Giovani talenti in fuga: non chiedete loro di tornare

I ragazzi italiani all’estero sono una risorsa preziosa per il Paese. Anche se restano oltre confine

Paracadutista Italiano 1
21 Dicembre Dic 2014 0900 21 dicembre 2014 21 Dicembre 2014 - 09:00

PERUGIA - A fine giornata lo chiamano tutti «il cinese». Federico Bonotto, 35 anni, vive a Shangai da nove. Vi si è trasferito nel 2006, lavorando come general manager per la Faist, un’azienda metal-meccanica umbra. È stato lui ad aprire le porte della sua azienda in Cina, a creare contatti, costruire opportunità di mercato. «Quando sono arrivato non riuscivo praticamente a fare nulla. Non conoscevo la lingua, non sapevo come muovermi». La sera, racconta Federico, «mi trovavo al ristorante con un gruppetto di expat italiani, tutti mandati a Shanghai dalle rispettive aziende. E ci piangevamo addosso perché avevamo tutti le stesse difficoltà». Finché i sei ragazzi non decidono di unire le forze e di aiutarsi a vicenda per risolvere i problemi più pratici: cercare capannoni, trovare personale di fiducia, muoversi tra la burocrazia del posto. Le cose diventano man mano più facili. Tanto che dalla collaborazione nasce una associazione, una sorta di pronto soccorso agli italiani che negli anni successivi sarebbero arrivati a Shanghai per affari (dai 500 del 2006 ai 10 mila attuali). Oggi Federico Bonotto detto «il cinese» è il direttore della Camera di commercio italiana a Shanghai, parla il cinese fluentemente e il 19 dicembre ha raggiunto la città di Perugia, in Umbria, per dimostrare quello che i giovani espatriati italiani, i “cervelli in fuga”, possono diventare per il nostro Paese: utilissimi ponti tra mondi spesso ancora troppo lontani fra loro. Nessun obbligo di ritorno, dunque. Sono preziosi dove sono.

Basta retorica della fuga

«C’è una retorica della fuga da sgomberare», spiega Alessandro Rosina, docente dell’Università Cattolica di Milano e organizzatore di MeeTalents, il meeting - come lo definisce lui - «che invita le istituzioni e le aziende italiane all’ascolto dei talenti espatriati». Con una prima edizione a Milano e una seconda a Napoli, nel 2014 il professore per la terza volta ha chiamato a raccolta i giovani espatriati eleggendo Perugia come punto di incontro, la capitale di una regione, l’Umbria, «scelta come premio alle iniziative fatte per sfruttare le potenzialità del fenomeno migratorio».

«Se avessi un’offerta di lavoro da Amsterdam, o Londra o altrove, penserei che si tratta solo di cambiare città, non Stato», interviene Veronica, una giovane ragazza polacca che ha studiato per otto anni a Perugia ed è stata inviata dalla regione Umbria nel suo Paese di origine per stabilire utili contatti con le imprese e promuovere Perugia e le sue eccellenze. «Non dobbiamo vedere come un dramma il fatto che i giovani si spostano, anzi, sono una ricchezza».

La mobilità internazionale, spiega il professore, è un «valore positivo, che va incoraggiato, ed è sempre più nelle corde delle nuove generazioni». Piuttosto, continua, ci dobbiamo preoccupare di altro. Del fatto che la mobilità (cresciuta nel 2013 del 20% rispetto all’anno precedente) aumenta soprattutto tra i più giovani, laureati e più qualificati.

E in particolare che al flusso di chi esce non corrisponde un flusso altrettanto significativo di capitale umano in ingresso. «Le economie più avanzate sono in guerra tra loro per attirare il maggior numero di talenti. Cosa sta facendo l’Italia in questo senso?», provoca Rosina che denuncia la carenza di spazi e opportunità concessi ai giovani, con il rischio di lasciarli scivolare in una spirale negativa. «In Italia i giovani sono forzati a rivedere al ribasso le proprie aspettative e potenzialità. Oppure sono spinti a partire».

I talenti all’estero sono ponti da valorizzare

«Col senno di poi, devo ammettere che abbiamo sbagliato nome», dice una delle organizzatrici di Brain Back Umbria (letteralmente: «Cervelli a Casa Umbria»), il programma con cui Perugia prova da tre anni a valorizzare il fenomeno della migrazione di giovani laureati. Già, perché se all’inizio l’idea era quella di far tornare chi se ne era andato, oggi si lavora soprattutto per far sì che i talenti nostrani restino all’estero. «Abbiamo sottoposto i nostri expat a un questionario», spiega Anna Ascani, dell’Agenzia Umbria ricerche. «L’80% di loro ci ha detto di essere disposto a collaborare con la Regione dall’estero per mettere a frutto le abilità acquisite fuori Italia. Il 50% invece dice di voler rientrare, ma a determinate condizioni». Con un primo bando che metteva a disposizione in totale 200.000 euro più l’assistenza burocratica gratuita, Perugia è riuscita a portare a casa 11 ragazzi che in Umbria hanno aperto una loro attività in proprio. Ma dal 2014, la regione ha concentrato sforzi e risorse anche nell’altra direzione: ha avviato un progetto con cui mettere in contatto giovani espatriati e imprese umbre. «Siamo partiti da uno dei nostri settori di punta, quello agroalimentare. E abbiamo fatto in modo che 15 umbri volati in Texas, Argentina, Brasile e altrove, conoscessero 25 aziende locali interessate alla promozione dei loro prodotti all’estero. Abbiamo costruito una rete di contatti e di collaborazioni che nei prossimi anni espanderemo anche ai settori di eccellenza locale, dalla chimica verde al tessile-abbigliamento», spiega Ascani.

Un’idea simile è alla base del progetto bellunoradici.net, un social network creato dall’Associazione Bellunesi nel mondo diretta da Marco Crepaz. Nata negli anni Sessanta per supportare la generazione di bellunesi che in quegli anni lasciava l’Italia in cerca di lavoro all’estero, oggi l’associazione si reinventa e diventa strumento di supporto per le decine di laureati che dalla provincia vanno a cercar fortuna oltre confine. Bellunoradici.net funziona come un social network, con l’obiettivo di far incontrare le aziende locali (tra cui anche Luxottica) con gli expat, perché dall’estero diventino strumenti di promozione o sviluppo delle imprese italiane.

I nostri cervelli in fuga, detto in altre parole, stanno diventando una rete alternativa a quella di fiere, enti, istituzioni pubbliche che promuovono l’Italia e le sue imprese all’estero. Nodi con cui il Paese possa diventare più influente oltre i suoi confini, in un’ottica «transnazionale» del lavoro.

Come attrarre cervelli stranieri

«Siamo 60 milioni di italiani, lo 0,8% della popolazione mondiale, ma tutto il mondo ci osserva», attacca Gabriele Galatioto della Pashmere, un maglificio artigianale che da 150 anni produce filati pregiati in una regione, l’Umbria, dove si trova uno dei principali distretti del cashmere al mondo. «Gli stranieri amano il nostro stile e guardano come ci vestiamo». L’introduzione di Galatioto pare fuori luogo ma è centrale. Perché se occorre trovare una soluzione all’enorme gap che si apre tra giovani italiani in fuga e assenza di capitale umano straniero in ingresso, la realtà composita dell’artigianato italiano è sicuramente una risposta fruttuosa.

La scorsa estate, la Pashmere ha ospitato per un tirocinio una ragazza tedesca. «Le abbiamo messo a disposizione filati, macchinari e prodotti. Una volta tornata a casa, con il bagaglio di conoscenze raccolte qui da noi, ha creato la sua collezione di maglieria», racconta Galatioto. Sempre alla Pashmere, è stata ospitata per sei mesi una ragazza francese (nell’ambito del progetto Odissea, uno scambio lavorativo tra giovani europei), inserita nel settore commerciale. «Rientrata a Parigi ha iniziato a dirigere un negozio con 28 dipendenti».

C’è un bacino di sapere artigianale di altissima qualità che l’Italia può offrire ai giovani talenti di tutto il mondo, interessati in particolare al design, alla moda, e alle lavorazioni più raffinate, «che riescono ad essere uniche e pregiate solo in Italia, grazie alla frammentazione e alla diversità del suo territorio». Ne è convinto Riccardo Stefanelli della Brunello Cucinelli, azienda che esporta esporta i suoi prodotti di lusso in oltre 59 paesi del mondo: «Non potremmo raggiungere l’eccellenza di certi tipi di lavorazione se ci fosse troppa standardizzazione e la perdita dei piccoli laboratori artigianali, che invece mantengono flessibilità e manualità proprio grazie alle dimensioni ridotte. Noi italiani rappresentiamo un mondo diverso, non standardizzato, ed è questo che all’estero viene apprezzato».

Serve una rivoluzione imprenditoriale

Michele Bruni è rientrato da poco in Italia dopo una vita da espatriato, tra Nord e Sud America, ed Europa. A Perugia ha aperto insieme alla moglie e ad altre due socie Autentica, una start up che si è nutrita delle risorse messe a disposizione da Brain Back Umbria. «Organizziamo percorsi tematici per turisti stranieri ritagliati sulle loro necessità, che possono essere l’interesse verso il mondo sartoriale umbro, quello artistico, o verso i real estate», racconta Michele che a 37 anni prova deciso imbarazzo ad essere definito, solo in Italia, ancora «giovane». Rientrare a Perugia dopo dieci anni, spiega, non è stato per nulla facile. «Anche se all’estero ho avuto grossi incarichi di responsabilità, in Italia sono ancora il giovane cui si dice: “Devi capire che...”». Ma al suo paese di origine guarda con occhio critico anche da imprenditore. «Se vogliamo attrarre le eccellenze straniere, dice, dobbiamo lavorare sulle infrastrutture. Quelle sociali, perché c’è ancora troppa poca collaborazione tra gruppi chiusi su di sé. Fisiche, intese come servizi alle famiglie, scuole, ma anche spazi per la collaborazione, come i coworking». E soprattutto finanziarie, visto che «il settore bancario e pubblico in Italia non hanno prodotti finanziari che rispondono ai profili di rischio di piccole start up o Pmi».

Bruni chiede al suo Paese anche una grossa apertura al futuro. «Occorre dare vita a imprese che sappiano rispondere ai problemi globali del futuro: l’energia, l’ambiente, le disuguaglianze: sono questi i settori in cui fare innovazione, perché questi sono attrattivi anche per i talenti stranieri».

«Si dia il via a politiche industriali illuminate in settori che fanno la differenza: green economy, biotecnologie, agricoltura più avanzata. Solo così si creano opportunità di lavoro attraenti», aggiunge il professor Rosina.

Dal palco piovono anche provocazioni. Claudio Carnieri, Presidente dell’Agenzia Umbria Ricerche, lancia due grossi punti di domanda a Luigi Bobba, sottosegretario del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali invitato al meeting: dove possono trovare lavoro i talenti italiani e stranieri di altissimo livello in un paese che «investe in ricerca e sviluppo l’1,1% del Pil, cifre ancora distanti da Francia, Germania, per non parlare della Finlandia?» Cosa fare di fronte al «recente comunicato dell’Istat che racconta la diminuzione della presenza di multinazionali in Italia, per la prima volta dopo molti anni?» «Quale modello produttivo abbiamo in mente?» Ciò che davvero serve, secondo Carnieri, è una «rivoluzione imprenditoriale», che renda il paese capace di affrontare le frontiere dell’alta tecnologia. «Solo così ci può essere spazio per i talenti».

Imparare a gestire il talento dei giovani

Cosa trovano all’estero i giovani talenti in fuga che l’Italia non sa offrire loro? «Glielo abbiamo chiesto», risponde pronto il professor Rosina. «La prima cosa è l’essere messi in un contesto che riconosce il loro valore e che li mette nelle condizioni di lavorare bene. Vale a dire strumenti adeguati, investimenti, contesto che li supporta nella realizzazione delle idee. Insomma, essere messi nelle condizioni di fare. È questo ciò che trovano all’estero». La remunerazione, a sorpresa, non è così importante. «All’estero percepiscono anche il 50% di salario in più, ma questa non è una delle loro priorità. Piuttosto, chiedono meritocrazia e la possibilità di una carriera veloce, senza dover stare inutilmente in coda».

«Il talento è diversità. È essere fuori dagli schemi, e bisogna saperlo gestire», interviene l’assessore Michele Fioroni del Comune di Perugia, con delega allo Sviluppo economico. «Spesso non risponde bene alle gerarchie, non accetta le regole. Ma il nostro paese non deve farsi prendere dalla sindrome di Roberto Baggio, dice, uno dei giocatori più geniali e fantasiosi della storia del calcio, ma pronto a mandare in panico qualsiasi allenatore proprio per il suo essere atipico, incapace di stare dentro un ruolo preciso». Quel che l’Italia dovrebbe far crescere sono, per Fioroni, dei talent scout capaci di riconoscere i talenti ma anche di gestirli e accompagnarli nel percorso di crescita.

Ragazzi bloccati nella nebbia del sistema Italia

E invece, quel che accade con frequenza ai giovani italiani è il ritrovarsi immersi in una gran nebbia. Mancano, in particolare, politiche attive che accompagnano i ragazzi nei momenti cruciali della scelta. «Un terzo dei ragazzi che abbiamo intervistato, alla domanda “Se tornassi indietro faresti lo stesso percorso di laurea?” ha risposto “No”», dice Rosina. «Significa una sola cosa: i giovani sono abbandonati a loro stessi nel momento decisivo della scelta. Come si dissolve questa nebbia? «Finanziando politiche attive che mettano al centro la formazione e i servizi per l’impiego». Ma la crisi sta trasformando l’Italia in un Paese in cui ci si chiude a difendere privilegi e ricchezze acquisiti, e la redistribuzione delle risorse pubbliche si fa sempre più difficile. «Se non ho a disposizione risorse nuove, l’unica cosa che devo fare – spiega Rosina – è riallocare quelle già stanziate. Togliere un euro da un posto in cui faccio meno costo sociale e metterlo dove possa rendere di più, in termini di produzione e crescita. Ma in Italia tutte le volte che si dice: tolgo di qui per mettere di là, poi i soldi spariscono. È accaduto con l’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne, ad esempio. Gli introiti derivanti da maggior numero di anni lavorati dalle donne dovevano servire a finanziare politiche di conciliazione. Chi ha più visto quei soldi? In questo Paese non c’è nessun patto che tenga. Ma in una società che non sa creare un contesto di fiducia, nessuno concede più nulla, e tutti si mettono sulla difensiva». Giovani compresi. Che le energie le tengono per sé o vanno a spenderle altrove.  

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