Le case-fai-da-te dopo il fallimento cambiano modello

A causa di alcune esperienze negative sembrava che l’autocostruzione fosse archiviata. Non è così

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28 Novembre Nov 2014 1645 28 novembre 2014 28 Novembre 2014 - 16:45
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Farsi la casa da sé è la forma più estrema di fai-da-te. È una pratica diffusa in alcuni Paesi del Nord Europa, a partire da Regno Unito e Irlanda, e ha vissuto una stagione di gloria anche in Italia: gli anni del boom del mercato immobiliare, fine anni Duemila. Attratti dai possibili risparmi in molti ci hanno provato, appoggiandosi a cooperative appositamente create. Qualcuno ci è riuscito, qualcuno è sprofondato nella disperazione a seguito di fallimenti, il più famoso dei quali si è verificato a Filetto, nel Comune di Ravenna. Un’esperienza talmente negativa che sembrava aver messo una pietra sopra la costruzione partecipata delle abitazioni. Fino al risorgimento nella versione 2.0: a Senigallia, Ancona, è nato un nuovo modello, dove l’improvvisazione è minore e un consorzio si fa carico di formazione, rispetto dei tempi e dei costi e della responsabilità dei lavori. Tra Marche, Toscana ed Emilia-Romagna i progetti di questo tipo cominciano a essere molti. Anche perché i soldi pubblici ci sono. 

 

Milano e la via del fai-da-te per le case popolari

Quando Renzo Piano parla di architettura bisogna starlo a sentire. E qualche mese fa il più famoso dei nostri architetti ha usato una parola che sembrava un ricordo del decennio passato: autocostruzione. Ha parlato di processi partecipativi e aggiunto che su questi si può fare leva per risistemare le periferie. Si deve intervenire con bisturi, non con le ruspe, ha detto, non allontanando le persone dalle case ma facendole partecipare attivamente ai lavori. 

A Milano 50 famiglie potranno ristrutturare in proprio le case e saltare così la graduatoria

Sembra che a Milano il messaggio sia stato - almeno in parte - recepito. Nei giorni delle tensioni per gli sgomberi delle case popolari occupate si è saputo anche che 50 appartamenti sarebbero stati assegnati con priorità a chi era disposto a sistemare le abitazioni. Dall’assessorato all’urbanistica del capoluogo milanese confermano. È il primo caso in Italia e funziona così: sono state individuate 50 case che necessitano lavori dal valore non superiore a 7.500 euro (si parte da 5-600 euro) ed è stato fatto un primo bando senza dare dettagli su dove le case si trovino (“altrimenti sarebbero state tutte subito occupate”). Sono arrivate circa 300 domande, ne sono state pre-selezionate 150. In questa fase le famiglie stanno indicando a quali case sono interessate e si sta creando una mini-graduatoria per ogni abitazione. Una volta assegnate le case, le famiglie avranno qualche mese per sistemarle. Una volta che il Comune avrà fatto i controlli, i cittadini potranno entrarvi. Il costo dei lavori sarà detratto dal canone di affitto.

È solo una goccia nel mare dell’esigenza abitativa milanese, dove le persone in lista sono 23mila e dove il Comune conta 2.500 case sfitte su 28mila, a cui si aggiungono le 7mila abitazioni sfitte dell’Aler. Le case rimangono sfitte, confermano dall’assessorato, perché mancano le risorse per sistemarle. Uno spreco incredibile, a cui l’autocostruzione - o autorecupero - prova a porre rimedio. Per questo la prima sperimentazione, aggiungono dal Comune, sarà seguita da altri progetti simili. 

Bocche cucite, invece, dal Comune su un secondo progetto di autocostruzione, questa volta di intere case, di cui si è parlato di recente e che dovrebbe sorgere in zona 6. 

 

Il caso Alisei

Il bilancio di Alisei, fallita nel 2010, vede 14 casi molto problematici sui 22 promossi

Chi credesse che il fai-da-te nella costruzione delle abitazioni sia un prato disseminato di fiori, dovrebbe vedere il servizio che la trasmissione Le Iene ha dedicato ad Alisei Autocostruzioni srl e ad Alisei Ong. Non era il primo su Alisei Ong: nove anni prima ne avevano realizzato uno molto positivo, in cui si raccontava l’esperienza dei futuri abitanti delle case di un condominio a Ravenna e di come stessero tirando su i muri fra i quali avrebbero vissuto. A nove anni di distanza il nuovo servizio fa un bilancio dei 22 progetti realizzati da Alisei Autocostruzioni: «tre sono stati abbandonati, uno abbattuto, in due gli autocostruttori sono stati costretti a occupare le proprie case, per uno c’è una causa e in sette casi non è proprio partito nulla», per un totale di 14 situazioni a dir poco problematiche. Le telecamere hanno filmato le 16 case di Vimodrone, le 12 in due palazzine di Trezzo sull’Adda, le abitazioni di Filetto, a Ravenna e i due complessi dove chi costruiva ha finito per occupare le case, a Besana Brianza e Paderno Dugnano, dopo il fallimento di Alisei Autocostruzioni, nel 2010. 

Il caso di Filetto, a Ravenna, è forse il più noto, anche per un’inchiesta di Ruben H. Oliva del Corriere della Sera che ha raccontato la vita quotidiana molto difficile di chi ha partecipato ai lavori. Due dei tre progetti promossi a Ravenna sono stati portati a termine, anche se uno con l’intervento del Comune, a quanto si evince nel servizio del Corriere. 

Per questo servizio il Corriere della Sera, così come la trasmissione tv Lucignolo, sono stati querelati. Il motivo: aver sostenuto che ci fossero rapporti tra Alisei Ong - che si doveva limitare a far partire l’iniziativa delle autocostruzioni, senza gestire i flussi di denaro - e Alisei Autocostruzioni, società che ha incassato i finanziamenti e seguito i lavori. Dal 2004 il presidente di Alisei Autocostruzioni era Ottavio Tozzo, che fino al 2007 è stato presidente di Alisei Ong. La quale è attualmente presieduta dal fratello, Ruggero Tozzo. I ragazzi della cooperativa di Filetto - gli autocostruttori - avevano firmato i contratti di avanzamento e quindi la responsabilità del buco di bilancio è stata considerata loro. Ora il rischio - ha detto uno di loro a Le Iene, è che ora debbano pagare tre milioni di risarcimento al Comune.

Dal Comune di Ravenna non è stato finora possibile avere un commento sulla vicenda. Banca Etica, che aveva finanziato il progetto, ha detto a Linkiesta, con il vice-direttore generale Nazzareno Gabrielli, che nel caso del progetto andato male a Ravenna «di 14 soci della cooperativa ne erano rimasti solo tre. Mancava la materia prima per andare avanti. Il Comune ha ripreso lo stabile in mano, ha fatto un’offerta per altre case [ai soci della cooperativa]. Banca Etica ha avuto parte dei soldi dal Comune, il 60% del credito che aveva nei confronti della coperativa, il quale era sopra il milione di euro. Il Comune è ora proprietario dello stabile e lo porterà forse a compimento». 

 

Modello Senigallia

A Senigallia un progetto di autocostruzione è stato completato in un anno. Metà delle famiglie da bando sono extracomunitarie 

Questa serie di problemi ha gettato un’ombra su tutto il mondo dell’autocostruzione. Ma una nuova fase sembra essersi aperta. A Cesano, frazione di Senigallia, provincia di Ancona, dal 17 novembre 2012 venti famiglie vivono in un condominio autocostruito. Per metà sono famiglie extracomunitarie, da anni residenti in Italia, per metà comunitarie. Vivono su un terreno un tempo pubblico (inserito in un Peep, piano edilizia economica popolare), che il Comune di Senigallia ha venduto alle famiglie a un prezzo calmierato, nell’ambito di un progetto ministeriale finalizzato all’integrazione degli stranieri. Anche in questo caso c’è una cooperativa di autocostruttori (i futuri abitanti), “Le mani, per vivere insieme” e un soggetto che coordina i lavori. Si tratta di un’Ati che ha come capofila Abn Perugia, consorzio di cooperative sociali, e che ha visto impegnato nel progetto di Senigallia il Consorzio Solidarietà. «Il risultato è stato molto positivo - commenta Daniela Giuliani, architetto che ha seguito il progetto per il Comune di Senigallia -. Il valore aggiunto è dato dal fatto che persone di nazioni differenti abbiano collaborato e costruito una comunità a partire dalla casa. L’integrazione c’è stata ed è stata molto forte. La meraviglia, per noi che seguiamo i lavori pubblici, è che dopo un anno dall’inizio del cantiere le case erano pronte». Il lavori sono iniziati il 21 agosto 2011 e finiti il 17 novembre 2012.  

Ogni famiglia deve assicurare 20 ore alla settimana di lavoro

Caratteristiche di questi progetti, come altri precedenti, è che ciascun futuro abitante deve assicurare un certo numero di ore di cantiere alla settimana, in genere il sabato e la domenica. «Erano 20 ore a settimana per famiglia, che poteva far lavorare persone diverse - continua Daniela Giuliani -, c’erano anche molte donne, soprattutto straniere». A rendere contenuti i costi, continua, c’è stato il fatto che «gli autocostruttori cucinavano in cantiere per tutti e che le persone della ditta dormivano in oratorio». Dal punto di vista tecnico, la peculiarità è che «è stata realizzata una muratura portante con blocchetti autoportanti, tipo Lego, antisismici, più semplici da trattare del cemento armato». 

L’autocostruzione, aggiunge l’architetto, prevede una “bancabilità” e quindi c’è bisogno che chi costruisce abbia un reddito minimo. «Il fatto che ci fosse il supporto di Banca Etica ha fatto sì che ci fosse attenzione anche a chi ha un Isee molto basso, perché hanno una profonda conoscenza del territorio - spiega -. Uno degli elementi più interessanti dell’autocostruzione è che nella fase di realizzazione dell’immobile i mutui sono congelati, le famiglie pagano solo da quando abitano». 

Lucio Cimarelli, presidente di Consorzio Solidarietà, aggiunge che il costo per metro quadro è stato di 1.350 euro, «mentre all’epoca il prezzo sul mercato era il doppio». La differenza si è ora notevolmente assottigliata visto il calo del prezzo delle abitazioni. 

 

I nuovi progetti

Cinque nuove cantieri partiranno nelle Marche, uno ad Arezzo. A Bologna il primo caso di autorecupero residenziale

Cimarelli aggiunge che l’esperienza di Cesano di Senigallia sarà seguito da diversi nuovi progetti simili. «Un bando dello scorso aprile della Regione Marche, anche a seguito della nostra esperienza positiva - spiega - ha promosso l’autocostruzione e previsto fino a 50mila euro a fondo perduto per alloggio». Alla scadenza del bando, lo scorso 3 ottobre, sono stati selezionati cinque progetti, in alcuni casi su aree pubbliche e in altri su aree private. In tutti i casi è previsto un soggetto gestore e nei cinque progetti è stato scelto il Consorzio Solidarietà, o meglio l’Ati di cui fa parte guidata da Abn Perugia (quando su terreno pubblico con un altro bando). I progetti vedono in totale 71 case: 18 a Senigallia, 18 a Jesi, 12 a San Benedetto del Tronto, 15 ad Ancona e 8 a Ripe San Ginesio (Macerata).

A Senigallia si tratta dunque del secondo caso di autocostruzione. «Un privato ha messo a disposizione il terreno in cambio di due appartamenti - spiega l’architetto Daniela Giuliani -. È stata fatta una variante urbanistica, in zona di recupero». La particolarità è che sarà anche improntato sul co-housing, spiega Giuliani, con spazi comuni quali la lavanderia, un giardino, una semplice officina e uno spazio per far giocare i bambini e fare feste». Se ci sarà più del 20% di famiglie straniere è prevista una premialità. 

Se si allarga il raggio alle attività di Abn Perugia, si vede che un progetto da 16 alloggi è in corso a Terranuova Bracciolini (Arezzo), con un finanziamento della Regione Toscana da 640 mila euro per i cittadini, spiega Marco Gargiulo, responsabile Area Housing Sociale del Consorzio Abn. 

A Bologna c’è poi un nuovo tipo di intervento, chiamato “autorecupero”. «Si tratta di sono 10 immobili nel Comune di Bologna - continua Gargiulo -, tutti con più di 50 anni di età. Saranno demoliti e ricostruiti. Saranno ricavati 43 appartamenti, in due stralci. È il primo progetto di autorecupero a fine residenziale in Italia. Sarà finanziato in pool da Banca Prossima (gruppo Intesa Sanpaolo, ndr) e Banca Etica, con la garanzia per un terzo del valore della Fondazione Del Monte». 


 

Un’altra autocostruzione è possibile

Gargiulo sottolinea in ogni modo la differenza tra il modo di operare del suo soggetto e quello di Alisei («e delle sue filiazioni, che ci sono state», dice). A partire dal nome. «Preferiamo parlare di edilizia sociale partecipata, perché il termine autocostruzione si accompagna alla cattiva nomea di Alisei», commenta. Le differenze sono anche di sostanza. «Lasciare i lavori di una casa a dei perfetti principianti rasenta la follia - dice -. Meglio un’autocostruzione associata e assistita». I futuri abitanti partecipano al progetto, modificando spesso gli spazi interni e la finitura, e alla fase esecutiva. Ma la responsabilità dei lavori è in capo al Consorzio e non alla cooperativa. In altre parole chi andrà ad abitare nelle case non risponderà di eventuali problemi, spiega.

Gargiulo, Abn: «Siamo contro le “case bulgare”, gli abitanti devono poter scegliere come personalizzarle»

Altri elementi di innovazione riguardano i tempi: «chiediamo 900 ore di lavoro per 15-16 mesi, se sforiamo paghiamo una penale di 10mila euro al mese; con Alisei i lavori sono sempre durati almeno tre anni». Poi c’entrano i costi («diamo certezza sui costi, gli altri no») e la differenziazione: «Noi diamo la possibilità di scegliere tra diverse tipologie di case e di personalizzarle, nell’altro modello c’erano delle “case bulgare”, tutte uguali, che erano assegnate alla fine con sorteggio». Gli autocostruttori sono formati con un corso, fanno lavori da manovali e aiutano a tinteggiare. Per i lavori tecnici ci sono delle imprese inserite in una white list: «devono essere capaci di interagire con gli autocostruttori, disposte a lavorare il sabato e la domenica ed essere senbili ai costi. Nove su dieci scappano». I costi si abbassano rispetto al mercato, «ma chi dice che scendono del 50% dice una balla», conclude Gargiulo. 

 

Una nuova risalita?

Con queste formule il fenomeno dell’autocostruzione è di nuovo in ascesa? Sì, per Nazzareno Gabrielli, vice direttore generale di Banca Etica. «Oltre ai progetti di Abn Perugia ce ne sono a San Giovanni Marignano (Rimini), Gradara (Pesaro Urbino), Napoli e Perugia». Per Gabrielli «c’è stata una grande euforia alla fine degli anni Duemila. Ora l’esperienza si è consolidata. Si è perfezionato lo strumento e si è usciti da un approccio idealistico. La chiave del successo è sempre il coivolgimento dei soci delle cooperative di autocostruzione. Deve diventare uno strumento di partecipazione che coinvolga cittadini ed enti locali». Proprio come diceva Renzo Piano, che sarà anche consapevole, viste le esperienze passate, della necessità di tenere gli occhi aperti e mantenere il giusto scetticismo sul tema. 

 

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