Rodotà: “Parlare di Rete libera è una stupidaggine”

Stefano Rodotà racconta la Carta dei diritti in Internet. “La Costituzione deve parlare della Rete”

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2 Novembre Nov 2014 0800 02 novembre 2014 2 Novembre 2014 - 08:00
Tendenze Online

Internet ha contribuito in maniera decisiva a ridefinire lo spazio pubblico e privato, a strutturare i rapporti tra le persone e tra queste e le istituzioni. Comincia così la “Dichiarazione dei diritti in Internet”, il testo elaborato dalla Commissione per i diritti e doveri in Internet costituita presso la Camera dei deputati. Un documento che al momento rappresenta solo una bozza, presentato lo scorso 13 ottobre a Roma in occasione della riunione dei presidenti delle Commissioni dei parlamenti degli Stati membri dell’Unione europea e del Parlamento europeo competenti in materia di diritti fondamentali. Quattordici punti, redatti da una commissione parlamentare istituita dal presidente della Camera Laura Boldrini e presieduta dal giurista Stefano Rodotà, in cui si sviscerano diverse questioni. Dal diritto di accesso a Internet garantito a ogni cittadino in condizioni di parità, alla neutralità della Rete, passando per il diritto all’anonimato e all’oblio, fino ad arrivare al rispetto del principio di trasparenza e di accessibilità alle informazioni pubbliche.

Questa carta porta con sé un fatto per certi versi rivoluzionario, e cioè quello di essere sottoposta a una consultazione pubblica attraverso una piattaforma online presente sul sito della Camera. Qui, per quattro mesi (questa la durata della consultazione online), tutti potranno dire la loro: cittadini, imprese, addetti ai lavori, associazioni e soprattutto istituzioni, con lo scopo di scatenare un dibattito utile alla stesura finale di un documento completo. «Le aspettative per questa iniziativa della consultazione online sono alte». A dirlo è il professore Stefano Rodotà, che ha provato a spiegarci perché sia necessario un documento in grado di regolamentare il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto.

Professor Rodotà quale spirito incarna questa Carta dei diritti di Internet, e cosa la differenzia da altre carte simili?
La discussione sulla cosiddetta “bill of rights” legata alla dimensione della Rete è in corso da molti anni. Di documenti a riguardo ne sono stati prodotti parecchi e non si tratta certo di una novità: quello che ci tengo a sottolineare, e qui sta la vera originalità della nostra iniziativa, è che per la prima volta tutto ciò nasce in una sede istituzionale. La Camera dei deputati ha infatti istituito una Commissione ad hoc per la realizzazione di una bozza del documento. L’ambizione è sì quella di fissare dei principi di definizione di alcuni diritti su Internet, ma soprattutto cercare di stimolare una discussione che abbia rilevanza transnazionale. Per rendere possibile tutto ciò, oltre alle consultazioni sul tema già in atto tra le varie commissioni parlamentari la Camera ha anche preso contatti con diversi parlamenti stranieri.

C’è però chi dice che la libertà di Internet sia a rischio.
Voglio essere molto chiaro su questo punto: penso che parlare di Rete libera sia una vera stupidaggine. Si tratta di un argomento falso, che scopre il fianco nei confronti di coloro i quali hanno dettato le regole su Internet e vogliono continuare a farlo senza avere restrizioni. Parlo ovviamente dei grandi giganti tecnologici come Google o Facebook, ma anche dei casi come quello di Edward Snowden, il quale non ha mai chiarito in che modo sia entrato in possesso di quei dati. E se vogliamo pescare un caso di attualità, basta guardare alle proteste messe in atto in Ungheria, nei confronti del presidente Orbàn e del suo governo che vuole imporre una tassa su Internet. Ecco, quando abbiamo pensato alla realizzazione della Carta dei diritti di Internet ci è subito venuto in mente uno strumento in grado di limitare le azioni repressive come queste. La libertà non c’entra.

Pensa che in futuro sarà possibile inserire nella nostra Costituzione alcuni dei principi della Carta?
Ci sono principi fondativi e sobri che devono essere precisati e possono essere inseriti nella Costituzione italiana. Per quanto mi riguarda ho già avanzato diverse proposte relative a una fondamentale integrazione all’articolo 21 della Carta Costituzionale, dove andrebbe inserita una norma in cui si dice che tutti hanno eguale diritto di accesso a Internet. Da qui poi potrebbe scaturire una discussione relativa a molti altri diritti che verrebbero eventualmente disciplinati, ampliando il dibattito — è quello che ci auguriamo —  e puntando alla messa a punto di trattati Internazionali.

Le cronache degli ultimi mesi hanno messo in grande risalto la questione del diritto all’oblio. Il caso di Google — che ha anche istituito una commissione apposita — è forse quello più discusso, ma anche in Italia il tema è caldo vista la recente approvazione del Senato della legge sulla diffamazione. C’è il rischio concreto che diritto all’oblio e diritto all’informazione non possano coesistere?
La sentenza della Corte di giustizia europea sul caso di Google parla chiaro, le personalità note non possono (tranne che in pochi casi) ricorrere al diritto all’oblio. Nella carta abbiamo cercato di salvaguardare il diritto all’informazione, chiarendo che il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto all’opinione pubblica di essere informata. Inoltre siamo convinti del fatto che a coloro i quali siano affidate funzioni pubbliche, tale diritto possa essere esercitato solo se le informazioni che li riguardano non hanno alcun rilievo con l’incarico esercitato. Per quanto riguarda invece la rimozione di dati legati a singoli cittadini, in questo caso è fondamentale che essi siano a conoscenza di tale rimozione in modo da poter ricorrere ad un giudice per valutare il caso. Introdurre un elemento di giustiziabilità è inevitabile, come è ovvio che le decisioni in merito alla rimozione di un contenuto non possono essere demandate ad un soggetto privato.

C’è un concetto importante che ruota attorno ai 14 punti della Carta, quello di democrazia. Sul web si parla spesso di “democrazia diretta”, lei stesso tra l’altro per un periodo è stato al centro di questo dibattito, in seguito alla decisioni del Movimento cinque stelle di proporla come uno dei candidati alla Presidenza della Repubblica. La sua idea di democrazia diretta, e di quella della Carta, quanto può essere accostata alle dinamiche del movimento di Beppe Grillo?
Partiamo da una precisazione, in Italia c’è un modo distorto di approccio alla Rete in termini di processi democratici. Solitamente i copioni sono due: il primo è quello secondo cui se ad avanzare proposte è Beppe Grillo, queste non possono andar bene per il semplice fatto che sia lui a farle. Il secondo approccio è di tipo strumentale per cui legato ad interessi specifici. In realtà più che di “democrazia diretta” io farei riferimento al concetto di “democrazia partecipativa”. Mettere nelle mani del popolo della rete decisioni complesse, può portare ad una condizione plebiscitaria più che democratica. La partecipazione invece permette ai cittadini di essere messi a conoscenza dei fatti in maniera trasparente, oltre che informare loro dei casi in cui possono intervenire attivamente e in quali altri no. Sono convinto del fatto che il potere non debba nascondersi.

In che senso il potere non deve nascondersi?
Le tecnologie moderne permettono ai cittadini di accedere alle informazioni, e questo consentirebbe loro di effettuare delle controproposte alle istituzioni. Sono proprio le istituzioni a dover essere trasparenti in questo caso e non i cittadini. Mi spiego, l’idea è quella di rendere pubblica l’iniziativa legislativa e costringere le forze politiche quantomeno a discutere le proposte dei cittadini. In tal modo l’agenda politica sarebbe influenzata in maniera attiva dalla cittadinanza: il punto di partenza potrebbe essere una sperimentazione di consultazioni obbligatorie a livello locale. Questo ha due vantaggi: tratta di temi in cui i cittadini sono coinvolti in prima persona, e quindi più interessati a far sentire la loro voce; ed evita, per la natura stessa di una consultazione locale, derive plebiscitarie.

Torniamo ai punti della Carta, questa volta il tema è la neutralità della Rete. In molti intravedono un freno alla crescita del capitalismo su Internet
Altra grande stupidaggine, neutralità significa non discriminazione e cioè dare a tutti gli stessi mezzi. La neutralità della Rete impedisce semplicemente a grandi soggetti economici di schiacciare o bloccare la crescita di forze più piccole, per il solo fatto di poter accedere a condizioni maggiormante favorevoli pagando di più. Non c’è nessun vincolo nei confronti del capitalismo sul web, a patto che esso obbedisca alle regole della libertà e ai diritti del cittadino.

Da lunedì 27 ottobre è partita la consultazione pubblica online sul sito della Camera, quali sono le aspettative?
Ci aspettiamo tanto da questa consultazione online, lo dico sinceramente, e spero che si attivino tutte le competenze necessarie. Crediamo anche ci sia bisogno di un approccio estremamente critico da parte di chi interviene nel dibattito. Anzi, vogliamo che ci venga detto esplicitamente cosa va e cosa non va. Infine come già detto puntiamo a catturare l’attenzione internazionale, nella speranza che tra quattro mesi al termine della consultazione online, si possa lavorare insieme alla realizzazione di un documento completo ed esaustivo.

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