Russia, per le aziende nulla sarà più come prima

La Russia vara un piano per sostituire i beni importati. Non a caso Renzi incontrerà chi investe lì

Renzi Putin
3 Marzo Mar 2015 1400 03 marzo 2015 3 Marzo 2015 - 14:00
Messe Frankfurt

Quando Matteo Renzi arriverà a Mosca, il 5 marzo, dopo il passaggio del giorno prima da Timoshenko a Kiev, non avrà con sé il codazzo di imprenditori italiani a cui ci ha abituato negli ultimi tempi. Poca voglia di dare risalto a un incontro delicato, dove il primo obiettivo sarà politico, ossia ottenere che sulla Libia la Russia non metta un veto alle iniziative dell’Onu. Lo staff del premier italiano ha fatto sapere che ci sarà una conferenza stampa ma che non saranno ammesse domande da parte dei giornalisti. Soprattutto perché potrebbero riguardare l’omicidio di Boris Nemtsov, avvenuto lo scorso venerdì, l’ennesimo assassinio politico durante l’era di Putin, anche se oggi nessuno può attribuire delle responsabilità al Cremlino. Le partite politiche riguarderanno anche Siria e di Ucraina, ma l’incontro non potrà che toccare anche i temi economici. Le “relazioni bilaterali” in programma in agenda si riferiscono con ogni probabilità al rimborso che spetta a Saipem, società del gruppo Eni, dopo la decisione del governo russo di fermare il progetto del gasdotto South Stream. 

Il fatto che non ci siano imprenditori al seguito non vuol dire che non siano previsti incontri con industriali italiani. Il 5 marzo all’ambasciata italiana Renzi incontrerà almeno un centinaio di imprenditori e professionisti presenti in Russia con stabilimenti o sedi di aziende di servizi. Dai Cremonini (che di recente hanno inaugurato un nuovo impianto di macellazione della carne e rimangono fornitori dei McDonald’s in Russia), in giù, «faranno presente la loro preoccupazione, ma anche la loro visione, per colmare un deficit informativo che c’è in Italia sulla Russia». A parlare è Vittorio Loi, avvocato partner dello studio Pavia e Ansaldo, per cui è responsabile della “Russian Practice”. A Linkiesta Loi, che opera in Russia da circa 20 anni, ribadisce che oggi tra chi lavora con la Russia c’è una grande differenza tra chi si limita a esportare e chi vi investe. «È difficile parlare di un clima complessivo per tutte le aziende che hanno a che fare con la Russia. Certamente c’è un clima di preoccupazione - aggiunge - ma se si tengono i nervi saldi, si vede che la situazione non è diversa a quella di un anno fa». 

Per Loi il problema non sono tanto le contro-sanzioni (o contro-misure alle sanzioni) della Russia, che hanno colpito l’agroalimentare italiano. «Stiamo parlando solo di una parte di un comparto», che, in termini numerici conta davvero poco. Nei primi 11 mesi del 2014 le classi merceologiche colpite dalle restrizioni pesavano per circa l’1% sul totale esportato dall’Italia in Russia, per un importo di circa 91 milioni di euro, e hanno subito una contrazione annua del 38%, come ha scritto Intesa Sanpaolo in un report di fine febbraio sull’economia russa. 

Molto più pesanti sono le esportazioni di macchine e apparecchi meccanici (27% delle esportazioni nel 2013), prodotti tessili e dell’abbigliamento (22%), manufatti vari (8%), mezzi di trasporto (8%) e lavorati in metallo (7%). Per le imprese di questi settori il problema non è quello delle contro-sanzioni decise da Putin, ma quello del credito. «La seconda fase delle sanzioni ha previsto una serie di limitazioni degli strumenti finanziari», dice a Linkiesta Massimo Nicolazzi, responsabile dell’osservatorio energia dell’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale. La conseguenza è duplice: le sanzioni impediscono l’emissione di lettere di credito per periodi superiori ai trenta giorni; inoltre, c’è un dubbio interpretativo circa la possibilità per una banca europea di confermare una lettera di credito emessa da una banca russa. Questo vuol dire che un imprenditore potrebbe non riscuotere un credito verso un debitore russo presso una banca italiana, ma dovrebbe rivolgersi a un istituto russo, cosa tutt’altro che semplice. 

Per l’avvocato Loi il rischio c’è, «ma le sanzioni colpiscono un numero di aziende che si può contare sulle dita di una mano». Una di queste è Gazprom, a cui Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno da poco prestato rispettivamente 390 e 350 milioni di euro. Per il partner di Pavia e Ansaldo, «la situazione non è paragonabile a quella delle crisi finanziarie del 1998 e 2008-2009, quando fallirono moltissime banche». La situazione in Russia, continua, «per quanto possa sembrare paradossale, è molto migliore oggi di 10 o 15 anni fa, perché la Russia ha fatto molto per attrarre gli investitori esteri, per esempio sul fronte della prevedibilità delle decisioni sia giudiziari sia della Pubblica amministrazione», ossia sul fronte della nota corruzione dei funzionari russi. 

Quello che davvero sta cambiando, avverte Loi, è che «c’è una tendenza a rafforzare la produzione interna». Un piano di rilancio economico da 35 miliardi di euro promosso dal governo russo comprende anche una serie di incentivi a sostituire i prodotti importanti con produzioni nazionali. In parte questo è già avvenuto dalla fine degli anni Duemila, quando sono stati abbassati se non tolti i dazi alle componenti delle auto ma è stato reso quasi impossibile importare auto finite, per favorire l’assemblaggio in Russia. Questo significa, in altri termini, che nessun esportatore italiano verso la Russia si possa illudere che finite le sanzioni tutto tornerà come prima. «Il sistema russo è stato negli ultimi anni molto sbilanciato verso l’industria pesante - aggiunge Loi -. Solo un sognatore poteva pensare che si potesse stare a produrre nelle nostre campagne beni alimentari con prezzi elevati vendendoli a lungo in questo Paese. Le sanzioni hanno solo accelerato in maniera brutale una tendenza già in atto».

Quanto agli altri temi economici sul tappeto, «Renzi non potrà parlare di sanzioni, che non sono nella disponibilità degli Stati nazionali», sottolinea Nicolazzi. «Cercherà di non peggiorare la situazione e di capire se si potrà mettere un termine alle sanzioni, ma se ne parleranno non ce lo diranno». Anche su Saipem, «oggi potranno parlare solo delle penali da farsi pagare dai russi» per la fine del programma, mentre sull’ipotesi di un nuovo gasdotto che passi dalla Turchia «non sarà Renzi a decidere».

Una ininfluenza di cui non è troppo convinto Loi: «Dato che è evidente la scollatura nella Ue tra i diversi Paesi, ci aspettiamo che il premier parli anche di sanzioni. Anche sotto la spinta italiana possono essere rimosse o ridotte».   

 

 

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