)

“Ci siamo resi conto che lei è una figura interessante e che potrebbe apportare del suo nella nostra azienda” (Cari aspiranti lavoratori, sappiate che con l’espressione “apportare del suo” non s’intende spirito di iniziativa e nuove idee, quindi non gasatevi e mantenete il controllo).

“Partiamo dal principio, Alessia, noi sappiamo che lei è una persona creativa e questo non è un lavoro creativo”.

“Nessun problema, posso adattarmi”.

“Alessia, noi sappiamo che lei è una persona che ama lavorare a contatto con il pubblico mentre la posizione di assistente non prevede alcun contatto con i clienti”.

“D’accordo, guardi sono una persona che ama il lavoro di gruppo ma riesce a lavorare anche davanti a un computer”.

“Alessia, noi sappiamo (a questo punto mi chiedo a chi si riferisca con quel “noi”. Noi chi? La Cia? i servizi segreti? La Psicologi riuniti? Non è dato saperlo) che lei è una persona che ama partecipare alle riunioni, lavorare in team mentre, se dovessimo assumerla, lavorerà da sola, autonomamente e senza alcun contatto con i colleghi”.

“E che problema c’è? mi piace assumermi responsabilità e apprendere”. 

“Alessia, non stiamo parlando di responsabilità, anzi, la attendono diversi anni di formazione prima che ciò avvenga”.

“Non si preoccupi, ciò che mi esalta è la possibilità di comprendere tutti gli aspetti produttivi, e poi ho notato che nella vostra azienda ci sono diverse possibilità di crescere e salire di livello. È davvero motivante tutto ciò, anche se dovesse avvenire fra molto tempo”.

“Non si illuda”.

A quel punto ho già sparato tutte le mie cartucce, tutte le frasi a effetto che ho letto nei manuali del perfetto stagista, e non so più che dire. Abbozzo un tentativo di salvataggio.

Vorrei dimostrare che, nonostante la mia inutile creatività, apertura mentale, capacità di parlare in pubblico, e anni persi a laurearmi e a imparare quattro lingue in giro per il mondo, sono adatta per questo lavoro e rispondo: “Certo, andrà benissimo, del resto ho un diploma in servizi commer- ciali, me ne intendo di contabilità e preventivi e poi ho lavorato come impiegata per cinque anni”. Mi risponde contrariata. “Sì, ma tanto noi ci occuperemo della sua formazione”.

Ottimo, quindi i cinque anni di laurea che mi costeranno 24.500 euro per riscattarli non mi sono serviti a nulla! Cose da annotare e da ripetere a mio figlio quando finirà il liceo. Mi giro e mi guardo attorno, penso subito che si tratti di uno scherzo, una candid camera.

Nessuno. Solo io e l’esaminatrice. Allora è tutto vero. “Signorina, ha qualche domanda?” Mi hanno insegnato che bisogna sempre porre delle domande per dimostrare che si è davvero inte- ressati al lavoro. Non oso chiedere informazioni circa la retribuzione, visto che l’ultima volta che ho osato farlo mi hanno risposto con un: “Lei lavora solo per il denaro?”. “No, ma mangio grazie a quello!”.

Io, in realtà ne avrei una: “Se rappresento tutto ciò che non cercate in una figura professionale, che cosa ci faccio qui?”.

Ovviamente non mi sento di stravolgere il copione di miss rottenmeier e concludo con un semplice “Quando termineranno le selezioni?”. Mi risponde con un laconico “Le faremo sapere”.

***

Lei è troppo scrittrice per la nostra azienda 

“Buongiorno dottoressa, mi fa molto piacere incontrarla. Da un primo screening del suo curriculum ci risulta che lei è davvero una persona molto preparata. Mi permetta però di farle alcune domande”.

“Prego mi dica”. (Prepariamoci al massacro)

“Perché è tornata in italia?” (Non lo so nemmeno io, me lo chiedo tutti i giorni. Non capisco mai se quando mi pongono questa domanda vorrebbero sapere quale strano motivo mi abbia riportata in questa terra, o se in fondo sanno anche loro che è stata una pazzia).

“Sa, dopo cinque anni all’estero ho sentito l’esigenza di tornare” (Ho finito tutti i soldi. Avevo 14,30 centesimi di euro sulla PostePay e quando li ho prelevati lo sportellista mi ha regalato un pacchetto di sigarette. Non ho mai avuto il coraggio di chiedergli il perché).

“Capisco. Cosa vuole fare da grande?” (Domanda tranello, in genere la pongono per capire se vuoi veramente lavorare per loro).

“Sa, ho sempre pensato che avrei vissuto nel deserto, in Africa, in mezzo ai profughi. Poi ho scoperto che persino quella posizione era molto ambita e così ho cambiato sogno. Parlo quattro lingue, mi piacerebbe sfruttare questa conoscenza per lavorare a contatto con il pubblico”.

“Certo, però vedo che sul suo curriculum ci sono diverse esperienze che non hanno nulla a che vedere con le relazioni internazionali. Lei collabora con un mensile e poi ha pubblicato un libro. Cosa mi dice a riguardo?” (No, aspetta un attimo, perché mai i miei interessi e passioni dovrebbero essere d’intralcio all’assunzione? Preferiva che scrivessi frasi tipo: Hobby: dormire a più non posso. Ultima lettura: “Topolino” ma solo sul wc. Ambizioni: concludere il meno possibile, sono per il risparmio energetico?)

“Sì, io sono una scrittrice, aspirante giornalista, ma posso assicurarle che le presentazioni e gli eventi ai quali partecipo non mi distolgono dalla mia attività lavorativa” (sempre che ne abbia una).

“E chi può assicurarmi che poi lei non diventi una grande scrittrice?” (e se fosse lei invece a licenziarmi prima? e se cascasse un meteorite sull’azienda? e se sbarcassero gli alieni sulla nostra città? suvvia, le sembro Dan Brown o Fabio Volo? e poi basta con questa domanda, me la state tirando. tie’!)

“Guardi, non saprei cosa dirle. In ogni caso la maggior parte degli scrittori non vive solo del ricavato dei libri, ma lavora, quindi, penso di poterlo fare anch’io.” (Lo sa che un italiano su due non legge nemmeno un libro all’anno? secondo lei potrei campare con la scrittura? Dai, esaminatore, facciamo le persone serie).

“Passiamo alla domanda successiva. Come gestisce lo stress? Ad esempio, quando va in trasmissione come si prepara ad affrontare un pubblico così vasto?” (ma se mi ha appena fatto capire che le mie attività extra-lavorative-televisive-radiofoni- che-giornalistiche e chi più ne ha più ne metta sono quasi malefiche, adesso mi fa questo esempio? Poi dicono che sono confusa circa il mio futuro!)

“La prima volta che sono stata in trasmissione a Rai 2, la sera prima non ho chiuso occhio per l’agitazione. Poi mi sono resa conto che le mie paure erano immotivate e ho continuato”. (so che non mi crederà mai, ma lo stesso concetto vale per un giovane che s’inserisce nel mondo del lavoro. All’inizio non conosce i meccanismi ed è insicuro, poi se si dà la possibilità di imparare, sempre che gliela si dia questa opportunità, apprende! Che magia, vero?)

“Va bene dottoressa, per oggi è tutto. La contatteremo per un eventuale colloquio successivo”. (Certo, però cercate di fare presto, non sia mai che nel frattempo mi conferiscano un Nobel per la letteratura!) 

***

Lei è troppo determinata. E se dopo non ubbidisce?

“Cara Alessia, devo dire che mi ha fatto davvero una bella impressione durante il primo colloquio conoscitivo. Le farebbe piacere venire in ufficio per farne un secondo? Le chiedo se è disponibile per un paio di ore perché vorrei sottoporla a un test psico-attitudinale, niente di particolare. Si tratta solo di una serie di domande per capire se lei è la persona adatta per noi”.

Wow! Devo dire che anche a me la titolare della società ha fatto una bella impressione. Che sia la volta buona? rispondo subito all’e-mail. Il colloquio viene fissato per il giorno successivo.

Poche domande prima del test attitudinale.

“Dal test si evince che ha una bella personalità” (Perché ai colloqui tentano tutti di psicoanalizzarmi?)

“Ho solo un dubbio. Lei è troppo determinata. E se poi non ubbidisce?” (Aspetta un attimo, ma questo è un colloquio o un campo per addestramento cani? Un asilo nido? Oppure quell’inquietante collegio che tutti i genitori del mondo hanno utilizzato come minaccia per sedare i figli pestiferi? E poi, a pensarci bene, quando lavoravo in una bottega a Parigi mi dissero che quando versavo la zuppa ero troppo timida, adesso invece sono troppo determinata? Cosa è successo in questi dieci anni di così terribile? Ma soprattutto: cosa era meglio e cosa era peggio?)

“Mi scusi, cosa vuol dire ‘non ubbidisce’?”

“Semplice: che non si attiene alle regole.” (Neanche alle scuole elementari mi hanno mai fatto un discorso del genere. Non so se vogliono offrirmi lavoro o frustrazione in omaggio).

Fatto sta che mi assumono. Mi sembra persino impossibile!

Infatti, a due mesi dal primo colloquio e una settimana dopo l’assunzione non ho ancora un contratto.

“Il commercialista è chiuso”. (Da novembre? Siamo a gennaio. Alla faccia della crisi! Me lo fa conoscere? Magari cerca moglie, non si sa mai).

Otto giorni dopo mi trovo fuori dalla porta. Non so se è perché ero troppo timida, troppo esuberante, troppo bassa, troppo bionda, troppo magra. O forse tutte queste cose messe insieme? Lascio scegliere a loro. La versione ufficiale è stata la seguente: “Lei non sa nulla di comunicazione”.

Certo, in fase di colloquio mi avevano detto che mi avrebbero formata.

Poi ho scoperto che non era possibile perché il responsabile era spesso fuori sede. A questo punto la domanda è: “Che sia andato in ferie assieme al commercialista?”.

Sulla strada del ritorno, solo due chilometri per andare a prendere l’autobus in mezzo alla campagna innevata, ho avuto il tempo di fare alcune riflessioni importanti accompagnate da alcuni francesismi quali “te possino” e “anvedi ’sto infame”.

“Ma perché cavolo ho chiesto che fine ha fatto il mio contratto? Perché mai preoccuparsi del fondo pensionistico? tanto non si sa neanche se ci arrivo alla pensione! ma se non so comunicare allora, che accidenti so fare?”

Qualche giorno dopo arriva un’e-mail.

“Ciao Alessia, grazie ad alcune ricerche ho scoperto che hai lavorato per l’azienda che mi ha appena assunta. (Hanno già preso una nuova? Che vuole da me? ricevere un’e-mail del genere è un po’ come ricevere l’invito a nozze del tuo ex, nel giorno più bello della sua vita. Provoca una gioia infinita, due mal di pancia e un paio di calcoli).

“Ci tenevo a chiederti se per caso sei stata assunta o meno. Sai, non ho ancora il contratto (Ammazza questo commercialista, gran bella vita!).

“Ho parecchi dubbi a riguardo, forse rassegnerò le dimissioni”. (Non c’è bisogno, non ti hanno mai assunta). 

In bocca al lupo cara nuova impiegata e non fare troppe domande. Non è colpa tua. È la dura legge del più furbo. Non arrovellarti sulla strada del ritorno. E mi raccomando, ubbidisci agli ordini, se proprio non ci riesci, saltella ogni tanto, mettiti in punta di piedi, fa’ una spaccata, inventati qualcosa, lo apprezzeranno di sicuro! 

***

Lei ha viaggiato troppo, è una persona instabile

“Buongiorno, parlo con la dottoressa Bottone?”. “Sì, certo, sono io!” (Gli unici che mi chiamano “dottoressa Bottone” sono quelli delle statistiche AlmaLaurea curiosi di sapere se a dieci anni dal conseguimento del titolo siamo finalmente occupati, e quelli che vogliono rifilarmi dei tappeti). “La chiamo per l’annuncio di lavoro al quale lei e altre centinaia di persone avete risposto. L’abbiamo selezionata per un colloquio, sarebbe disponibile?”

“Certamente.”

“Bene, allora la aspettiamo mercoledì per una prima intervista.”

“Eccoci, dottoressa, l’abbiamo chiamata perché la nostra azienda è in fase di espansione e siamo alla ricerca di una figura professionale in grado di ricoprire un ruolo sperimentale.

“Ci racconti un po’ di lei.”

“Allora, mi sono laureata nel 2011. Nel 2006 durante l’università sono partita in Erasmus e ho studiato spagnolo per otto mesi a Barcellona. Da lì sarei dovuta rientrare in italia, ma ho preferito studiare autonomamente senza frequentare continuando la mia permanenza all’estero. Mi sono resa conto che lo studio delle lingue è fondamentale in un mondo globalizzato come il nostro e soprattutto per trovare sbocchi di lavoro inerenti ai miei studi”.

“Dal 2007 quindi ho abitato in Irlanda (pelando patate), in Francia (facendo la salumiera), poi sono andata in Costa Rica per lavorare in una comunità indigena (riso e fagioli tutti i giorni, mi hanno ricoverata tre volte per dissenteria), poi ho fatto tre stage, uno in Svizzera in un centro di accoglienza per richiedenti asilo, uno a Bruxelles in una lobby europea e infine presso le Nazioni Unite a Ginevra nel settore disarmo e reintegrazione ex combattenti”.

“Complimenti, dottoressa, davvero un curriculum internazionale. Come mai non si è fermata più di quattro mesi in ogni Paese?” (Fantastico, questa volta non sono troppo per l’azienda, mi sembra quasi impossibile).

“Perché gli stage non erano retribuiti e non potevo permettermi di restare di più... sa, ho utilizzato tutti i risparmi che avevo accumulato facendo la cameriera e ho vinto tutte le borse di studio esistenti”. (Ringrazio già tutti i miei santi in Paradiso per avermi permesso di trascorrere quasi cinque anni all’estero e penso a tutti quelli che mi inviavano e-mail curiose tipo “mi spieghi come fa una come te che non ha un euro a viaggiare così tanto?”).

“Certo, capisco. Ed è sicura di non voler ripartire? Sa, noi stiamo cercando una figura che abbia voglia di crescere nella nostra azienda” (Questa volta sono io a non capire).

“Mi scusi Dottore/Commendatore/Cavaliere/ eccellenza, ma l’annuncio parla chiaro: cinque mesi più eventuale e recondito prolungamento del contratto per altri sei mesi. Non mi sembra che si stia parlando di un contratto a tempo indeterminato”.

“Non si sa mai. E se poi avessimo bisogno di lei?” (Giusto! Commendatore, con i ma e con i se non si fa il business).

“Resterò volentieri, parliamoci chiaro: ho cambiato sette paesi negli ultimi cinque anni e ciò vuol dire quindici appartamenti, almeno quaranta coinquilini, dieci water diversi, e almeno una decina di datori di lavoro non retribuito, secondo lei non ho voglia di iniziare una vita semistabile?”

“E poi, dottoressa, parliamoci chiaro: noi stiamo cercando una persona con esperienza nel settore e lei non ne ha” (Me lo dicevo che c’era la fregatura, infatti questa volta “sono troppo poco per la loro azienda”).

Certo, però, mi sono informata e ho scoperto che l’Università di Venezia organizza corsi a riguardo e io sono ben disponibile a pagarli. (Domanda: ma se state cercando una persona con esperienza, come mai mettete l’annuncio sul sito dell’università nella sezione lavoro e neolaureati? Non esistono i neolaureati con esperienza, nemmeno su marte!)

“E poi dottoressa, perché dovremmo assumere proprio lei?” (Apriamo una parentesi su questa domanda. seriamente vi aspettate una risposta ad hoc? Le faccio una rivelazione mio caro esaminatore: lei mi dovrebbe assumere perché sto ’inguaiata! ecco, l’ho detto e credo che sia una motivazione più che sufficiente. in ogni caso mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Questo colloquio mi ha esaurito, scelga lei, metta una risposta a caso, quella che preferisce!)

“Apprezzo la sua determinazione, ma credo che lei abbia viaggiato troppo dottoressa, è una persona instabile” (Meglio fuggire, sento che a breve mi metterà in mano una parcella di 60,00 euro per consulenza psicologica).

“Veramente io ho fatto tutto questo perché ci credevo davvero nelle mie ambizioni lavorative, ho imparato le lingue per avere i requisiti necessari per brillare ed essere notata fra gli altri candidati, non pensavo che mi si sarebbe ritorto contro.”

Ci tengo a precisare che sono in italia da due anni e l’unica volta che sono andata all’estero è stata per un weekend a Lubiana, non ho mai più preso un aereo, lo giuro. Alla faccia degli head hunters

© Kowalski

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