Ripartire, per dar voce alla “generazione smarrita”

Se i giovani vogliono che l’Italia cambi, devono cambiarla. Noi de Linkiesta siamo con loro

2Lk Blu Web
30 Novembre Nov 2014 2315 30 novembre 2014 30 Novembre 2014 - 23:15
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Tre milioni e 140mila: è il numero dei disoccupati rilevato dall’Istat nel terzo trimestre di quest’anno. Nella storia d’Italia la disoccupazione non è mai stata così alta: ecco il piccolo record che ci portiamo a casa in quest’ultimo scorcio di 2014, quello che doveva essere l’anno dell’inizio della ripresa. 
 

Leggo questo dato oggi, al mio primo giorno da direttore responsabile de Linkiesta, e ripenso all’articolo che ho scritto dopo aver firmato il mio primo contratto con questa testata, lo scorso aprile: “Dieci motivi per credere nella ripresa in Italia“, si intitolava. Conservo ancora il messaggio che un amico mi scrisse allora: «Undici: la ripresa non c’è», c’era scritto. Aveva ragione lui.
 
In questi mesi, l’esercizio è stato capire cosa fosse andato storto. L’arrivo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi sembrava dover essere un ulteriore colpo all’acceleratore, dopo i segnali positivi di fine 2013. E invece gli 80 euro non avevano risolto, ma nemmeno mitigato, il crollo della domanda interna. E le esportazioni non ne avevano più controbilanciato il declino. E la produzione industriale si era arrestata. E il Pil era tornato a scendere. 
 
Una piccola risposta a questo quesito ce l’ha fornita Piero Angela, nella bella intervista che ci ha concesso una settimana fa, dopo che l’avevamo proposto come futuro Presidente della Repubblica. In Italia, ci aveva spiegato Angela «c’è la tendenza pericolosa verso il "pensiero magico", che funziona anche nella politica. Si dà ascolto a chi promette di risolvere problemi con la bacchetta magica, quando non è così che funziona». 
 
Intendiamoci: per quanto conti, l’atteggiamento che noi italiani abbiamo nei confronti dei problemi non è certo l’unica causa di tutti i nostri guai. Però, è vero, negli ultimi anni abbiamo sovente confidato nella bacchetta magica del taumaturgo di turno, si chiamasse Silvio Berlusconi, Mario Monti, o Beppe Grillo, o Matteo Renzi. Tecnico o politico, giovane o vecchio, sistema o anti-sistema, abbiamo di volta in volta confidato in qualcuno di questi leader, persuasi che ci avrebbero tirato fuori dai guai.
 
Anche Linkiesta ha solcato acque burrascose, in questi ultimi mesi. Una tempesta che, non credo sia un segreto, ha rischiato di metterne in serio pericolo la sopravvivenza. Se siamo ancora qui non è merito di alcuna magia, ma grazie a una duplice assunzione di responsabilità: quella dei soci del giornale, che hanno deciso di continuare a investire in questo piccolo esperimento di innovazione editoriale. E quella di una redazione giovane, curiosa e ricca di potenziale, che ha affrontato questi mesi con grande professionalità, lavorando ancora più duramente, pur tra mille difficoltà, per dare continuità al giornale.
 
Sono onorato che i soci abbiano scelto me, che di quella redazione faccio parte, per guidare Linkiesta, in questa nuova fase. E sono altrettanto onorato della fiducia e dall’entusiasmo che ho ricevuto dai miei colleghi.  In questo compito, raccolgo il testimone dalle mani di Marco Sarti - che ha retto con grande professionalità e passione il giornale in questi ultime due mesi - e di Marco Alfieri, che non ringrazierò mai abbastanza per aver avuto l’intuizione di re-inventarmi giornalista, da ricercatore che ero. In questa scelta, colgo soprattutto un monito, che vale per me, come per la redazione, per la mia generazione, come per l’Italia: che, se vogliamo emergere, dobbiamo avere il coraggio di prendere in mano le cose, di mettere alla prova dei fatti le nostre idee, di rischiare in prima persona. 
 
Abbiamo di fronte una sfida bella e difficile. Quella di ridare, nel nostro piccolo, fiato e speranza ai nostri coetanei. Un corpo sociale paralizzato, persuaso ormai da sei anni consecutivi di recessione di essere la generazione perduta, quella che guadagnerà meno dei propri genitori, che ne dissiperà la ricchezza prodotta dal dopoguerra a oggi, che è meglio che non faccia figli, per non dar loro un futuro misero.  Che scappa dall’Italia, se le va bene. Che si rifugia nella disillusione, nel disinteresse, nel non voto, se va male. 
 
Linkiesta che ho in mente è un giornale in grado, nel suo piccolo, di disinnescare l’ineluttabilità di questo destino. Che possa aiutare i suoi lettori a interpretare la realtà, dando loro più strumenti per cambiarla. Che possa raccontare loro le storie delle persone e delle piccole imprese che hanno messo il loro coraggio al servizio della modernizzazione, affinché servano da esempio. Che possa essere il megafono delle piccole e grandi ingiustizie che subiscono. Che possa combattere con coraggio e senza pudore per l’affermazione di princìpi, diritti, politiche. Che possa fare tutto questo con la massima chiarezza e il massimo rigore. Con il vostro sostegno, cari lettori e amici de Linkiesta, sono certo che ce la potremo fare.

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