Le auto da sogno ora si fanno a Napoli

La 427 sarà prodotta da Puritalia a Casalnuovo. “Niente soldi pubblici e approccio sartoriale”

Puritalia 427 Ext 2
19 Gennaio Gen 2015 1245 19 gennaio 2015 19 Gennaio 2015 - 12:45
WebSim News

In quella pianura napoletana dove un secolo fa il geniale ingegnere Nicola Romeo immaginava quei motori che avrebbero scritto la gloria dell’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili («Quando passa un’Alfa mi tolgo il cappello», diceva il vecchio Ford, in omaggio alla creazione del suo collega italiano), proprio lì sta nascendo una nuova casa automobilistica che porta in Italia il sogno a quattro ruote americano: le roadster, i bolidi sportivi esaltati nelle linee della leggendaria Cobra, la granturismo sportiva del ’61 creata dall’ex pilota e poi imprenditore Carroll Shelby, l’unica vettura che sapeva battere allora la Ferrari.

Puritalia, così si chiama la start-up dei motori partenopea, nasce per volontà di Paolo Parente, imprenditore 37enne del settore informatico, fondatore e amministratore della E-Dea. Sede in via Toledo, cuore di Napoli; cervello nell’area industriale di Casalnuovo, presso la E-Dea, vicino all’Adler (grosso gruppo internazionale attivo nei componenti e sistemi per l’industria del trasporto) e a un tiro di schioppo dalla Fiat di Pomigliano d’Arco.

Parente, proprio ripensando ai gioiellini di Shelby, ha dato il La all’iniziativa: sono pronti i prototipi della 427, una roadster ridisegnata in chiave moderna, con tecnica artigianale tutta italiana, che sarà prodotta in 427 esemplari per essere venduta a partire dal prossimo anno, al prezzo di 180mila euro (ci sono già 35 richieste, tutte straniere; 250 vetture saranno destinate solo a mercati extraeuropei). «Quando è nata, ormai quattro anni fa - spiega Parente - Puritalia non è venuta fuori come progetto industriale, ma come pura passione. Mi piacciono le auto d’epoca e quando lavoravo qualche tempo fa in America, ebbi modo di comprare una replica della Cobra: le rifanno ancora, fedelmente all’originale. Bellissime auto, ma inevitabilmente datate: scomode, niente servosterzo, niente servofreno. Da lì l’idea di fare una macchina di quel tipo, ma con la tecnologia e l’evoluzione di oggi, conservando l’approccio di Shelby alla costruzione, cioè prendendo il meglio sul mercato».

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Il prototipo della 427 di Puritalia 

La 427 ha un motore Ford Modular, gli ammortizzatori a gas Bilstein, i freni Brembo, i sedili Recaro, i cerchi Hre, le molle Eibach...«Made in Italy vuol dire idea, pensiero, stile, non può essere autarchia. Abbiamo scelto i prodotti migliori sulla scala internazionale. Poi tutto finisce nelle mani di artigiani italiani, attivi qui nell’area industriale di Napoli Est. Offriamo anche un servizio che chiamiamo Sartoria, cioè la personalizzazione fin nei dettagli della vettura. Assembliamo la macchina in uno spazio di un’azienda aeronautica: dopotutto costruire una macchina come la 427 ha più che a vedere con un piccolo aereo che con una Fiat, per la tecnologia impiegata e per il lavoro di rifinitura e perfezionamento che è richiesto nelle diverse fasi di creazione».

Finora la 427 si è vista solo su alcune strade di Napoli, a spasso nella sua periferia orientale, o sulla pista prove di Capodichino dove si testano i velivoli. Alla guida, il suo ideatore: «La cosa più bella, più del vento in faccia, più dell’accelerazione vertiginosa, è la faccia della gente quando parcheggi e ti si avvicina per domandare stupita: “Ma che macchina è? Una Ferrari non è... è una Porsche?” Sembra un oggetto alieno... Purtroppo in Italia non ci sono piccole case automobilistiche come se ne contano in America, o in Inghilterra, dove saranno almeno una cinquantina, a fare poche strepitose auto... Da noi c’è solo la grande industria, il che vuol dire sostanzialmente monocommittenza nell’indotto per progetti di lunga serie... Ecco perché abbiamo dovuto rivolgerci soprattutto all’estero per approntare la macchina».

Dall’ideazione al primo telaio sono passati due e mezzo. Il tempo adeguato perché venisse fuori il disegno migliore dalla mano del progettista Fabio Ferrante, italiano trapiantato a Brooklyn: «Fabio lo conoscevo, sapevo che aveva lavorato con Bertone, Pininfarina... Purtroppo molti giovani talentuosi all’interno di grandi team non riescono a veder maturare pienamente il loro mestiere. Credo che abbiamo offerto un’occasione che il mercato di oggi, specie in Italia, non dà a nessuno». E intanto Puritalia (sei dipendenti interni, più una serie di collaboratori) lavora al prossimo progetto: la costruzione della GTQ, una gran turismo. Il piano è portarla a realizzazione nel 2018: «La GTQ è un passaggio fondamentale per noi. Se la 427 vuol essere il nostro biglietto da visita sul mercato internazionale, col secondo progetto entriamo proprio nel cuore dell’impresa, cioè innovare sui motori. L’idea è lavorare sulla motorizzazione ibrida benzina/elettrico applicandola a 4 ruote motrici: le anteriori guidate dall’elettrico, le posteriori dal motore a benzina. L’armonizzazione del funzionamento avviene by wire, cioè un cavo, e cioè un cervello elettronico. Attraverso una serie di sensori la trazione è ripartita in maniera efficiente offrendo una gestione intelligente della guida. È un’idea innovativa, su cui sono a lavoro anche grandi gruppi come la Porsche: crediamo possa maturare in buone opportunità, vorremmo portarla su mercato a costi più bassi».

Una sfida che corre sulle quattro ruote, proprio mentre il settore auto dà segnali di ripresa e Sergio Marchionne annuncia nuovi investimenti negli stabilimenti Fiat del Mezzogiorno.

«Quando mi chiedono come mi trovo a fare impresa a Sud, rispondo che è esattamente come altrove. Il problema non è Sud o non Sud, stare oppure o no in Campania, ma lavorare solo per la Campania, solo per il Sud, o non piuttosto internazionalizzare, guardare fuori». È la filosofia alla base di E-Dea, il “primo” mestiere di Parente. Fondata nel 2001, una cinquantina di dipendenti a Napoli (per lo più ingegneri informatici), si è ricavata uno spazio importante soprattutto nel Nord Europa e nel Nord America (hanno sedi anche a Londra e a Vancouver) nei sistemi di sicurezza, tariffazione, check-in nell’ambito della logistica, dei terminal, del trasporto marittimo.

«In pratica - spiega Parente - noi sviluppiamo software e poi vendiamo le licenze, oltre ad assistere i nostri clienti con i nostri sistemi da remoto. Siamo in pratica in tutti i porti d’Italia, tranne Napoli, non mi chieda perché... Stando alla nostra esperienza, la scelta giusta e forse obbligatoria oggi è specializzarsi e staccarsi dalla logica del finanziamento pubblico che ha invece sostenuto e sostiene ancora molta impresa meridionale. Basta col vittimismo, con l’aiuto dal cielo e pure con la diffidenza reciproca. Sarebbe il caso di aprirsi e soprattutto sganciarsi dallo Stato che ti dà ossigeno, perché appena finisce quell’ossigeno sei finito. La nostra unica esperienza di questo tipo, fatta col Cnr per un progetto sui porti attraverso i fondi del Por Campania, è stata un fallimento. Abbiamo visto quei soldi dopo sette anni, ma solo perché la Regione li ha presi dal Por successivo, in quanto a suo tempo i soldi erano serviti per le spese della macchina, scambiati per una specie di ammortizzatore sociale, creando una catena di Sant’Antonio in cui l’ultimo della fila alla fine non prenderà niente. Risultato di quel progetto? Nessun esito, eppure poteva essere interessante...».

Continua Parente: «Per fortuna gli affari ci vanno bene e questo ci consente di rimanere a Napoli... Ma offerte di investitori per portare tutto all’estero ce ne sono state ed è inutile nascondere che se avessimo mai delle difficoltà saremmo obbligati a valutare quella scelta: sarebbe proprio una questione di sopravvivenza. Dopotutto noi che abbiamo sedi anche all’estero la differenza la vediamo scritta ogni mese sulle carte dell’amministrazione, sulle buste paga... Non parlo tanto delle tasse, l’aliquota al 32% ci può stare, ma del costo del lavoro: un dipendente che in Italia prende 2mila euro netti all’azienda ne costa 5mila, negli Stati Uniti meno di 3mila. Per non dire dell’Irap, che a un’azienda come la mia che non ha macchinari non costa il 3 ma il 18%, perché non si può detrarre nulla dei costi del personale... Queste credo che siano le priorità per rilanciare davvero la nostra impresa, al Sud come al Nord. Bisogna consentire alle aziende, specie alle nuove, di poter camminare».

E, perché no, nel caso anche di correre.

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