Il voto a sedicenni e stranieri può cambiare l’Italia

Altrove già votano e le loro idee possono cambiare l’agenda di un paese vecchio e conservatore

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17 Novembre Nov 2014 1800 17 novembre 2014 17 Novembre 2014 - 18:00

Ai più la cosa è sfuggita, presi com’erano dalla paura dello scisma scozzese. Indipendentemente dal risultato, tuttavia, il referendum al di là del Vallo d’Adriano ha consegnato alla politica del vecchio continente un’innovazione non da poco:  lo scorso 18 settembre, infatti, a decidere delle sorti della Scozia e del Regno Unito sono stati, per la prima volta nel paese, i sedicenni e gli stranieri residenti.

Una mossa a sorpresa, questa, che non ha concorso a spostare come gli unionisti temevano, il risultato del referendum. E che nemmeno è una novità nel panorama europeo, visto che in Austria, così come in alcuni territori di Norvegia, Svizzera e addirittura Germania, già è realtà da qualche anno. Una novità che, in qualche modo, ha aperto un fronte non di poco conto nella definizione di chi deve decidere del destino del proprio paese.

Non è una novità nemmeno per l’Italia, peraltro, perlomeno da un punto di vista teorico. Già nel 2007, il Partito Democratico guidato da Walter Veltroni aveva proposto di estendere il voto ai cittadini sedicenni e agli extracomunitari residenti da almeno cinque anni alle elezioni amministrative. Proposta che era stata fatta propria da un gruppo di parlamentari del Pd, che, nella successiva legislatura, avevano presentato al Senato una proposta di legge del medesimo tenore, non incontrando tuttavia il favore dei loro colleghi. Fu lo stesso Partito Democratico, l’anno successivo, a prevedere il voto ai sedicenni per scegliere il proprio segretario, scelta che tuttavia non fu ripetuta alle primarie del 2012 – quelle di coalizione per scegliere il candidato premier – per tornare poi a quelle interne al Partito del 2013, quelle tra Renzi, Cuperlo e Civati e in numerose primarie locali per la scelta dei candidati alle amministrative.

Insomma, la questione, pur rimanendo ai margini dell’agenda politica, è comunque aperta. E sono anche diversi gli studiosi che pensano che far votare i sedicenni sia una scelta che presenta più opportunità che rischi. Alessandro Rosina, ad esempio, professore di Demografia all’Università Cattolica di Milano che ha prodotto numerosi interventi sul tema. In uno di questi, apparso qualche anno fa su La Voce.info, afferma infatti che «ci sono buoni motivi per ringiovanire l’elettorato nel mondo occidentale, questi sono ancor più accentuati nel nostro paese». Un paese, non va dimenticato, in cui l’età media è aumentata da 41,1 a 43,7 anni dal 2002 al 2014. In cui gli over 65 sono oggi il 21,4% della popolazione, mentre nel 2002 erano il 18,7%. Allo stesso “partito” va ascritto anche il direttore de La Voce, l'economista Tito Boeri, che nel 2012 aveva lanciato la medesima idea, nel suo libro “Riforme a costo zero” scritto insieme al collega Pietro Garibaldi: «Bisogna allargare ulteriormente il fronte di chi sostiene le riforme - ha dichiarato a Linkiesta -.  I giovani non possono rimanere soli. Bisogna far pesare di più la loro voce, per esempio imitando l’Austria, che ha esteso il diritto di voto a sedicenni e diciassettenni. Vorrebbe dire aumentare l’elettorato di poco più di un milione di italiani – con un peso elettorale corrispondente a quello di chi ha superato gli 85 anni – e contribuirebbe a ridurre l’età dell’elettore mediano da 47 a 46 anni. Sarebbe un piccolo segno, ma significativo, di un maggior interesse verso i giovani e il loro peso nell’arena politica».

Sono motivi che valgono ancora più oggi che allora: se il meccanismo di ringiovanimento delle classi dirigenti, con l’ascesa di Matteo Renzi, sembra essersi riavviato, vi è comunque una scarsa attenzione a politiche legate ai giovani. Come racconta a Linkiesta il costituzionalista Stefano Ceccanti, uno dei firmatari della proposta di legge del 2008, «L’invecchiamento della popolazione pone dei problemi, da un punto di vista dell’agenda politica. Basti pensare che sono stati due governi tecnici, quello di Dini prima e quello di Monti poi a riformare le pensioni».

È una situazione, questa, che nel corso degli anni, potrebbe ulteriormente peggiorare: «Il peso demografico dei giovani è destinato infatti a ridursi da noi più che altrove – scrive - e per converso è destinato ad accrescersi quello degli anziani. Nei prossimi decenni, assieme al Giappone, saremo il paese al mondo con struttura per età più squilibrata al mondo. Il che significa meno peso elettorale e politico dei giovani, e ancor più spesa sociale assorbita a parità di risorse, dalle generazioni più anziane».

I numeri raccontano, in effetti, un’evoluzione della demografica piuttosto preoccupante: oggi stando alle proiezioni dell’Istat, nel 2020 gli elettori over 65 supereranno gli under 35, e nel 2045 saranno due volte tanto. Peraltro, come ancora calcola Rosina, il peso elettorale dei sedicenni e dei diciassettenni sarebbe più o meno equivalente a quello degli over 85: «Perché – si chiede - nella decisione di chi è chiamato a responsabilità di governo o amministrazione locale i novantenni contino più dei diciassettenni». Tanto più, aggiunge, che «da qui al 2035 il peso dei primi è destinato comunque a diventare il triplo rispetto a quello dei secondi».

Il grande dubbio, semmai, è sulle reali capacità dei cittadini minorenni di esercitare consapevolmente un diritto delicato come quello di voto: «Sono d’accordo a concedere ai minorenni il voto alle amministrative, ma non alle politiche – osserva ancora Ceccanti -. Non credo che a un giovane di quell’età si possa chiedere cosa ne pensa delle scelte amministrative che hanno luogo nel suo comune. Ritengo, anzi, che sia un ottimo esercizio di educazione civica, propedeutico al voto politico». Al contrario, aggiunge «Credo sia presto per chiedergli un’opinione in relazione alle scelte relative al governo nazionale». Secondo Ceccanti la soluzione è un’altra: «Far votare i diciottenni extracomunitari nati in Italia, attraverso un uso temperato dello ius soli, potrebbe produrre dei riflessi sul voto, dando più spazio alle istanze delle generazioni più giovani».

Diversamente da Ceccanti la pensa Rosina, che al Future Forum di Udine ha recentemente dichiarato che «i paesi che considerano i giovani come una risorsa sono quelli che investono maggiormente in innovazione, formazione e ricerca, nonché in politiche attive del lavoro. E sono infatti i Paesi trainanti in Europa, quelli con meno diseguaglianze e quelli in cui i giovani lavorano di più e sono indipendenti prima». In altre parole, dar loro la responsabilità del voto potrebbe aiutarli a crescere, a scrollar loro di dosso l’etichetta di bamboccioni e ignoranti. Del resto, nonostante una scolarità di molto inferiore, nessuno pensava lo fossero i ventunenni cui venne concesso il diritto di voto nel 1948, o i diciottenni cui venne concesso nel 1975. Peccato che nessuno ci pensi, ora che è in discussione la legge elettorale.

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