Il mercato è su internet, ma il Made in Italy non lo sa

Il web sarebbe una grande opportunità per le nostre imprese, ma per ora è solo un problema

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13 Ottobre Ott 2014 1145 13 ottobre 2014 13 Ottobre 2014 - 11:45
Messe Frankfurt

Partiamo dalle buone notizie. Tra il 2004 e il 2012 le esportazioni italiane sono cresciute del 33,4% e il valore complessivo delle merci che abbiamo venduto all’estero è passato da 278 a 371 miliardi di euro. La seconda è che, a quanto pare, anche le microimprese si sono messe sotto: 15mila realtà sotto i nove addetti hanno cominciato a varcare i confini nazionali per provare a vedere altrove quel che producevano.

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Le buone notizie finiscono qui, purtroppo. Nel periodo considerato, infatti, il valore dell’export delle micro imprese italiane sotto i dieci addetti è addirittura calato, passando dai 27,2 miliardi del 2004 ai 22,3 del 2012. In altre parole: in molti ci hanno provato, in pochi – molto pochi – ci sono riusciti. Il tutto, merita di essere ribadito, in un periodo in cui tutte le altre imprese italiane, dalle piccole alle medie, sino alle grandi, hanno notevolmente incrementato la loro presenza sui mercati esteri.

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I motivi per spiegare questa difficoltà sono molteplici: concentrando lo sguardo alle sole aziende che possono esportare i loro prodotti – non il parrucchiere o il barista, ad esempio - ci sono barriere dimensionali o finanziarie che sono tuttora difficilmente sormontabili. A meno che, ovviamente, non si decida di provare a vendere quel che si produce in quello che ormai molti chiamano “il sesto continente” dei mercati digitali. Un continente che ha grandi isole come Amazon, Ebay, Alibaba e piccoli arcipelaghi, come le community di prodotto e i siti internet aziendali. Un continente che, per il made in Italy e per i suoi più piccoli protagonisti, è ancora terra inesplorata.

I dati parlano da soli. In un contesto continentale in cui 15 imprese su 100 sopra i dieci addetti vendono online almeno l’1% di quel che producono, l’Italia era ed è rimasta il fanalino di coda. Ancora peggio, nei quattro anni tra il 2009 e il 2013 non si è schiodata dal suo misero 5%, laddove paesi come la Germania e il Regno Unito sono rispettivamente cresciuti dal 20% al 22% e dal 16% al 19%.

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Niente che non sapessimo, ahinoi. Semmai, tuttavia, può essere interessante chiedersi perché. Per rispondere a questa domanda la Fondazione Nord Est ha svolto in collaborazione con UniCredit un’indagine finalizzata per l’appunto a comprendere le cause del ritardo digitale delle nostre imprese. E, in particolare, di quelle che producono e commercializzano cibo, moda, arredamento e meccanica. Un campione di 1215 imprese, gran parte delle quali (il 91,5% per la precisione) sotto i 10 milioni di fatturato.

I numeri sono impietosi: quasi 26 imprese su 100 non hanno nemmeno un sito internet aziendale, percentuale che per le realtà sotto i 2 milioni di fatturato annuo cresce sino al 30,8% e tra quelle del sistema moda arriva a superare il 35%. Ancora: quasi tre imprese su quattro (il 73,5%) non utilizza i social network e quelle poche che lo fanno sono quelle di grandi dimensioni e quelle che già hanno una forte presenza internazionale.

Quel che la ricerca di Fondazione Nord Est mette in luce, soprattutto, è che anche tra le imprese del made in Italy che vanno online la percezione delle molteplici opportunità che il web potrebbe offrire è molto limitata. Se 57,2 imprese su 100 usano internet per mettere in vetrina i loro cataloghi e i loro listini, è vero anche che solo 27,6 lo usano per la gestione dei servizi post- vendita, il 21,8% per gestire ordini e prenotazioni online, il 17% per la tracciabilità dell’ordine e un “misero” 12,4% per la personalizzazione dei prodotti. L’esempio di Neronote, una piccola camiceria marchigiana che ha implementato un sito internet che permette di creare camicie su misura, dal tessuto alla trama, dal polsino al collo e di riceverle, dopo due settimane, in tutto il mondo è purtroppo ancora fantascienza.

Difficile non pensare che la questione non sia figlia dell’impreparazione culturale e soprattutto nella scarsa comprensione delle opportunità che il “sesto continente” offre. Come afferma Stefano Micelli, celebrato autore del best seller Futuro Artigiano, nonché direttore scientifico di Fondazione Nord Est, «I numeri della ricerca mettono in evidenza ampi spazi di miglioramento, dall’utilizzo dei social network fino alla conoscenza delle piattaforme internazionali di commercio elettronico» Tuttavia, aggiunge «non si tratta semplicemente dell’affidarsi a un portale, quanto piuttosto di intraprendere la sfida di avviare un rapido aggiornamento delle competenze di management». 

Stando ai numeri della ricerca, tuttavia, gli imprenditori non sanno nemmeno di non sapere. Secondo il 52,9% di loro il prodotto che vendono non è adeguato a essere venduto online, mentre circa tre imprese su dieci ritengono che il problema sia esterno alle mura dell’azienda, legato piuttosto a barriere logistiche o infrastrutturali, assenza di banda larga in primis.

Ciò che è più preoccupante, piuttosto, è che un terzo degli imprenditori intervistati – il 33,4%, per la precisione - ritenga che il gioco non valga la candela. O meglio, che i costi necessari per andare online non siano commisurati ai benefici che ne deriverebbero. È una percentuale, quest’ultima, che tra gli imprenditori del resto d’Europa è molto più bassa – circa il 22% - e che offre più di tutte le altre, la misura del ritardo digitale del made in Italy.

«Siamo al fianco delle imprese per sostenere i loro investimenti in Ict, nel digitale, nel mobile e per accedere a piattaforme di e-commerce», afferma il Deputy Regional Manager del nord est di UniCredit Romano Artoni. Ma se le imprese non sanno nemmeno perché dovrebbero andare online, serve a qualcosa, tutta questa disponibilità?

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