La sinistra di Tsipras, in Italia, è impossibile

Non è un problema di spazi, né un problema di leader, sono le idee e il coraggio a mancare

Sinistra In Italia
3 Febbraio Feb 2015 1615 03 febbraio 2015 3 Febbraio 2015 - 16:15

«Il trionfo di Tsipras in Grecia è il più grande successo della sinistra italiana dai tempi di Zapatero in Spagna». La battuta è del collettivo satirico Spinoza e fotografa al meglio l'impotenza dei radical di casa nostra. Esperti nell'esaltare le prodezze delle loro controparti estere, altrettanto nello stigmatizzare l'arretratezza dell'elettorato di casa nostra, ma del tutto incapace di cogliere le differenze che li separano da Alexis Tsipras, Pablo Iglesias e da tutti gli altri giovani leader che stanno scuotendo alle fondamenta l'Europa dell'austerità, dei tecnocrati, della disuguaglianza. Perché in Spagna, Grecia, ma anche in Portogallo e Irlanda sì, mentre da noi no.

Forse ha ragione chi, come Pippo Civati, ne fa un problema di spazi politici, che da noi sono stretti per via dell'ipertrofia di Renzi e del Movimento Cinque Stelle, realtà trasversali che occupano anche il campo di alcune delle istanze della sinistra radicale. E forse ha ragione pure chi, al contrario, pensa che invece il problema sia proprio Pippo Civati, o Nichi Vendola, o Maurizio Landini, o Sergio Cofferati o qualunque altro dei supposti leader di un'ancor più supposta Syriza/Podemos italiana. Forse, invece, hanno torto entrambi.

Ha torto chi pensa che non ci siano spazi, che non esista un popolo pronto ad essere rappresentato da una nuova forza di sinistra radicale.

Ha torto chi pensa che non ci siano spazi, che non esista un popolo pronto ad essere rappresentato da una nuova forza di sinistra radicale. Non fosse altro per il fatto che movimenti come Podemos e Syiriza, ma anche il Sinn Fein in Irlanda, abbiano visto crescere esponenzialmente i loro voti in contesti politici cristallizzati, bipolari, in cui nessuno avrebbe mai scommesso sull'emergere di una terza forza. Tanto più ora che le due forze centrali - siano esse popolari o socialiste - siano in moti casi perfettamente fungibili ed egualmente incapaci di parlare alla «maggioranza invisibile», come la chiama Emanuele Ferragina.

Ha torto anche chi pensa sia un problema delle biografie dei leader. Chi dice che i nostri Civati o Vendola siano intellettuali elitari, ignora forse che Pablo Iglesias e Alexis Tsipras - ma anche la leader di Juntos Podemos in Portogallo, Joana Amaral Dias - siano docenti o ricercatori universitari. Chi ne fa un problema generazionale ignora forse che il responsabile economico di Podemos sia un arzillo ottantenne come Vincenç Navarro, o che a guidare il Sinn Fein sia ancora un dinosauro come Gerry Adams. Chi pone un problema di militanza pregressa nella sinistra storica, come ha fatto Bertinotti in una recente intervista che ha concesso a Linkiesta, finge di dimenticarsi il passato comunista, mai negato o disconosciuto, dello stesso Tsipras.

Dire che il problema è diverso, tuttavia, non vuol dire necessariamente che sia più complesso. Più che di geografia politica o di leadership, il problema della nostra sinistra radicale è un problema di idee, di comprensione della realtà, di nuovi strumenti a disposizione per plasmarla. Dice bene Umberto Cherubini in un recente articolo ospitato da Linkiesta: «Uno sguardo, anche superficiale, alla produzione scientifica di Yannis Varoufakis (il nuovo ministro delle finanze greco, anche lui docente e ricercatore universitario ndr) mostra come l’innovazione nel panorama della sinistra possa essere molto più profonda, e arrivi alla cultura economica». E ancora, scrive, nei suoi lavori, si trovano «tentativi di introdurre la solidarietà e lo spirito cooperativo nel comportamento economico» e «una prospettiva sulla condivisione e la ripartizione dei rischi, più che la richiesta di spesa pubblica tout court».

Forse il punto è proprio qui. Podemos e Syriza, un po' per scelta, un po' per necessità, si trovano nella condizione di provare a dare - anche - risposte nuove a problemi nuovi. Non solo al lavoro dipendente, ma anche ai freelance e alle partite iva, o ai lavoratori della Uber economy. Non solo a chi rischia di perdere (o ha già perso) il lavoro o a veder diminuiti sussidi e pensioni, ma a chi il lavoro, il sussidio, la pensione non li ha mai avuti. Non solo alla difesa acritica dei beni pubblici e dell'intervento pubblico, ma alla promozione di strumenti innovativi di partecipazione “dal basso” per la produzione e la gestione di tali beni, dalle cooperative di utenza al civic crowdfunding.

Se si assume questa prospettiva, la più classica delle ricette della sinistra italiana - far tornare indietro le lancette dell'orologio - non è più sufficiente. Serve avventurarsi in terre ignote, spogliarsi di antiche ideologie, finanche mettere in discussione alcune storiche conquiste. Assumere - e imporre - la disuguaglianza, nella sua più ampia accezione, come vera questione politica di questo scorcio di millennio. Ridiscutere il ruolo e il senso delle istituzioni e dei meccanismi economico-finanziari che ci governano, moneta unica compresa. Rifiutarle quando la loro ingerenza - seppur legittima, come nel caso della Troika in Grecia - diventa dannosa. Il tutto, avendo in mente, ben chiaro, un programma di governo credibile e pragmatico, a misura dell'Italia e del suo sistema economico-sociale.

L'alternativa è aspettare che Tsipras e l'onda lunga della sua vittoria si riverberino magicamente sull'Italia. Masticare amaro mentre lo stesso leader greco, le sue battaglie, le concorda e le negozia con Matteo Renzi. E guardare il calendario in fremente attesa per una nuova vittoria della sinistra italiana. Rigorosamente oltre confine.

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