La seconda vita degli oggetti: un affare da 18 miliardi

I negozi di seconda mano occupano in Italia 10mila persone. Ma mancano norme adeguate

Mercato Usato In Italia
20 Marzo Mar 2015 1630 20 marzo 2015 20 Marzo 2015 - 16:30

Quadri, borse, pantaloni, culle e lettini possono avere una seconda vita. In altri salotti, camerette e armadi. Il mercato dell’usato in Italia ha raggiunto un volume d’affari di 900 milioni di euro l’anno solo tra negozi e punti vendita (auto escluse). Cifre che, secondo Doxa, salgono a 18 miliardi di euro, se si aggiunge anche la compravendita online. Una fetta di economia che vale l’1% del Pil, coinvolgendo 3.500 imprese per un totale di 10mila persone impiegate. Un italiano su tre compra e vende prodotti online. Eppure in Italia non esiste una normativa ad hoc per il settore. E molte transazioni avvengono ancora informalmente. Per il 23 marzo a Roma gli addetti del settore hanno organizzato Usato Camp, una giornata di lavori per formulare richieste concrete al governo per il riordino del comparto. A partire dall’abbassamento dell’Iva, al 22% anche per i prodotti usati.

«L’esplosione della compravendita dell’usato si è registrata tra il 2005 e il 2009, e la crisi economica ha dato un ulteriore impulso, rendendo tutti più attenti negli acquisti», spiega Alessandro Giuliani, fondatore del network di negozi Mercatopoli e Baby Bazar e organizzatore dell’evento romano. «Molto ha fatto anche la diffusione di una maggiore coscienza ambientale». Dopo la direttiva comunitaria del 2008 sulla prevenzione dei rifiuti, anche l’Italia nel 2013 si è dotata di un programma nazionale, puntando sul riutilizzo dei prodotti e sulla estensione del loro ciclo di vita. Quello che il mercato dell’usato fa, sottraendo tra il 5 e il 10% dei rifiuti potenziali dall’ambiente.

Il settore ha un volume d’affari di 18 miliardi di euro annui. Un italiano su tre compra e vende online prodotti usati

Negli anni il mercato si è molto evoluto, passando dai mercatini dell’usato bui e polverosi, a negozi molto belli e curati. Quasi delle boutique, che hanno ampliato anche la fascia ella potenziale clientela, posizionandola verso l’alto. «La clientela è trasversale», spiega Giuliani. «La fascia dei venditori è medio-alta; quella degli acquirenti dipende dall’impostazione del punto vendita. Se c’è una selezione forte della qualità dei prodotti, anche gli acquirenti tendono a essere medio-alti. Dipende anche dalla zona delle città in cui questi negozi nascono». E anche le zone centrali delle metropoli italiane si stanno popolando di negozietti che vendono prodotti di seconda mano. 

Molto ha fatto anche la diffusione di piattaforme online per la vendita di prodotti usati. Secondo Doxa il 47% del volume d’affari del comparto è generato online e il 30% di chi compra e vende lo fa in Rete. «Ma il mercato dell’usato si fonda molto sulla possibilità di vedere i prodotti di seconda mano dal vivo», spiega Giuliani. «Il nuovo si compra con molta meno cura rispetto al prodotto usato, che viene ben esaminato prima di essere acquistato. Capita che molti acquirenti usino la piattaforma di ecommerce come catalogo per tenersi aggiornati sui prodotti presenti nel negozio, per poi andare fisicamente ad acquistarli».

C’è una focalizzazione sull’utilizzo e non sul possesso dell’oggetto. Quando non ti piace più, lo vendi e ne compri un altro

Il comparto è composto da negozi generalisti, i classici mercatini, in cui si trovano diverse tipologie di prodotti, e negozi verticali, dedicati a specifici mercati. Oltre all’usato per bambini, ci sono negozi dedicati all’abbigliamento usato, agli articoli sportivi o ai prodotti dell’elettronica. L’abbigliamento copre circa il 40% dell’intero settore, proponendo in molti casi prodotti di marca e griffati di collezioni precedenti. A seguire ci sono gli oggetti per la casa, i libri, dischi, cd e vinili. «Ci sono molti oggetti che ci arrivano assolutamente nuovi, ancora etichettati», dice Giuliani. «In questo modo hanno una seconda o terza vita. Cosa che porta a ripensare il consumo in modo diverso. Se acquisto una borsa, la porto a casa, la utilizzo e poi la posso riportare in vendita e con l’incasso recupero parte dell’investimento. C’è una focalizzazione sull’utilizzo e non sul possesso».

Lo spiega anche l’indagine Doxa sul comparto: la motivazione per cui gli oggetti legati all’arredamento, alla moda e alla tecnologia stanno diventando protagonisti dell’usato, digitale soprattutto, è correlata alla possibilità di cambiare velocemente, avere sempre cose nuove e seguire gusti e tendenze, oltre al bisogno di coltivare le proprie passioni stando al passo con i tempi. Un esempio: «C’è un quadro che ci è arrivato cinque volte in negozio», racconta Alessandro Giuliani. «È un quadro un po’ particolare che può piacere magari solo per un certo periodo. Poi lo riporto indietro e ne ricompro un altro». Una logica di questo tipo «dà modo di acquistare più cose».

Gli italiani che si dicono amanti dell’usato sono per il 33% persone che amano il cinema, il teatro e il viaggio e desiderano arredare la propria casa in modo personale e divertente, cambiando spesso guardaroba, accessori, arredamento e tecnologia. Poi ci sono gli appassionati di tecnologia e Internet e sono interessato ad acquistare a poco vendendo a tanto (14%), seguiti dagli ideologici (12%), nostalgici delle cose di una volta e che desiderano contribuire attivamente a un nuovo mercato più sostenibile, e dai concreti (11%), consumatori che fanno acquisti dell’usato per risparmiare e permettersi di soddisfare reali bisogni famigliari.

Manca una normativa che riconosca il valore ambientale del settore. Un negozio dell’usato paga la Tari come un normale negozio. E anche l’Iva è al 22%

Quello che manca al settore è una normativa ad hoc, che lo distingua dal mercato di prima mano. «La base giuridica è quella del procacciatore d’affari, figura regolamentata da decreti regi risalenti a prima della seconda guerra mondiale», spiega Alessandro Giuliani. Non esiste un codice presso l’Agenzia delle entrate per identificare questo tipo di attività né studi di settore coerenti. Fa eccezione il comparto che lavora in conto terzi, che rappresenta solo il 5% del mercato, dotato di una normativa specifica che garantisce la completa tracciabilità degli oggetti venduti. Assente anche «il riconoscimento del valore ambientale nell’attività di prevenzione dei rifiuti. Un’attività commerciale per la vendita dell’usato paga la Tari come se fosse un negozio tradizionale. E l’Iva per la vendita di prodotti usati è al 22%, esattamente come per quelli nuovi. Mentre le altre attività che fanno servizi di tipo ambientale hanno l’Iva al 10 per cento». 

Secondo uno studio condotto da “Occhio nel riciclone”, che ha analizzato 200 negozi della catena Mercatino srl, ogni songolo punto vendita riesce a riutilizzare oltre 100 tonnellate di beni in un anno, consentendo un risparmio complessivo di anidride carbonica equivalente di oltre 100mila tonnellate. 

La rete Onu, Operatori nazionali dell’usato, si è fatta promotrice di una proposta di legge per normare questo settore. Gli stessi venditori dello storico mercato di Porta portese da tempo chiedono di uscire dall’abusivismo per trovare delle soluzioni di regolarità. «Se agevoli la fiscalità, ottieni lo spostamento dall’economia informale a quella formale», spiega Giuliani. Cosa che potrebbe far guadagnare allo Stato. E anche i consumatori. Visto che non tutti assicurano una garanzia minima sui prodotti. E sull’usato, si sa, è meglio stare attenti. 

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