Cos’è la super-banca cinese che dà fastidio agli Usa

Vale 100 miliardi di dollari e si occupa di infrastrutture. L’Italia è tra i soci fondatori

Aiib Banca Cinese Infrastrutture
19 Marzo Mar 2015 2230 19 marzo 2015 19 Marzo 2015 - 22:30
Messe Frankfurt

Chi segue l’economia internazionale ha dimestichezza con gli acronimi come Bce, Bei, Fed, Ttip, Adb.  Adesso bisogna fare i conti con una nuova sigla: Aiib, che sta per Asian Infrastructure Investment Bank. È una super banca per lo sviluppo guidata dalla Cina, nata nel 2013, ma formalmente fondata lo scorso 24 ottobre. Con un bilancio da 100 miliardi di dollari (è stata recentemente ricapitalizzata) l’Aiib è concepita per attrarre investimenti in infrastrutture relative a settori come trasporti, energia e telecomunicazioni: «Di fatto la Aiib è il primo tentativo serio di sfida cinese agli Stati Uniti in quanto potenza asiatica nel periodo post-ideologico, ed è un tentativo portato avanti usando la leva finanziaria, non militare» , spiega a Linkiesta Emanuele Schibotto, ottore di ricerca in geopolitica economica, direttore per lo sviluppo dell’Asian Century Institute, centro di analisi e ricerca basato a Toronto e membro del centro studi Geopolitica.info.

Negli Stati Uniti la considerano già la versione cinese della Banca mondiale, antagonista dell’istituto di Washington e dell’Asian Development Bank guidata dal Giappone ma fortemente sponsorizzata dagli americani. Come rivelato dal Financial Times, tra i soci fondatori ci saranno anche Italia, Germania e Francia (prima ancora era toccato alla Gran Bretagna). Il Ministero dell’Economia ha successivamente confermato con un comunicato l’adesione dell’Italia. Nella nota si spiega che questa «banca d’investimento che lavorerà con le banche multilaterali di sviluppo e di investimento esistenti può svolgere un ruolo di rilievo nel finanziamento dell`ampio fabbisogno infrastrutturale dell’Asia». 

Washington non gradisce che le nazioni occidentali entrino nell’Aiib, perché aumenterà l’influenza internazionale di Pechino

Il giornale della City rimarca anche l’antipatia americana nei confronti della super banca costruita dai cinesi. Washington non gradisce che le nazioni occidentali entrino nella Aiib perchè l’istituto fondato a Pechino lo scorso anno e «lanciato dal presidente cinese Xi Jinping è uno degli elementi di un’offensiva più ampia di Pechino per creare nuove istituzioni economiche e finanziarie che ne accresceranno l'influenza internazionale». Il segretario del Tesoro statunitense, Jacob Lew ha pesantemente criticato la decisione dei partner europei. «La Aiib aderirà agli elevati standard di cui si sono dotate le istituzioni finanziarie internazionali? Tutelerà i diritti dei consumatori, l’ambiente, gestirà con rigore i casi di corruzione?», ha detto nel corso di una audizione alla commissione Servizi finanziari della Camera dei rappresentanti Usa.

In America rimproverano alla Casa Bianca di essere troppo morbida di fronte all’espansione economica architettata da Pechino: «L’amministrazione Obama sostiene di non opporsi alla creazione della Aiib ma pensa che ci siano troppe domande senza risposta per poter accettare l’espansione di un progetto cinese che rischia di erodere la supremazia americana», sostiene Jonathan Pollock, senior fellow presso il Brookings Institution (il più autorevole think thank americano sulle questioni di politica estera).

«La Cina ha vinto un round nella rivalità strategica con gli Stati Uniti», ha scritto The Economist

Jin Liqun, il funzionario cinese che guiderà la banca, ha sempre detto che la Aiib rispetterà gli standard simili a quelli che governano la Banca Mondiale ma è chiaro che i timori degli Usa sono ben altri. L’adesione dei principali paesi europei a una banca di sviluppo che sfida apertamente l’influenza finanziaria globale americana esercitata attraverso la Banca Mondiale e l’Asian Development Bank preoccupa gli americani che già devono fronteggiare la perdita di peso specifico all’interno del Fondo monetario internazionale: «La Cina ha vinto un round nella rivalità strategica con gli Stati Uniti», ha scritto The Economist.

Gli americani negano di non aver fatto pressioni contro l’Aiib e sostengono di essersi limitati a sottolineare che il progetto a guida cinese dovrà rispettare gli standard internazionali di trasparenza, affidabilità e sostenibilità. Tuttavia è innegabile che le loro rimostranze servano a mettere pressioni ad Australia, Giappone e Corea del Sud, alleati degli Usa che potrebbero essere attratti dalla possibilità di diventare soci fondatori della Aiib. Per il settimanale britannico è chiaro che gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni sugli alleati dell’Asia- Pacifico.

Per Schibotto, «nel momento storico che vede Washington concentrare la propria attenzione sul “pivot” asiatico, il Governo statunitense riesce a condizionare i suoi alleati asiatici più importanti (Giappone, Corea del Sud e Australia) ma allo stesso tempo perde il polso degli equilibri in Europa, dove proprio l'alleato storico (Gran Bretagna) e l’alleato principe nel periodo post-1945 (Germania) si dimostrano “revisionisti”. Gli Stati Uniti stanno forse capendo ora quanto Pechino sia oramai presente in Europa».

The Economist, invece, osserva che la decisione cinese di creare una nuova banca multilaterale piuttosto che aumentare la propria influenza in quelle già esistenti riflette l’esasperazione per la lentezza della riforma della governance economica globale e la voglia di mettersi in proprio per gestire da soli lo sviluppo dell’area economicamente più dinamica del mondo. Osserva Schibotto che «la Aiib risponde ad una esigenza estremamente concreta. La necessità di finanziare il processo di modernizzazione del quadrante asiatico. Stiamo parlando della possibile transizione, per oltre un miliardo di asiatici, dalle fasce più povere alla classe media nei prossimi tre o quattro decenni». Si tratta di un’operazione economica colossale, che, «semplicemente, Banca Mondiale e Asian Development Bank non sono in grado di sostenere,  da sole, uno sviluppo economico di questa entità. L'efficacia e la bontà dell’iniziativa di Pechino si nota dalla partecipazione interessata di Paesi che vantano ottime relazioni con gli Usa come  Singapore e Filippine su tutti».

 

 

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