La letteratura si nutre di letteratura

Contano solo le storie, che funzionano così, per variazioni, reinvenzioni, plagi e copiature

Labirinto Letteratura Jorge Luis Borges 0
25 Gennaio Gen 2015 1530 25 gennaio 2015 25 Gennaio 2015 - 15:30

Due sono i fatti che mi portano alla compilazione — dico “compilazione”, e non è un caso, lo capirete arrivando in fondo — di questo articolo. Il primo è l’accusa di plagio mossa a Umberto Eco, che, a quanto dimostrano Luigi Mascheroni e Matteo Sacchi in un articolo apparso su Il Giornale mercoledì 21 gennaio, ha copiato qualche passo del suo ultimo libro, Numero zero, edito da Bompiani, direttamente da Wikipedia.

Il secondo è la ripubblicazione di uno strano racconto di Michele Mari intitolato Le fonti del Mondo — pubblicato per la prima volta nell’estate del 2014 sulle pagine di Vanity Fair — un racconto che elenca le fonti da cui Jimmy Fontana si sarebbe fatto ispirare per scrivere la sua canzone, una serie di fonti — tutte molto plausibili, ma tutte o quasi inventate dallo stesso Mari — che mettono in relazione una canzone nazional popolare all’intero canone letterario occidentale.

Eco pretende di inventare una cosa che non inventa, e ci fa anche una discreta figuraccia. Mari, invece, pretende di far sembrare un elenco di frasi apocrife inventate da lui come una mera compilazione, un copia e incolla. Eco, uno dei più alti e ricercati intellettuali italiani, crea un romanzo copiando la più popolare e banale delle fonti; al contrari Mari — il più ricercato e alto tra gli scrittori italiani — si inventa che uno dei più popolari e banali cantanti italiani si sia nutrito, per creare le proprie canzoni, del più alto e ricercato canone occidentale.

Le due storie apparentemente non si somigliano, ma, come le due facce di una stessa moneta, mi sembra che rivelino, in filigrana, la stessa verità, una verità che a me risulta banale, ma che rischia di suonare come una bestemmia: tutte le storie sono il plagio di altre storie, ovvero la letteratura non è una linea discontinua di individui a se stanti, ma un unico grande libro, un po’ come la Storia non è l’insieme discontinuo delle esistenze di singoli individui indipendenti gli uni dagli altri, ma è la storia di un individuo, che altri chiamano Umanità.

La banalità che sembrerebbe avvolgere questa enunciazione deriva dalla frequenza con cui questo modo di intendere l’Arte, è apparsa nella storia delle idee. In un breve saggio che si si intitola Il fiore di Coleridge, che compone la fantastica raccolta Altre inquisizioni di Jorge Luis Borges, l’argentino compila un elenco parziale di alcune di queste enunciazioni.

La prima che riporta risale alla seconda metà degli anni Trenta del Novecento, ed è del poeta francese Paul Valery, che scrisse:

 

La storia della letteratura non dovrebbe essere la storia degli autori e degli accidenti della loro carriera o della carriera delle loro opere, ma la Storia dello Spirito come produttore e consumatore di letteratura.

Poi prosegue, citando Emerson, che, poco prima del volgere della metà dell’Ottocento, scrisse:

 

Si direbbe che una sola persona abbia redatto quanti libri c’è al mondo; tale unità centrale è in essi, che è innegabile che son opera di un solo essere onnisciente

E culmina, un paio di righe dopo, citandone un altro, Shelley, che:

 

Venti anni prima aveva opinato che tutti i poemi del passato, del presente e dell’avvenire, sono episodi o frammenti d’un solo poema infinito, composto da tutti i poeti del mondo.

L’idea del libro universale che sarebbe tutti i libri e dello Spirito che ne sarebbe l’autore — un autore molteplice, impersonato da decine di uomini e donne dislocati casualmente nel tempo e nello spazio della storia dell’Umanità — è uno dei principi fondanti dell’estetica di Borges e, pur sembrando un’idea panteista, un’idea dal sapore medievale e mistico, non sfigurerebbe in una spiegazione del concetto di Postmoderno novecentesco. Cosa, questa, neanche troppo curiosa, visto il ruolo di un Borges, autore in fin dei conti tanto postmoderno e ipernovecentesco quanto neoclassico.

Sembra curioso, e forse fa un po’ ridere, ma lo stesso Umberto Eco, che abbiamo citato all’inizio di questo articolo per essere l’ultimo della serie — infinita — degli scrittori che commettono il vizio del plagio, ha spiegato lo stesso fenomeno — seppur, da bravo strutturalista, privandolo di quella sorta di mistica che trasuda dalle parole di Emerson e di Shelley — durante una conferenza tenuta nel maggio del 1997 all'Università di Castilla-La Mancha.

Quell’intervento, ripubblicato nella raccolta di saggi di Eco dal titolo Sulla letteratura, è incentrato proprio sul concetto di “influenza”, che Eco non chiama “Spirito” come Valery Emerson e Shelley, ma, più prosaicamente, l’Universo dell’enciclopedia, riferendosi, guarda un po’, proprio all’universo di Jorge Luis Borges.

Secondo Eco, la dinamica dell’influenza, in letteratura, è rappresentabile come un triangolo i cui vertici chiama A, B e X, con A e B i due scrittori — contemporanei o meno, non importa — tra cui si instaura influenza, e X, ovvero «la cultura, la catena delle influenze precedenti»:

 

Il rapporto A/B può porsi in vari modi: 1) B trova qualcosa nell'opera di A e non sa che dietro c'è X; 2) B trova qualcosa nell'opera di A e attraverso l'opera di A risale a X; 3) B si riferisce a X e solo dopo si accorge che X era nell'opera di A.

Possiamo intendere in due modi questa dichiarazione di Eco: il primo è intenderla come l’invenzione di una scusa a priori per giustificare l’utilizzo di fonti esterne da se stesso, utilizzo che, nella sua versione più macroscopica, equivale a quello che noi chiamiamo plagio, che è poi copiare pari pari un testo scritto da un altro, o da Wikipedia, nei propri libri. Non cerco neppure di negare che questa interpretazione sia plausibile. Mi basta liquidarla come non interessante e non mi interessa perché presuppone il dolo, dolo che a sua volta ci porterebbe a definire un libro, in questo caso l’ultimo di Eco, come un libro sbagliato. Ma non ci sono libri sbagliati, nemmeno se sono le istruzioni che spiegano come bruciare tutti gli altri libri.

Il secondo modo di intenderla, che è poi quello che mi interessa, è constatare che lo schema triangolare di Eco razionalizza la stessa intuizione mistica che descrivono Valery, Emerson, Shelley e lo stesso Borges con l’intera sua opera. Ovvero la rende accettabile anche a noi, razionali abitanti del XXI secolo, che leggiamo le parole di Valery, Emerson e Shelley, e pur restandone affascinati, tendiamo ad archiviarle come una bella costruzione estetica.

Torniamo al saggio di Borges, Il fiore di Coleridge, testo in cui l’argentino intravede una linea di continuità tra tre opere di tre autori: Coleridge, Wells e James. Una linea di continuità che non è altro che quella “influenza” di cui parla Eco.

Scrive Borges:

 

Wells, verosimilmente, non conosceva il testo di Coleridge; Henry James conosceva e ammirava il testo di Wells. Certo, se è valida la dottrina che secondo la quale tutti gli autori sono un solo autore, tali fatti sono insignificanti.

Poi continua:

 

Per le menti classiche, l’essenziale è la letteratura, non gli individui. George Moore e James Joyce hanno incorporato nelle loro opere pagine e frasi di altri; Oscar Wilde soleva regalare argomenti perché altri li traducessero in un’opera; entrambi i comportamenti, benché in superficie contrari, possono rivelare uno stesso sentimento dell’arte. Un sentimento ecumenico, impersonale…

[«Entrambi i comportamenti, benché in superficie contrari, possono rivelare uno stesso sentimento dell’arte», se questa frase vi ricorda qualcosa, risalite al quarto paragrafo. n.d.A.] 

Chioso e concludo: alla fine di novembre, nel ristorante di un albergo lussuoso di Milano dove probabilmente non entrerò mai più, lo scrittore americano Don Winslow, che mi concesse mezz’ora del suo tempo per un’intervista, mi raccontò di quando, qualche anno prima, proprio a Milano, tenne una lezione a degli studenti a cui cercò di spiegare il perché la distinzione tra letteratura bassa e alta fosse una gran perdita di tempo:

 

Spiegai come il Padrino non sia altro che una variazione dell’Enrico IV di Shakespeare. Perché se ci pensi sono la stessa storia, soltanto con i valori morali invertiti. Prendi l’Enrico IV. C’è un re. Sta affrontando una ribellione. Ha un figlio che ha lasciato la famiglia e che cerca nuovi amici. Ora, pensa al Padrino. C’è un re. Sta affrontando una ribellione. Il figlio è appena tornato dal servizio militare e poi decide di abbandonare la propria vita per aiutare il padre a sedare la ribellione. Questo è il Padrino. Questo è l’Enrico IV.

Mario Puzo ha copiato Shakespeare? No, non ha copiato Shakespeare, visto che non è nemmeno escluso che lo scrittore italo americano non l’avesse mai letto l’Enrico IV. Umberto Eco ha copiato da Wikipedia? Sì, ci sono le prove. E allora? Una volta ricordo di aver letto le prove che dimostrano che anche Michel Houellebecq lo ha fatto, come oggi leggo da Borges che questa era una pratica non sconosciuta a James Joyce.

Questi sono fatti, ma saranno dimenticati, come tutti i fatti. Quel che resta, forse, sono i libri, o almeno qualcuno dei libri. Non possiamo immaginarci come sarà il mondo tra centinaia di anni, sappiamo soltanto che possiamo presupporre che ci sarà. Non sappiamo se esisteranno i libri, ma d’altronde, a chi importa? Forse ci dimentichiamo troppo spesso che sono solo poche centinaia di anni che quegli oggetti rettangolari di carta che noi oggi santifichiamo esistono. Prima c’erano solo le storie. E le storie funzionano così, per plagi, per copiature, per riproposizioni e per variazioni.

È vero, lo sappiamo, è banale. Ora sono due le strade che possiamo imboccare: la prima porta alla condanna e all’indignazione nei confronti di Eco e di tutti quelli che hanno commesso il “reato” di plagio. L’altra porta da tutt’altra parte, lungo una strada in cui non c’è indignazione, né condanna, né altre perdite di tempo: è una strada fatta di storie, storie che ci possono piacere o che possiamo odiare, che ci possono infastidire o stupire, ma che restano storie. E forse sono l’unica cosa che resterà di noi. E forse va bene così.

* * *

P.S.: Questo articolo si fonda su due cose: un modo di vedere l’Arte che ritorna molte volte nel corso della Storia delle idee — e forse per questo è banale, o quanto meno è pleonastico — e la citazione di brani copiati pari pari da libri e conferenze di Umberto Eco e Jorge Luis Borges. Insomma, anche questo articolo, a suo modo, è un plagio.

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