Il Made in Italy? Non solo lusso e gusto

La machinery italiana è seconda solo a quella tedesca e giapponese. Nonostante i nostri limiti

Industria Meccanica
16 Dicembre Dic 2014 1000 16 dicembre 2014 16 Dicembre 2014 - 10:00
Messe Frankfurt

Per toglierci di mente il fatto di essere un popolo di santi, poeti, navigatori ci abbiamo messo parecchio tempo. Quanto ci vorrà per capire che il Made in Italy non è fatto solo di moda e cibo? Uno studio sulla meccanica italiana ci dà una mano a chiarire che non solo questa industria nel nostro Paese negli ultimi 20 anni ha fatto passi da gigante - ignorati non solo dai media ma dalle stesse istituzioni - ma può assicurare un futuro alle nostre produzioni e alla capacità di attrarre investimenti stranieri. La ricerca “10 verità sulla competitività - Focus machinery” è stata realizzata da Fondazione Symbola, Fondazione Edison e Unioncamere per la Fondazione Ucimu.    

Tra le “10 verità” almeno quattro riguardano la meccanica.

1- L’industria italiana del machinery è campione di export

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Fonte: Rapporto “10 verità sulla competitività - Focus machinery” . Per guardare il grafico ingrandito cliccare qui

Con 53 miliardi di surplus, l’industria italiana del machinery è terza nella graduatoria internazionale per saldo della bilancia commerciale, preceduta dai competitor tedeschi e giapponesi ma davanti ai cinesi e sud coreani. 

 

2- L’Italia è il secondo Paese più competitivo al mondo nel machinery

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Fonte: Rapporto “10 verità sulla competitività - Focus machinery” . Per guardare il grafico ingrandito cliccare qui

L’industria italiana del machinery occupa i vertici delle graduatorie mondiali di settore. Nella classifica di competitività calcolata sulla base del Trade performance Index, elaborato dall’International Trade Centre dell’Unctad/Wto, l’industria italiana della meccanica risulta seconda subito dopo quella tedesca. 

 

3- L’Italia è leader mondiale nella metà dei prodotti del settore meccanico

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Fonte: Rapporto “10 verità sulla competitività - Focus machinery” . Per guardare il grafico ingrandito cliccare qui

L’Italia risulta il Paese con il saldo attivo più alto per 62 prodotti dei 496 del settore meccanico nel commercio mondiale (indice Fortis-Corradini, Fondazione Edison). Se si estende l’analisi alle prime tre posizioni, l’industria italiana di settore risulta al top per ben 235 prodotti, circa la metà del totale. 

 

4- L’Italia è il primo competitor della Germania nel machinery

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Fonte: Rapporto “10 verità sulla competitività - Focus machinery” . Per guardare il grafico ingrandito cliccare qui

Le imprese italiane sono le migliori concorrenti delle tedesche. In fatto di saldo attivo l’Italia esprime performance migliori anche di colossi quali Cina, Giappone, Usa, precedendo la Germania, considerata il benchmark, nel calcolo del surplus commerciale per ben 179 prodotti afferenti al settore machinery e apparecchi meccanici. 

Di seguito le slide di tutto il rapporto:

 

 

La nascita della nuova meccanica

Come siamo arrivati a questi risultati? «Per la meccanica è stato un cammino molto lungo - spiega a Linkiesta Marco Fortis, docente di Economia industriale e del commercio all’Università Cattolica e vicepresidente della Fondazione Edison -. Nel dopoguerra sono state sviluppate fabbriche per le pompe, le rubinetterie, il valvolame, oltre alle industrie per la produzione alimentare e tessile. All’inizio si usavano macchine straniere, ma nel tempo siamo diventati autonomi e l’Italia è diventata esportatrice netta». I numeri hanno la loro importanza. «Nel 2012 - continua - il saldo commerciale era positivo per 50 miliardi di euro, nel 2013 era già salito a 70 miliardi di euro. Siamo dietro solo alla Germania, in termini di saldo commerciale, e poco dietro al Giappone, che però ha il doppio della popolazione». Questo perché «se in Cina devono aprire una fabbrica, pensano alle macchine industriali italiane».


I settori di cui è composta la “nuova industria”  derivano tutti dalle specializzazioni produttive del Dopoguerra. I più robusti? «Sono quelli dell’imballaggio e delle macchine utensili - risponde Fortis -, dove diverse aziende sono leader nel mondo e presidiano tante specializzazioni di nicchia: qui sta il contatto con la moda, la capacità di creare “macchine su misura”». Poi ci sono le macchine alimentari, come quelle per l’industria della pasta, e segmenti delle industrie delle macchine tessili, delle materie plastiche e della ceramica, dove le imprese italiane hanno ancora un ruolo primario nel mondo.

Nella nuova produzione l’Emilia Romagna, spiega Fortis, è all’avanguardia in due dei settori più importanti: da una parte rubinetteria e valvolame, sia per la casa che per l’oil & gas; dall’altra il packaging. «L’imballaggio - spiega il vicepresidente della Fondazione Edison - è una forza poco nota, che è dietro a una serie di investimenti in vari settori. La farmaceutica ha ad esempio visto crescere l’export in tre anni di 7 miliardi, una cosa che non si era mai vista. Questo perché la farmaceutica si avvale dell’imballaggio: una volta trovate le formule chimiche, è tutta una questione di dosaggio e confezionamento. Per lo stesso motivo a Bologna è arrivata la Philip Morris a produrre la nuova generazione di sigarette elettriche».
 

Nessuna consapevolezza

Che cosa comporta conoscere tutte queste informazioni sulla nostra produzione meccanica? Per Fortis è molto più di una questione di orgoglio. Lo scopo è farlo sapere sia ai mercati internazionali sia alle nostre istituzioni, che a lungo hanno sembrato ignorare le reali dimensioni del settore industriale. «Con Fondazione Symbola e Unioncamere c’è una comunità di vedute sull’esigenza di fare emergere i punti di forza dell’economia italiana, dato che quelli di debolezza sono stati sviscerati in tutti i modi», commenta il vicepresidente della Fondazione Edison. «I punti di forza sono sconosciuti sia a livello mediatico sia a livello istituzionale. Questo è un vulnus drammatico in Italia. Nella comunicazione ai mercati internazionali, non disporre di quello di che abbiamo di buono è un pregiudizio per il Paese. Tutto ciò ci impedisce di prendere misure di politica economica conseguenti». 

In quest’ottica l’Ucimu, l’associazione delle imprese del settore, darà agli associati dei materiali da distribuire ai clienti stranieri. L’iniziativa, spiega Fortis, si potrebbe allargare ad altri settori, a partire dall’arredamento. 


La scelta di dedicare lo studio all’industria deriva dal fatto che «di Made in Italy si sa molto di moda, cibo, vini, ma della meccanica si sa poco. Eppure abbiamo fatto passi da gigante negli ultimi 20 anni, superando la stessa Germania in alcuni segmenti». Qualche passo avanti nella comunicazione si vede, spiega: «per esempio, il sito del Tesoro ha una sezione dedicata al Pride & Prejudice, che attinge da molti dati fatti emergere nei nostri studi».

Secondo il docente della Cattolica «è inutile fare l’austerità senza spiegare cosa è stato ottenuto. L’avanzo primario nel 2014 e nel 2015 sarà superiore a quello della Germania. Dal 1992 l’Italia si è portata in avanzo primario, per far scendere il rapporto debito/Pil. Da allora abbiamo sempre avuto un avanzo primario, tranne che nel 2009, quando non lo ebbe nessun Paese. Con tutte le riforme fatte, e i sacrifici inenarrabili degli italiani, il debito non aumenterà di un centesimo, mentre negli altri Paesi tra 10 anni esploderà. Il debito implicito è basso. Di questo bisogna parlare e anche i tedeschi devono darne atto». 

 

Il futuro esiste

Se questo è il presente, è possibile sperare che l’industria meccanica regga anche in futuro? O l’avanzamento tecnologico di Paesi come la Cina renderà superflue le importazioni dall’Italia e dall’Europa in generale? “«Il futuro c’è - risponde Fortis -. È chiaro che bisogna muoversi sempre, altrimenti da metà classifica ci si ritrova in fondo. Nel settore lusso e dei beni per la persona e per la casa, all’estero c’è un’ossessione per il prodotto fatto in Italia. Questo metterà in difficoltà chi, tra i nostri industriali, ha spostato le produzioni all’estero. Il fatto che la Francia abbia comprato tanti marchi italiani dimostra che la produzione nel nostro Paese ha valore. È un valore inestimabile: il migliore investimento che oggi si potrà fare per i futuri 20 anni è installare una produzione oggi in Italia».

Secondo il professore di politica industriale è un errore concentrare l’attenzione sull’industria delle automobili, che «è legata a piattaforme produttive uniche nel loro genere». In altri settori meccanici l’Italia potrà essere ancora competitiva perché si «dove non c’è produzione seriale ce la possiamo fare. L’Italia utilizza poche macchine per fare le macchine, perché la componente del fattore umano è fondamentale. Non c’è la fabbrica fordista, ma ci sono dei team che tirano fuori una singola macchina costosissima,  pronta per essere data a un’industria. Come la Roche, nella farmaceutica, o la Boeing, a cui arrivano dei torni prodotti in provincia di Varese». 

Se in questi settori “non seriali” si mettono in filiera i piccoli fornitori italiani, si riesce ad avere più convenienza da una produzione italiana. «L’amministratore delegato di una grande industria meccanica, la Ima - spiega Fortis - di recente ha detto di aver riportato in Italia alcune produzioni perché i tempi di consegna erano migliori, la qualità maggiore e i costi inferiori. Sono scelte aziendali precise, che si possono attuare anche con un costo del lavoro superiore».

«In questo dossier – sottolinea Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola - c’è ben più che una replica a tanti falsi luoghi comuni. C’è un’idea di futuro per il l’industria meccanica che vale per tutta la nostra economia, esperienze che possono diventare l’avanguardia di un nuovo modello di sviluppo: più sapere e innovazione, meno risorse consumate e meno inquinamento, con ambiente e green economy che diventano driver del cambiamento. Su questo terreno l’Italia è in campo ed è forte se asseconda la propria vocazione a produrre bellezza e qualità, se riconosce i propri talenti e li accompagna con la ricerca e le nuove tecnologie. Non è affatto una sfida facile né scontata:  per farcela l’Italia deve fare l’Italia». 

 

 

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