Varoufakis: «L’Europa va salvata da se stessa»

Il sorprendente decalogo del ministro delle finanze greco, da una sua lezione su Marx del 2013

Yanis Varoufakis
19 Febbraio Feb 2015 1130 19 febbraio 2015 19 Febbraio 2015 - 11:30
Messe Frankfurt

Nel febbraio 2013, Yanis Varoufakis era ancora un professore universitario che si occupava di economia e teoria dei giochi. In quel periodo, partecipò come relatore alla sesta edizione del Subversive Festival di Zagabria. Tenne una conferenza su Marx - pubblicata integralmente ieri dal Guardian - in cui si possono leggere le sue teorie sull’Europa, sul capitalismo e sugli errori delle sinistre socialdemocratiche o delle “terze vie” di Tony Blair e, più recentemente, Matteo Renzi (che allora era solo sindaco di Firenze). 

In quell’occasione Varoufakis spiazza il pubblico, dichiarando di voler difendere il capitalismo, di non avere risposte pronte per cambiare i connotati all’economia globale. Risposte pronte che, invece, non mancano alle destre reazionarie e ai fascismi, che l’attuale ministro delle finanze greco mostra di temere più di ogni cosa. Oggi Varoufakis è al centro di una partita molto delicata che non riguarda solo la Grecia, ma tutta l’Europa. Partita di cui a giorni si conoscerà l’esito. Perciò abbiamo deciso di tradurre degli estratti di questo documento, rimodellandoli in un decalogo: perché non è utile soltanto per cercare di capire le sue prossime mosse, ma offre la visione strategica del teorico di una “nuova sinistra“ che potrebbe influenzare buona parte del pensiero politico progressista europeo, che parte da Syriza e arriva a Podemos, in Spagna. (fc)

 

1. Il capitalismo va salvato, oggi

Nel 2008, il capitalismo ha avuto il suo secondo spasmo globale. La crisi finanziaria ha innescato una reazione a catena che ha innescato una reazione a catena che continua ancora oggi. L'attuale situazione dell'Europa non è semplicemente una minaccia per i lavoratori, per i poveri, per i banchieri, per le classi sociali, o, addirittura, per le nazioni. No, l'attuale situazione dell'Europa è una minaccia per la civiltà così come la conosciamo. Se la prognosi è corretta, e se non stiamo assistendo soltanto a un altro saliscendi del ciclo economico, la questione che si pone per chi ha un pensiero radicale è questa: dobbiamo dare il benvenuto a una crisi del capitalismo europeo che ci da la possibilità di rimpiazzarlo con un sistema migliore? O dobbiamo essere preoccupati e imbarcarci in una campagna finalizzata a stabilizzarlo? Per me, la risposta è chiara. La crisi economica non farà probabilmente nascere un'alternativa migliore del capitalismo. Al contrario, potrebbe pericolosamente liberare forze regressive che hanno la capacità di causare un bagno di sangue umanitario, estinguendo la speranza per ogni spinta al progresso per le generazioni a venire. Il mio scopo è quello di dimostrare che l'implosione del ripugnante capitalismo europeo vada evitata a ogni costo. È una confessione, questa, che intende convincere i radicali che abbiamo una missione contraddittoria. Quella di arresta la caduta libera del capitalismo per aver tempo di trovare un'alterativa.

2. Perché Marx è importante (anche se non sei marxista)

Se la mia intera carriera accademica ha largamente ignorato Marx,e le mie attuali raccomandazioni sulle politiche da attuare sono impossibili da descrivere come marxiste, perché tirare fuori ora il mio marxismo? La risposta è semplice: anche la mia economia non-marxista è stata guidata da una mentalità influenzata da Marx.

Un teorico sociale radicale può sfidare il pensiero dominante economico in due modi diversi, ho sempre pensato. Un modo è mediante un criticismo intrinseco. Accettare l’assioma dominante ed esporre le sue contraddizioni interne. Dire: «Io non contesterò i tuoi presupposti ma qui è perché le tue conclusioni non seguono logicamente quei presupposti». Questo è stato, per la verità, il metodo di Marx di minare le politiche economiche britanniche. Accettò ogni assioma di Adam Smith e David Ricardo allo scopo di dimostrare che, nel contesto dei loro presupposti, il capitalismo era un sistema contradditorio. La seconda via che un teorico radicale può seguire è, naturalmente, la costruzione di teorie alternative a quelle dell’establishment, sperando che saranno prese seriamente.

3. Il capitalismo non è cattivo: è irrazionale

Oggi, tornando alla crisi europea, alla crisi negli Stati Uniti e alla stagnazione di lungo periodo del capitalismo giapponese, la maggior parte dei commentatori non riesce a rendersi conto del processo dialettico sotto il loro naso. Riconoscono la montagna di debiti e perdite bancarie ma trascurano l’altra parte della medaglia: la montagna di risparmi inattivi che sono “congelati” dalla paura e per questo non riescono a convertirsi in investimenti produttivi. Uno stato di allerta marxista sulle opposizioni binarie avrebbe potuto aprire i loro occhi. Una ragione principale del perché l’opinione consolidata non riesce a venire a termini con la realtà è che non ha mai conosciuto la dialetticamente tesa “produzione congiunta” di debiti e avanzi, di crescita e disoccupazione, di ricchezza e povertà, a dirla tutta di bene e male. Gli scritti di Marx ci hanno messo in guardia sul fatto che queste opposizioni binarie siano le fonti dell’astuzia della storia.

4. Il grande errore della sinistra del ventesimo secolo

Nel Ventesimo secolo, i due movimenti politici che cercarono radici nel pensiero di Marx furono i partiti comunisti e socialdemocratici. Entrambi, oltre agli altri errori (e ai crimini), non riuscirono a seguire la direzione indicata da Marx in un aspetto fondamentale - e ne vennero danneggiati. Invece di adottare la libertà e la razionalità come loro grida di battaglia e concetti organizzativi, scelsero l’uguaglianza e la giustizia, lasciando il concetto di libertà ai neoliberisti. Marx era chiarissimo: il problema del capitalismo non è che è ingiusto ma che è irrazionale, visto che condanna abitualmente intere generazioni alle privazioni e alla disoccupazione; trasforma perfino i capitalisti in automi in preda all’ansia, facendoli vivere nella paura permanente che, a meno che non mercificano del tutto gli altri esseri umani per servire con più efficienza l’accumulazione del capitale, non saranno più capitalisti. Dunque, se il capitalismo appare ingiusto è perché schiavizza tutti; spreca risorse umane e naturali; la stessa linea di produzione che pompa fuori notevoli gadget e ricchezza smisurata produce anche crisi e profonda infelicità.

5. Il più grande successo della Thatcher? Tony Blair

Perfino quando la disoccupazione raddoppiava e poi triplicava, sotto gli interventi radicalmente neoliberisti della Thatcher, ho continuato a covare la speranza che Lenin avesse ragione: «Le cose devono peggiorare prima che vadano meglio». Ma quando la vita è diventata più cattiva, più incivile e, per molti, più corta, mi è venuto in mente che ero tragicamente in errore: le cose possono peggiorare in perpetuo senza mai migliorare. La speranza che il deterioramento dei beni pubblici, la diminuzione delle vite della maggioranza delle persone, il diffondersi delle privazioni a ogni angolo del territorio avrebbe, automaticamente, portato alla rinascita della sinistra era solo questo: speranza.

La realtà era, comunque, dolorosamente diversa. A ogni giro della vite della recessione, la sinistra è diventata più introversa, meno capace di produrre un convincente programma progressista e, allo stesso tempo, la classe operaia è stata divisa tra quelli che hanno mollato la società e quelli cooptati nella mentalità neoliberista. La mia speranza che la Thatcher avrebbe inavvertitamente portato a una nuova rivoluzione politica era una sciocchezza bella e buona. Tutto quello che è venuto fuori dal thatcherismo è stata una finanziarizzazione estrema, il trionfo del centro commerciale sul negozio all’angolo, la “festishazzione” del settore abitativo, e Tony Blair.

6. Distruggere l’Europa non ha senso

La lezione che la Thatcher mi ha insegnato sulla capacità di una recessione di lungo periodo di minare le politiche progressiste è una di quelle che ho portato con me nella crisi dell’Europa di oggi. È, in verità, il fattore decisivo della mia posizione in relazione alla crisi. È la ragione per la quale sono felice di confessare il peccato di cui sono accusato da alcuni dei miei critici a sinistra: il peccato di scegliere non di proporre programmi politici radicali che cerchino di sfruttare la crisi come un’opportunità di rovesciare il capitalismo europeo, per demolire la terribile eurozona, e per minare l’Unione europea dei cartelli e dei banchieri delle bancarotte.

Sì, mi piacerebbe proporre un programma tanto radicale. Ma, non, non sono pronto a commettere due volte lo stesso errore. Che bene abbiamo ottenuto in Gran Bretagna nei primi anni Ottanta promuovendo un programma di cambio socialista che la società britannica rifiutò mentre si buttava a capofitto nella trappola neoliberista della Thatcher? Precisamente, niente. Quale beneficio ci sarebbe oggi nel chiedere di distruggere l’eurozona, l’unione europea stessa, quando il capitalismo europeo sta facendo il suo massimo per minare l’Eurozona, l’Unione europea, se stesso?

7. L’Europa va salvata da se stessa

L’uscita dall’euro della Grecia o del Portogallo o dell’Italia porterebbe presto a una frammentazione del capitalismo europeo, creando una regione gravemente in recessione a est del Reno e a Nord delle Alpi, mentre il resto dell’Europa sarebbe in preda a una violenta stagflazione. Chi pensate che beneficerebbe da questo sviluppo? Una sinistra progressista, che nascerà come la fenice dalle ceneri delle istituzioni pubbliche europee? O i nazisti di Alba Dorata, l’assortimento neofascista, gli xenofobi e i maneggioni? Non ho assolutamente dubbi su quale dei due se la caveranno meglio nella disintegrazione della zona euro.
Per quanto mi riguarda, non sono pronto a soffiare altro vento nelle vele di questa versione postmoderna degli anni Trenta. Se questo significa che saremo noi, i marxisti adeguatamente eccentrici, a dover tentare il salvataggio del capitalismo europeo, così sia. Non per amore del capitalismo europeo, dell’eurozona, di Bruxelles o della Banca Centrale Europea, ma solo perché vogliamo minimizzare il tributo umano non necessario di questa crisi. 
 
8. Che fare? Studiare
 
Le élite europee si stanno comportando oggi come se non capissero né la natura della crisi che stanno cercando di governare né le sue implicazioni per il futuro della civilizzazione europea. Seguendo atavici istinti, stanno scegliendo di saccheggiare le proprietà in diminuzione dei deboli e dei diseredati per colmare i grossi buchi del settore finanziario, rifiutandosi di riconoscere che è un compito insostenibile.
 
Ma con le élite europee immerse nella negazione e nel disordine, la sinistra deve ammettere che semplicemente non siamo pronti a colmare con un sistema socialista funzionante il baratro aperto da un collasso del capitalismo europeo. Il nostro obbiettivo quindi deve essere duplice. Per prima cosa, portare avanti un’analisi della situazione che convinca gli europei non marxisti e benintenzionati ma attirati dalle sirene del neoliberismo. In secondo luogo, far seguire a questa analisi convincente le proposte per stabilizzare l’Europa - per porre fine al circolo vizioso che alla fine rinforza solo i fanatici.
 
9. L’unico rischio: che il capitalismo ci seduca
 
Il mio nadir personale arrivò in un aeroporto. Un gruppo danaroso mi aveva invitato a tenere un discorso sulla crisi europea e sborsato l’assurda somma necessaria per comprarmi un biglietto di prima classe. Sulla strada del ritorno, stanco e con parecchi voli sul groppone, camminavo a fianco della lunga coda di passeggeri con un biglietto in economy per arrivare al gate. Improvvisamente notai con orrore quanto fosse facile, per la mia mente, essere infettato dal senso di avere il diritto di superare gli hoi polloi. Realizzai quanto facilmente potessi dimenticare ciò che il mio pensiero di sinistra aveva sempre saputo: che niente riesce meglio a riprodurre se stesso che un falso senso di aver diritto a qualcosa. Allearsi con le forze reazionarie, come penso che dovremmo fare per stabilizzare oggi l’Europa, ci porta davanti al rischio di essere cooptati, di perdere il nostro radicalismo nel calore di essere “arrivati” nei corridoi del potere.
 
10. La rivoluzione non serve
 
Le confessioni radicali, come quella che ho provato qui, sono forse l’unico antidoto programmatico allo slittamento ideologico che minaccia di trasformarci in ingranaggi della macchina. Se dobbiamo stringere alleanze con i nostri avversari politici, dobbiamo evitare di diventare come i socialisti che non sono riusciti a cambiare il mondo ma hanno avuto successo nel migliorare le loro circostanze private. Il trucco è evitare il massimalismo rivoluzionario che, alla fin fine, aiuta i neoliberisti ad aggirare ogni opposizione alle loro politiche controproducenti, e tenere bene in vista i fallimenti intrinseci del capitalismo mentre, per fini strategici, lo si prova a salvare da sé stesso.

*Apparso originariamente sul sito www.yanisvaroufakis.eu

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