Al Sisi, non basta un discorso per cambiare l'Islam

Il presidente egiziano vuole un Islam più aperto, ma nel paese la blasfemia è ancora reato

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15 Gennaio Gen 2015 0015 15 gennaio 2015 15 Gennaio 2015 - 00:15

Sulla conservatrice Fox News, domenica scorsa, l’editorialista George Will (premio Pulitzer nel 1977) ha toccato alte vette di retorica: «Al Sisi meriterebbe il Nobel per la Pace». Un’iperbole, trattandosi di un leader che ha preso il potere in Egitto con un colpo di Stato, e per il quale la libertà d’espressione è un optional: si può usare sì, ma solo nella giusta direzione - laddove ‘giusto’ equivale a dire filo-governativo. Eppure il suo «atto di estremo coraggio», come l’ha definito Will, continua a fare discutere - più in Occidente, è onesto riconoscerlo, che in Medio Oriente - e non si esita ad estrarre dal vocabolario l’aggettivo «storico».

I fatti sono questi. Il primo gennaio il presidente egiziano prende la parola davanti agli imam dell’università al Azhar del Cairo, il centro culturale più importante del mondo sunnita. Rivolgendosi esplicitamente a loro, «ai chierici religiosi», pronuncia un discorso che assumerà un significato ancora più forte, e sinistro, alla luce dei fatti di Parigi. Alcuni estratti dell'intervento di al Sisi vengono tradotti in inglese, circolano in rete, grazie all’arabista Raymond Ibrahim, e riempiono le colonne di alcuni media internazionali. Perché?

Lo si capisce già dalla premessa del generale. «È inconcepibile - dice al Sisi - che la dottrina da noi considerata maggiormente sacra faccia in modo che l'intera Umma (la comunità islamica, ndr) sia una fonte di ansietà, pericolo, uccisioni e distruzione per il resto del mondo». Al Sisi, islamico devoto ma nemico giurato dell'Islam politico - sotto il suo regime, i Fratelli Musulmani sono tornato fuorilegge, come all'epoca di Mubarak - prende dunque di mira non la religione nel suo complesso, quanto l'interpretazione che ne viene data, e lo esplicita ancor di più nel passaggio successivo: «Questa dottrina - non sto dicendo religione, ma dottrina - questo corpus di testi e di idee che abbiamo sacralizzato nel corso dei secoli, fino al punto che prendere le distanze da esse è diventato quasi impossibile, si sta inimicando il mondo intero. Si sta inimicando il mondo intero!».

 

Insomma, la lettura del Corano, le idee che si sono sedimentate nel corso del tempo, diventando patrimonio comune dell'Islam, hanno creato le premesse per un antagonismo tra la comunità musulmana e il resto del pianeta. Un'assurdità, ribadita dall'affermazione seguente: «È mai possibile che un miliardo e seicento milioni di persone possano pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei sette miliardi di abitanti del mondo? No, è impossibile».

Nella costruzione di questo corpus dottrinario i chierici del Cairo hanno avuto una parte non indifferente, il che spiega perché al Sisi abbia scelto una simile platea per il suo discorso: «Sto pronunciando queste parole qui, ad al Azhar, davanti a questa assemblea di studiosi e di ulema, e quello che vi sto dicendo non lo potete comprendere se rimanete intrappolati all'interno di questa prospettiva mentale». E ancora: «Avete bisogno di uscire al di fuori di voi stessi, in modo da essere in grado di osservare e riflettere da una prospettiva più illuminata».

Una religione illuminata. Un Islam che non sia più sinonimo di oscurantismo. Quello che il presidente egiziano chiede agli imam è un movimento copernicano, una radicale trasformazione di quella dottrina che, facendo coincidere religione e politica, non prevedendo spazi se non per la Umma, ha costruito un fondamento ideologico per il jihad. In una parola, al Sisi chiede una vera e propria rivoluzione: «Lo dico e lo ripeto nuovamente. Abbiamo bisogno di una rivoluzione religiosa. Voi, imam, siete responsabili di fronte ad Allah. Il mondo intero, ribadisco, il mondo intero sta aspettando il vostro prossimo passo, perché la Umma si sta lacerando, si sta distruggendo, si sta perdendo. E lo sta facendo con le sue stesse mani». Affermazione, quest’ultima, impegnativa, perché si oppone alla narrativa, così popolare, dell’Islam come vittima dell’Occidente e delle sue manovre.

Certo, quello di al Sisi non è un manifesto liberale, né potrebbe esserlo, dal momento che l'Egitto non è un campione di libertà e diritti. L'università al Azhar, poi, malgrado abbia conservato un suo prestigio, non è una sorta di Vaticano dell'Islam, e sono altri i predicatori che oggi influenzano le masse, all'interno della Umma. Ma il quesito posto dal presidente egiziano resta cruciale. Cosa succederebbe se gli imam scomunicassero non solo il terrorismo ma le sue basi ideologiche? Un passo ulteriore, insomma, rispetto a quanto richiesto da papa Francesco, che prima di partire per l'Asia, in un incontro con i diplomatici accreditati presso la Santa Sede, ha chiesto ai leader politici e religiosi mondiali, «specialmente quelli musulmani, di condannare ogni interpretazione fondamentalista ed estremista della religione che pretende giustificare gli atti di violenza».

«A cosa si riferisce al Sisi, quando parla di ripensare il corpo dei testi resi sacri nel corso del tempo?», si chiede Mark Movsesian, direttore del Center for Law and Religion della St. John’s University School di New York.  Per secoli, scrive, la maggior parte degli studiosi islamici hanno chiuso le porte della cosiddetta ijtihad,  (ossia l’elaborazione di norme a partire dalle scritture), sostenendo che la fiqh (la giurisprudenza) avesse raggiunto la perfezione. In che senso, allora, si può sviluppare una nuova interpretazione? Forse riguardo ai rapporti tra la Umma e i fedeli di altre religioni, in particolar modo i cristiani?

Al Sisi è tutto fuorché un novello Luther King, ma la mossa di intervenire personalmente alla veglia del Natale copto, celebrata la sera del 6 gennaio nella cattedrale di San Marco al Cairo, è stato letta come un segnale di apertura nei confronti di questa comunità. Nello stesso Egitto,  però, è vietato il rifiuto esplicito della religione – proprio due giorni fa un ragazzo ateo ha subito una condanna di tre anni - e la blasfemia è considerata ancora oggi un reato grave, come nella stragrande maggioranza del mondo islamico.

Sul New York Times l’opinionista Mustafa Akyol scrive che il punto sta proprio qui: non solo condannare il terrore, ma reinterpretare la posizione dell’Islam riguardo al concetto di blasfemia (quello che ha portato gli jihadisti a condannare a morte i vignettisti di Charlie Hebdo). David D. Kirkpatrick, sullo stesso giornale, ha sintetizzato in maniera impeccabile tutte le questioni che oggi attraversano il mondo islamico, e non solo: «La violenza è il prodotto dell’ideologia o del risentimento? Cosa ha a che fare l’Isis con il messaggio di Maometto? Il Corano è più intrinsecamente violento rispetto ai testi sacri di altre religioni? Lo stesso [Raymond] Ibrahim, ad esempio, sostiene che i passaggi violenti della Bibbia sono descrittivi, quelli del Corano prescrittivi».

Gli attentatori di Parigi, se possono certamente essere definiti dei terroristi, erano d’altro canto motivati da quella lettura dell’Islam che al Sisi vuole superare. Il presidente egiziano suggerisce che il primo passo non debba venire dalla politica, ma dai chierici, e che solo così il mondo musulmano potrà trovare un modus vivendi con la modernità.

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