Aiuto, l’Europa sta morendo

Trattati non rispettati, irrilevanza geopolitica, nazionalismi e scandali: l’Ue mai così in crisi

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15 Novembre Nov 2014 0015 15 novembre 2014 15 Novembre 2014 - 00:15

Che l’Europa non stia bene si sa da tempo. Non fossero bastati gli ultimi sei anni di recessione – gli ultimi tre in sostanziale esclusiva, visto che il resto del mondo cresce – le stesse elezioni continentali aveva mostrato l’emergere di un diffuso sentimento di disagio verso le politiche adottate a Bruxelles, con i partiti euroscettici che avevano triplicato la loro presenza nel Parlamento Europeo, con gli exploit di Neil Farage in Gran Bretagna e di Marine Le Pen in Francia.

Per qualche mese, tuttavia, si è preferito guardare oltre e, soprattutto in Italia, sperare in un’Europa che “cambiasse verso”, che non risultassero vane le promesse del governatore della Bce Mario Draghi di usare armi non convenzionali per far risalire i prezzi, le esportazioni, il Pil. Soprattutto, che in qualche modo si rivedessero le politiche di austerità conseguenti all’attacco speculativo ai debiti sovrani, dal fiscal compact all’obbligo di pareggio di bilancio.

Intendiamoci: non che simili auspici siano ormai definitivamente da archiviare sotto la voce “speranze vane”. La sensazione che tuttavia emerge, soprattutto dalla cronaca delle ultime settimane, è di un Unione che si sta avvicinando pericolosamente verso il burrone. Dal mancato rispetto degli accordi sovranazionali agli ultimi dati sull’andamento dell’economia diffusi dalle banche centrali e dalle agenzie di rating internazionali, dal riemergere delle pulsioni nazionaliste agli scandali che hanno coinvolto i vertici della Commissione, i fronti aperti non sono pochi. Ognuno dei quali potenzialmente in grado di minare alle fondamenta il senso stesso dell’esperimento europeo.

I burocrati e i «bambini problematici»
Partiamo da una notizia di qualche settimana fa: nell’ultima Legge di Stabilità, l’Italia ha fatto crescere il rapporto deficit/Pil, che tuttavia è rimasto sotto il limite del 3%. Nel contempo, ha rimandato di un anno il raggiungimento dell’obiettivo del pareggio di bilancio. In altre parole, ha violato un accordo che a suo tempo aveva sottoscritto. La Francia, allo stesso modo, ha presentato una Legge di Stabilità in cui il deficit raggiungerà il 4,4% del Pil, un dato superiore dello 0,2% rispetto a quello dello scorso anno e molto più alto di quel 3,8% previsto dal Governo Hollande solo qualche mese fa. Non stiamo parlando di Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Slovacchia e Paesi Bassi – solo per citare alcuni dei paesi nei confronti dei quali, negli ultimi anni, è stata avviata una procedura di infrazione. Quelli che Jens Weidmann, Presidente della Bundesbank, ha definito i «bambini problematici» dell’Unione Europea sono la seconda e la terza economia dell’Unione, nonché suoi padri fondatori. Possiamo pensare tutto il male dei mondo di quei trattati – e non a torto -, ma se non li rispettano Italia e Francia, come si può pensare che altri si sentano obbligati a farlo?

Verso la terza recessione in sei anni?
Jean-Michel Six, il capo economista Emea di Standard & Poor, ha recentemente affermato, parlando dell’Europa, che «i rischi di un triple dip (terza recessione, ndr) sono aumentati», aggiungendo poi che «dopo quelle del 2009 del 2011 questa sarebbe la terza recessione ed avrebbe un effetto deleterio dal punto di vista geopolitico». I motivi sono presto detti: i prezzi che non crescono (0,1% in Italia, 0,5% la Francia, 0,8% la Germania) e il Pil nemmeno (0,8% nell’Eurozona, in calo dello 0,2% dal precedente bollettino della Bce). Come ben racconta l’ultimo bollettino di Bankitalia, «valori eccessivamente ridotti dell’inflazione rendono più difficoltoso il processo di riassorbimento del debito, pubblico e privato, e implicano un inasprimento delle condizioni monetarie, con effetti negativi su investimenti e consumi». Per chi volesse un riassunto in un tweet: se i prezzi calano, il debito cresce. Se il debito cresce, aumentano i tagli. Se aumentano i tagli, per investimenti e consumi è notte fonda.

Tutto il mondo è fuori
Qualche giorno fa, si è svolto a Pechino il vertice dell’Apec, forum della cooperazione economica dell’Asia e del Pacifico. In quei giorni sono stati firmati un po’ di trattati. Ad esempio, un nuovo accordo tra Russia e Cina che porterà trenta miliardi di metri cubi di gas l'anno in Cina. Il presidente di Gazprom ha detto che ora la Russia spedirà in Cina più gas di quanto ne spedisca in Europa. Il giorno prima, Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, aveva annunciato un investimento della Cina di 40 miliardi di dollari per costruire strade, ferrovie, reti elettriche, gasdotti e oleodotti lungo la via della Seta. Ancora: il 17 novembre le borse di Shanghai e Hong Kong saranno collegate l’una con l’altra con un programma che vale 6,5 miliardi di euro. Sullo sfondo, un accordo volto a creare un’area di libero scambio asiatico-americana, sia essa il Tpp (senza Russia e Cina) o l’Ftaap (con Russia e Cina). In molti preconizzano che l’asse economico del mondo si sposterà al centro del Pacifico. E se lo fosse già ora?

Gli stati colpiscono ancora
Lipsia, ex Germania dell’Est. Una donna rumena senza lavoro e suo figlio si sono visti negare l’assistenza sanitaria di base da iJobcenter, la società che li gestisce, in quanto la donna non aveva mostrato alcuna volontà di integrarsi. Questo caso ha ispirato una sentenza della Corte di Giustizia Europea che il 13 novembre ha stabilito che i governi nazionali possono negare le loro prestazioni sociali anche ai cittadini provenienti da altri paesi della Comunità Europea. Una sentenza che fa il paio con la “cacciata” dei cittadini comunitari dalla Germania, se rimangono senza lavoro. E che ha fatto esultare gente come Marine LePen e Nigel Farage, ma anche il Premier britannico David Cameron. Che, quasi due anni fa ha indetto un referendum “dentro o fuori” sull’Unione Europea, che si dovrebbe tenere entro il 2017.

Juncker e lo scandalo Luxgate
C’è un filo sottile che lega Cameron e Jean Claude Juncker, fresco presidente della Commissione Europea. Quello inglese è stato l’unico premier ad aver posto veti alla nomina di Juncker a Presidente della Commissione Europea, al punto da minacciare di uscire dall’Unione Europea se fosse stato eletto. Juncker, nel frattempo, finito nei giorni scorsi nel tritacarne mediatico a causa del cosiddetto scandalo Lux Leaks. 24mila pagine di documenti International Consortium of Investigative Journalists,  che raccontano le vie attraverso cui le decisioni fiscali adottate tra il 2002 e il 2010 dalle autorità del Lussemburgo abbiano consentito alle multinazionali di mezzo mondo di eludere miliardi di euro di tasse. Lussemburgo, è il caso di specificarlo, di cui in quegli anni Juncker era Primo Ministro, nonché ministro delle finanze (dal 1989 al 2009), nonché ministro del tesoro (dal 2009 al 2013). Non il miglior biglietto da visita per l’uomo che dovrebbe essere il guardiano del rigore europeo. O, peggio ancora, il custode di un’Unione oggi più che mai a rischio d’implosione.

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