Tutti i costi (e gli sprechi) della sanità italiana

Dai costi, alle code: vizi e virtù della sanità italiana, costretta a dimagrire per sopravvivere

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1 Novembre Nov 2014 1200 01 novembre 2014 1 Novembre 2014 - 12:00
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La Legge di Stabilità prevede tagli pesanti alla sanità? Questione di punti di vista, come al solito. Secondo Sergio Chiamparino, Presidente della Regione Piemonte e della Conferenza della Regioni e delle Province Autonome, sì: «La manovra è insostenibile per le Regioni a meno di non incidere sulla spesa sanitaria, che rappresenta l’80% della spesa regionale», ha dichiarato lo scorso 16 ottobre. Secondo il Presidente del Consiglio, che gli ha risposto piccato a mezzo social network poco dopo, no: «Comincino a tagliare i loro sprechi invece di aumentare le tasse», ha chiosato, aggiungendo bellicoso che è «inaccettabile che i tagli riguardino i servizi sanitari». In realtà, a quanto pare, una clausola “taglia sanità”, così l’ha definita Beppe Grillo sul suo blog, ci sarebbe già: all’articolo 35 comma 1 della Legge di Stabilità si dice infatti che se le regioni a statuto ordinario non riusciranno a tagliare i 4 miliardi di spending review pattuiti, allora interverrà il Governo, «considerando anche le risorse destinate al finanziamento corrente del Servizio sanitario nazionale». La dove fa più male, in altre parole.

Al di là della polemica politica, tuttavia, la domanda è un’altra: la sanità italiana è una macchina efficiente,  addirittura la terza al mondo come afferma Bloomberg? Esistono margini per tagliare le spese senza diminuire gli standard qualitativi attuali, buoni o meno che siano? Soprattutto, quali sono le regioni più virtuose nella gestione della spesa sanitaria e quali lo sono meno? Domande complesse, queste, cui dare risposte non è semplice. Perlomeno, se non ci si vuole limitare al tema sui costi standard e sulle siringhe che in Sicilia costano 10 centesimi in più che in Veneto. Tema tanto importante, quanto controverso, in merito al quale, peraltro, Renzi ha annunciato novità. Non il solo, tuttavia.

Spesa sanitaria: +33% in dieci anni

Partiamo dalla base della piramide: nel 2013, la spesa pubblica per la sanità ammontava a 109,3 miliardi. Una cifra, per la cronaca, pari al 13,7% della spesa pubblica complessiva. Le previsioni per il 2014 parlano di una crescita di circa 2 miliardi che la porterà a 111,5 miliardi di euro, il 2% circa in più. Tanto, ma nemmeno troppo. L’ufficio studi di Confartigianato ha calcolato che stando ai dati dell’Istat, la spesa sanitaria tra il 2003 e il 2013 la spesa sanitaria è cresciuta del 32,7%. Un ritmo doppio rispetto all’aumento del Pil nel medesimo periodo, pari al 16,3%.

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Chi più ha, più spende

D’accordo, le siringhe siciliane costano tanto. I dati, tuttavia, raccontano che tra il 2003 e il 2012 le regioni che hanno aumentato maggiormente la loro spesa sanitaria sono quelle del nord. A guidare la classifica due territori a statuto speciale: il Friuli-Venezia Giulia, con una crescita della spesa sanitaria pari al 49,6% e la Provincia Autonoma di Trento, che in dieci anni ha visto aumentare i costi del 47,8%. Nelle prime posizioni ci sono anche la Lombardia (+46,9%), l’Emilia-Romagna (+44,7%) e la Toscana (+42,6%). Queste ultime, sono anche le regioni che, secondo il Ministero, hanno la sanità migliore d’Italia, insieme al Veneto.

Non che le regioni del sud abbiano tagliato i costi, al contrario. Tuttavia, gli aumenti sono stati molto più contenuti: in Sicilia, ad esempio, sono aumentati del +31,2%, in Calabria del 31,1%, in Campania del +26,8% e in Abruzzo con il +20,9%. Curiosità, parliamo di sistemi sanitari regionali commissariati, e forse qualcosa c’entra. Unica eccezione? La provincia autonoma di Bolzano, che è riuscita a mantenere livelli di eccellenza aumentando i costi di soli 27,3% punti percentuali. Questione di mentalità teutonica? Forse. Tuttavia, in rapporto agli abitanti, la spesa della sanità altoatesina è la più alta d’Italia: 2291 euro per abitante contro una media nazionale di 1903. Rispetto alla Campania, circa seicento euro in più a persona.

Chi paga? Al nord, cittadini e imprese, al sud lo stato

Se i costi della sanità sono aumentati così tanto, in questi anni, è anche perché c’erano i soldi per farlo. Dal 2003 al 2013, infatti, i ricavi del Sistema Sanitario Nazionale sono cresciuti del 39,6%, con picchi oltre il 45% in Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, provincia di Trento e Lombardia. Meno, molto meno in Campania (32,8%), Basilicata (32,3%),  Liguria (31,2%),  Molise (31%) e Calabria (30,2%).

Oddio, si scrive ricavi, ma si legge tasse e trasferimenti: il 35,1% della spesa sanitaria è coperto dall’Addizionale Regionale Irpef e dall’imposta regionale sulle attività produttive, per gli amici Irap. Gran parte del resto (il 46,6%) è invece un trasferimento statale, che proviene dal Fondo per il fabbisogno sanitario ex D.L. 56/2000. In pratica: la sanità è regionale nel senso che le regioni amministrano soldi che provengono, in buona parte, da un fondo finanziato dal gettito Iva e dalle accise sui carburanti.

Ovviamente, anche in questo caso ci sono differenze piuttosto notevoli. In Lombardia le imposte regionali coprono il 52,5% del fabbisogno sanitario, in Campania e Puglia il 19,5%, in Calabria, addirittura, il 9,3%. In quest’ultima regione, il fondo statale copre l’85,8% del fabbisogno. Se vi sembra un’ingiustizia, mettete sull’altro piatto della bilancia il fatto che il Pil della Lombardia (331 miliardi di euro) è più di dieci volte quello della Calabria (29 miliardi). 

Chi produce ricavi propri, invece sono soprattutto Emilia-Romagna e Toscana, regioni a stragrande maggioranza di ospedali e strutture pubbliche d’eccellenza, che arrivano rispettivamente al 5,6% e al 5,5%. Poca roba, in ogni caso. I ticket, infine, portano solo l’1,3% dei ricavi complessivi della sanità italiana, nonostante nel 2013 il 50,2% degli italiani abbia usufruito di almeno una visita specialistica, escluse quelle odontoiatriche.

La maglia nera? La sanità laziale (ma sta migliorando)

Nel 2012, ultimo anno di cui sono disponibili i dati, il sistema sanitario nazionale, nel suo complesso, ha accumulato un disavanzo di circa 1 miliardo di euro. Se pensate sia una cifra da far strabuzzare gli occhi, sappiate che solo dieci anni fa, nel 2004, la perdita accumulata dalla sanità italiana era di 5,7 miliardi. Stiamo migliorando, insomma. A colpi di ospedali e reparti che chiudono e di aliquote che salgono – il gettito Irap e addizionale Irpef è cresciuto del 18,9% in dieci anni.

Anche in questo caso, tuttavia, ci sono situazioni estremamente diverse.  Rimaniamo per un attimo nel 2004: in quell’anno di disavanzo record, la sanità lombarda ha chiuso con un avanzo di 131,3 milioni di euro, quella laziale con perdite per 1,7 miliardi. Ancora nel 2012, la sanità laziale aveva un deficit di 644 miliardi di euro, che cumulato a quelli dei dieci anni precedenti concorre a scavare un buco di circa 13 miliardi di euro. A braccetto con il Lazio, c’è la Campania, con un disavanzo 2012 di 121 milioni di euro e di 7,6 miliardi nel decennio.

Grande disavanzo, pessimo servizio

Non sarà Trip Advisor, ma l’Istat ci ha provato, a stilare una classifica dei sistemi sanitari sulla base della soddisfazione degli utenti, chiedendo un’opinione a chi era stato ricoverato nei tre mesi precedenti. Il risultato farà piacere a Renzi: più alto è il disavanzo, maggiore è l’insoddisfazione. Accade in Campania, maglia nera nazionale, con il 29,2% di utenti non contenti del servizio offerto. Accade nel Lazio, che si ferma a 23,1% di insoddisfatti, comunque ben poco lusinghiero. Accade in Calabria, dove la percentuale di pollice verso raggiunge il 28,2%.

Non saremmo italiani, se non ci lamentassimo del cibo offerto, che lascia perplesso il 29,7% della popolazione, con un picco di 45,5% di utenti insoddisfatti in Abruzzo. I servizi igienici sono molto carenti in Sicilia (37,8% di insoddisfatti), ma sorprendentemente pure in Toscana (21,2%) che su questo tema fa peggio anche del Lazio (19,1%). Relativamente al personale infermieristico, invece, la maglia nera è la Calabria (26,1%), mentre è nelle Marche che il personale medico gode di peggior stima (21,9% di insoddisfatti) da chi vi ha avuto a che fare.

Veniamo alle note liete, invece. Ad esempio, all’assistenza medica valdostana, della quale solo due utenti su cento hanno da ridire. O ancora, al personale infermieristico altoatesino, che raggiunge livelli di gradimento analoghi. Bolzano, peraltro, si porta a casa anche il titolo di sistema sanitario in cui si consuma il miglior cibo, laddove invece è l’Umbria la regione con i migliori servizi igienici negli ospedali.

La fila più lunga d’Italia? Lungo l’Adriatico

Immaginiamo un’ipotetica coda agli sportelli dell’Asl che nel 2002 era lunga cento metri. Ecco, nel 2012 i metri sono diventati 113,6. Una progressione costante che è figlia, molto probabilmente, della concentrazione dei servizi ospedalieri in sempre meno e sempre più grandi strutture. In questo senso, a mostrare le problematiche maggiori sono regioni adriatiche come Abruzzo, Puglia e Molise, che occupano tre delle ultime cinque posizioni. Pessimi risultati anche per le “solite” Lazio, Campania e Calabria, così come i tre gradini più alti del podio sono occupati, al solito, da Bolzano, Trento e Aosta. Tra gli altri, infine, spiccano i risultati di Emilia-Romagna e Marche.

Se in Piemonte ci sono più impiegati che in Sicilia

A fine 2011, il sistema sanitario nazionale contava 643.169 dipendenti. Tanto per dare l’idea, l’1,1% della popolazione italiana, il 2,7% della popolazione attiva. Se non è il primo datore di lavoro del paese, poco ci manca, insomma. Tra tutti questi addetti, uno su dieci è amministrativo. Troppi? Troppo pochi? Difficile dirlo. Intuitivamente, in una macchina sanitaria innovativa ed efficiente di gente alla scrivania non ce ne dovrebbe essere molta, perlomeno in relazione al personale medico. Al contrario, ci si aspetterebbe un esercito di amministrativi nelle regioni più inefficienti. La realtà è diversa, invece: la quota di personale amministrativo sul totale è infatti più alta in Piemonte e a Bolzano (13,7%) che in Sicilia (10,9%) o nel Lazio (12,5%). Non tutto è come sembra, insomma. E nel  caso della sanità italiana, questo adagio vale ancora di più. 

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