Il rebus della Libia, dove i buoni non esistono

Nessuna delle tante fazioni dà garanzie, l’Occidente non deve fare l’errore di schierarsi

Libia Buoni Non Esistono
17 Febbraio Feb 2015 1315 17 febbraio 2015 17 Febbraio 2015 - 13:15

Negli ultimi giorni in Italia si è tornato a parlare di un intervento in Libia – un tema discusso concretamente quasi solo da noi, tra i paesi occidentali. Ma la questione a cui bisogna cercare di rispondere è non tanto quale forza andrebbe combattuta sul campo, ma quale delle parti in lotta dovrebbe essere sostenuta.

In Libia, le fazioni in lotta sono divise secondo linee che si intersecano e si sovrappongono. Per prima cosa, tutti dicono di essere i veri eredi dello spirito rivoluzionario alla base della rivolta contro Gheddafi. L’islamismo è un altro punto di divisione, che si somma a divisioni tribali e locali antiche e numerose. Il risultato sono molte centinaia di gruppi armati che si uniscono in coalizioni più o meno effimere. Negli ultimi mesi ce ne sono principalmente due, pressapoco specchio dei due governi che, dal punto di vista politico, esistono da circa un anno nel paese.

Una legittimità problematica

Nessuno dei due governi rappresenta più di una delle due parti in lotta

Entrambi reclamano una propria legittimità, ma nessuno rappresenta più di una delle due parti in lotta. Gran parte della comunità internazionale – ma con notevoli eccezioni – riconosce il governo insediato nella città di Tobruk, guidato da Abdullah al-Thani. “Governo” è una parola grossa, visto che il suo controllo effettivo non si estende molto oltre la stessa area di Tobruk e per un certo periodo si è dovuto riunire su una nave greca ancorata nel porto cittadino (successivamente si è spostato in un più confortevole albergo).

Ly Map

Il governo di Tobruk trae la sua legittimità dalle elezioni del giugno 2014, che ha eletto la Camera dei rappresentanti: ma quelle elezioni sono state annullate pochi mesi dopo dalla Corte suprema libica. La Corte ha sede a Tripoli, e secondo Tobruk la decisione legale è stata imposta con la forza dagli islamisti e i miliziani che controllano la città.

A complicare il quadro, circa la metà dei componenti dell’assemblea di Tobruk non può o non vuole partecipare ai lavori dell’assemblea, ad esempio la trentina di rappresentanti legati alle milizie di Misurata. Bisogna tenere presente che quando si leggono richieste “della Libia” presso gli organismi internazionali, si parla del governo di Tobruk, che è a tutti gli effetti una delle fazioni in lotta.

A Tripoli, nell’ovest, il governo che reclama la legittimità è quello uscito dalle elezioni del 2011 – le prime nel paese dal 1965 – in cui inizialmente i partiti di ispirazione islamista erano usciti sconfitti. Ma con il passare del tempo hanno preso il controllo del Congresso Generale Nazionale, l’entità politica di transizione che avrebbe dovuto avviare il processo democratico. Molti membri del Congresso hanno lasciato il paese nelle fasi confuse che sono seguite. Il sostegno al governo dell’ovest viene anche dalla più attiva città commerciale del paese, quella di Misurata.

Le molte battaglie della Libia

Se la situazione politica è intricata, quella militare lo è anche di più. Anche in questo caso, si tratta di gruppi che hanno approcci diversissimi nelle strategie, negli obiettivi e nell’uso della violenza.

Nella metà orientale del paese – che si dichiara fedele al governo di Tobruk – le forze militari che tengono il campo sono quelle dell’offensiva chiamata “Dignità”, guidata dal generale settantenne Khalifa Haftar. Haftar ha un passato complesso e uno scarso sostegno popolare, ma i suoi anni nell’esercito di Gheddafi gli hanno permesso di diventare uno degli uomini forti nella Libia attuale.

Se la situazione politica è intricata, quella militare lo è anche di più

Ha vissuto per gli ultimi vent’anni negli Stati Uniti, durante i quali – almeno inizialmente – ha collaborato con la CIA. Prima di allora, come riassume Jon Lee Anderson sul New Yorker, «ha combattuto con e contro quasi tutte le fazioni principali nei conflitti del paese, guadagnandosi una reputazione di esperienza militare senza pari e di un senso della lealtà personale molto flessibile». Trent’anni fa guidò l’esercito libico nel conflitto contro il Ciad; poi si schierò contro Gheddafi e – sostenuto dagli americani – provò inutilmente a rovesciarlo con un colpo di stato.

Tornato alla ribalta lo scorso anno dopo un lungo periodo lontano dai riflettori, Haftar ha mostrato notevoli capacità politiche oltre a quelle militari. Insiste molto sulla minaccia islamista e, come hanno scritto Karim Mezran e Nicola Pedde su Limes, «è stato abilissimo nel presentare alla comunità internazionale il problema libico come espressione di uno scontro tra le forze laiche e democratiche (le sue) e quelle jihadiste e autoritarie (le altre)». Ma un uomo che è stato comandante militare per anni, sostenuto a lungo da servizi segreti stranieri, in un paese che non ha tenuto elezioni per 46 anni ha credenziali democratiche piuttosto dubbie.

Haftar combatte intorno a Bengasi e a Derna (il centro dell’Islam fondamentalista libico) contro le milizie islamiste di Ansar al-Sharia, i gruppi che si sono detti fedeli al cosiddetto Stato Islamico e altri miliziani fondamentalisti, spesso a loro volta in lotta e in disaccordo. Importanti postazioni petrolifere sono controllate da un gruppo chiamato Guardia alle strutture del petrolio, guidato da Ibrahim Jadran e vicino a Haftar.

A ovest, il paese è invece in mano alle forze dell’offensiva denominata “Alba della Libia”, di cui fanno parte anche alcuni nutriti gruppi islamisti, ma anche forze moderate (nonostante Tobruk li abbia dichiarati tutti indiscriminatamente ‘terroristi’). Uno dei gruppi principali nella zona occidentale è quello delle milizie di Misurata, di ispirazione islamista, che combattono contro le milizie dello Zintan, legate ad Haftar, e allo stesso tempo contro molti altri gruppi come la minoranza etnica dei Tebu.

I gruppi che hanno dichiarato fedeltà all’ISIS – i primi dei quali, a Bengasi, fin dall’estate scorsa – sono presenti in tutte le tre regioni in cui è stato storicamente diviso il paese (oltre alla Tripolitania a ovest e alla Cirenaica a est, la terza è l’immenso e desertico Fezzan, a sud). Dal punto di vista strettamente militare, sono del tutto incapaci di rappresentare una minaccia diretta al nostro paese o all’Europa, privi come sono di armi adeguate, per non parlare di missili, di un’aviazione o di una marina propriamente detta. Secondo le poche stime oggi disponibili, come quella della Rivista Italiana Difesa, ammontano complessivamente a due-tremila combattenti.

I vicini ingombranti

Le divisioni tra le fazioni si sovrappongono al sostegno che i paesi vicini, in particolare quelli arabi, danno all’una o all’altra delle parti in lotta facendosi guidare dai propri interessi nella regione. Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono schierati con Tobruk, contro l’ovest e in particolare i Fratelli Musulmani, che possono contare sul sostegno del Qatar e probabilmente di Sudan e Turchia. I tentativi di dialogo diplomatico mediati dalle Nazioni Unite – tramite l’inviato ONU Bernardino León – sono falliti di nuovo a gennaio e rimandati a data da destinarsi.

Quello che è chiaro è che nessuna delle fazioni in lotta può rappresentare chi in questo conflitto sta soffrendo maggiormente, cioè il popolo libico. Il rischio per l’Occidente è immaginare un paese in cui le forze in lotta si dividano lungo le linee “pro” e “anti” il Califfato e l’estremismo islamico, e schierarsi di conseguenza facendosi sedurre dalla rappresentazione di una delle due parti in lotta, quando in realtà l’elemento religioso è solo uno dei tanti motivi di divisione.

La situazione libica è simile a quella di parecchie settimane fa: pessima e caotica

Nonostante l’allarmismo degli ultimi giorni, e la preoccupazione improvvisamente esplosa dopo mesi e mesi di disinteresse, la situazione libica è simile a quella di parecchie settimane fa: pessima e caotica. Più che preoccuparci per improbabili attacchi da sud, dovremmo concentrarci sul fatto che nulla è chiaro sul campo, che a novembre scorso oltre 400 mila persone – su una popolazione di circa 6 milioni – avevano lasciato le loro case, che nel sud del paese le potenti organizzazioni dei trafficanti organizzano gli inumani viaggi verso le nostre coste.

L’errore che l’Occidente non deve fare è schierarsi con una delle due fazioni in lotta, esacerbando le già profonde divisioni e spianando la strada agli elementi più estremisti. Senza un accordo tra le forze in campo, una situazione stabile e pacifica non è realisticamente possibile.

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