Partite Iva, dal governo solo briciole e stangate

Tasse aumentate, agevolazioni assenti, zero tutele: per i freelance è notte fonda, anche con Renzi

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21 Ottobre Ott 2014 2345 21 ottobre 2014 21 Ottobre 2014 - 23:45

Il primo problema è che si fa fatica anche solo a dar loro un nome: professionisti, lavoratori autonomi di seconda generazione, freelance o più semplicemente popolo delle partite iva, vere o false che siano. Il secondo problema è che si fatica a capire quanti sono: 900mila per l’Inps, 1,3 milioni per il Ministero delle Finanze, 1,5 milioni per l’Istat, addirittura 3,5 milioni per il Cnel. Il terzo problema è che per i governi di ogni forma e colore non dovrebbero esistere, ma più provano a eliminarle – di riforma in riforma del lavoro – più aumentano. Se dal 2008 al 2012 i lavoratori autonomi generalmente intesi – artigiani, commercianti e agricoltori compresi – sono diminuiti di oltre 400mila unità, i liberi professionisti sono aumentati del 10,7%. Nel solo 2012, anno in cui la riforma del lavoro firmata dal Ministro Elsa Fornero mirava a ridurle,  sono state aperte 549mila partite Iva, oltre un terzo delle quali - 211mila,  per la precisione  - da professionisti sotto i 35 anni (+8,1%).

Con l’ascesa a Palazzo Chigi di Matteo Renzi si sperava potesse cambiare qualcosa: giovane, attento alla modernità, più propenso a riconoscere l’esistenza e la legittimità delle nuove forme del lavoro. La prima vista da neo-premier, a H-Farm, l’incubatore di start up trevigiano, aveva rafforzato questa convinzione. Che questo sarebbe stato un governo per cui le partite Iva e i freelance non fossero una distorsione da eliminare, ma un pezzo di mercato del lavoro cui offrire agevolazioni, sgravi fiscali, tutele. A distanza di duecentocinquanta giorni, le speranze, almeno finora, si sono rivelate vane.

80 euro, ma solo ai dipendenti
La prima picconata alle aspettative delle partite Iva è ad aprile, quando il governo decide di tagliare il cuneo fiscale - la differenza tra la retribuzione pagata dall’impresa e quella che finisce in tasca al lavoratore – mettendo in busta paga 80 euro a ogni lavoratore con reddito lordo complessivo tra 8.174 e 24 mila euro. Anzi, a ogni lavoratore dipendente, perché gli autonomi e le partite Iva sono esclusi da questa misura: «Per loro ci sarà però un intervento ad hoc nelle prossime settimane», assicura tuttavia il premier nella conferenza stampa. Di settimane ne sono passate venti.

I dimenticati del Jobs Act
Contratto unico a tutele crescenti (ai dipedenti), salario minimo (ai co.co.co.), assegno di disoccupazione universale (ai dipedenti e ai co.co.co.): queste le principali forme di estensione di diritti e tutele previste all’interno del Jobs Act presentato poche settimane fa. Anche in questo caso, le partite Iva e i freelance sono fuori dal radar di Poletti e Renzi, che aggiunge il carico della beffa di definire, per l’appunto, «universale» un assegno di disoccupazione che li esclude. Qualcuno potrebbe obiettare, in effetti, che qualcosa c’è, per le partite Iva. Qualcosa di non banale, peraltro, come il sostegno alla maternità per le lavoratrici autonome. Che, tuttavia, era l’unica tutela che già esisteva, dal 2007.  Mentre per dire, ancora non esiste una tutela alla malattia.

La grande beffa del nuovo regime dei minimi
Passa poco meno di un mese, ed ecco la Legge di Stabilità, con «la più grande riduzione delle tasse di sempre». 18 miliardi, per la precisione: 11 miliardi per i lavoratori dipendenti, 7,2 miliardi per le imprese e – rullo di tamburi! – 800 milioni di euro per le partite Iva. Briciole, ma pur sempre qualcosa, direte voi. Insomma: questi soldi si sono resi necessari per il cosiddetto regime fiscale agevolato per gli autonomi. Fino a ieri, i giovani fino a 35 anni che aprivano una partita iva potevano usufruire del cosiddetto regime dei minimi: per cinque anni, se avessero guadagnato meno di 30mila euro, avrebbero pagato solo un sostituto d’imposta del 5%. Con la riforma del governo, il regime dei minimi è stato esteso a tutti, senza limitazioni di età, sino a 40mila euro, per dieci anni. Tuttavia, si è allargata pure l’aliquota, che è cresciuta fino al 15%. Ottime notizie per chi guadagna dai 30 ai 40mila euro, pessime per chi ne guadagna 15mila.

Anticipo Aspi e Tfr: trova le differenze
Nella legge di stabilità c’è anche la possibilità offerta ai lavoratori (dipendenti) di riscattare il loro Tfr. Un’idea, questa, per rilanciare i consumi che gli 80 euro non hanno smosso dal fondo del mare. I soldi, stavolta, non ce li ha messi lo Stato, ma i lavoratori che li hanno lasciati sul conto delle imprese, e le imprese che non ne potranno più disporre (e che anzi, in molti casi, dovranno chiederli in prestito alle banche). Cosa c’entrano le partite Iva con il Tfr? Nulla, anche perché non ne potrebbero disporre. Tuttavia, anche loro avrebbero un fondo cui attingere: o meglio, ce l’avrebbero i lavoratori licenziati che vogliono mettersi in proprio chiedendo di farsi erogare in una sola tranche l’Aspi, l’indennità di disoccupazione introdotta dalla riforma Fornero nel 2012. Peccato sia molto difficile ottenere tale anticipo, anche perché la somma stanziata dal governo per rimpinguare questo fondo è di soli 20 milioni di euro l’anno. Per raddoppiarlo sarebbe bastato lo 0,2% di quel che è stato speso per dare copertura agli 80 euro ai lavoratori dipendenti.

E intanto i contributi volano
Oltre ad invidiare le agevolazioni, le tutele, gli sgravi fiscali altrui ai freelance con la partita Iva tocca pure guardarsi alle spalle. L’anno prossimo  infatti l’aliquota che i professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps - a proposito, a quando una cassa dei freelance? - crescerà di due punti percentuali, dal 27,72% al 29,72%, arrivando al 32,72% nel 2019. Una spremuta di partite iva piuttosto succosa, se si pensa che nel 2004 l’aliquota era al 14% circa. Con questi aumenti - pure degli ultimi due, decisi dal governo Letta – Renzi c’entra molto poco. Se tuttavia decidesse di cancellarli, allora sì che il verso potrebbe cambiare.

Gestioneseparata

 

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