Mamavegas, un disco per chi comprava i dischi

Si intitola “Arvo”, è il secondo album del sestetto romano ed è parecchio ambizioso

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9 Aprile Apr 2015 1830 09 aprile 2015 9 Aprile 2015 - 18:30

Si chiama Arvo ed è il nuovo disco di una delle realtà più interessanti della musica italiana di oggi. Loro sono i Mamavegas, sei ragazzi romani tra i 30 e i 40 anni che ora sono in tour per presentare il loro nuovo lavoro, Arvo, per l’appunto, prodotto da 42 Records e distribuito a partire dal 7 aprile.

Mamavegas Arvo CoverQuesto è un disco che ha una particolarità un po’ straniante: per molti versi è monolitico, ma per molti altri decisamente vario. È compatto nei temi, nelle sensazioni che provoca, nei sentimenti da cui evidentemente è nato, ovvero una base forte di nostalgia, con innesti di ansia, paura e volontà di fuga. Ma non si riduce a quello, perché nelle dieci tracce che lo compongono la paura diventa speranza, la morte diventa vita. E anche a livello musicale, pur coagulando generi tra loro diversi come l’indie, il pop, il rock psichedelico e l’elettronica, riesce ad avere una sua omogeneità indubitabile.

Attivi da 6 anni, al loro secondo album, i Mamavegas ora sono in tour per promuovere questa loro ultima creatura, che ha richiesto una gestazione di due anni, ma che non ha l’aspetto dell’artefatto, dell’artificiale. Nel mondo vero, Arvo è un lago artificiale calabrese, e forse questa compresenza di natura e artificio è la stessa che rende questo disco — per dirla con un ossimoro — semplicemente complesso, uniformemente difforme. Insomma, un album che sembra venuto da un altro mondo, quanto meno dall’altra parte delle Alpi.

Di carne al fuoco, insomma ce n’è tantissima. Per questo li abbiamo sentiti e ci abbiamo fatto due chiacchiere, prima del concerto di Milano, domani, alla Salumeria della musica.

Arvo è un album complesso, con ingredienti folk, indie, rock, elettronici, pop e psichedelici. Da dove arrivano tutte queste suggestioni musicali?

I nostri ascolti svariano dall’indie contemporaneo, al rock, dal pop al folk, fino all’elettronica

Partiamo da un fatto: siamo in 6, e siamo 6 autori. È quindi naturale con una struttura del genere che gli ascolti e le influenze che entrano nel disco siano molto vari, visto che ognuno porta le proprie influenze. Questa dinamica credo emerga molto forte da questo Arvo, come giustamente hai notato tu. I nostri ascolti svariano dall’indie contemporaneo, al rock, dal pop al folk, fino all’elettronica. Io personalmente sono veramente onnivoro, anche se sono votato al pop. In ogni caso, quello che viene fuori nel disco è una sorta di coagulazione di tutte queste influenze molto diverse tra loro.

È un disco insieme uniforme e difforme, compatto e contemporaneamente molto vario. Come avete fatto, in 6 autori, a rendere possibile una coagulazione così perfetta?

Abbiamo trovato la formula vincente nel portare in sala le idee di ognuno, sviluppandole poi tutti insieme. Non sei il primo che ci dice questa cosa: ovvero che è un disco molto vario, ma insieme molto compatto e riconoscibile nello stile. Forse è stata anche un po’ fortuna, ma sta di fatto che abbiamo trovato un’univocità stilistica che ci rende uniformi nel risultato, nonostante poi il disco guardi in tantissime direzioni diverse. In sala è funzionato bene così, almeno per questo disco. Abbiamo smontato i pezzi e li abbiamo rimontati fino a che non abbiamo trovato un punto che potesse soddisfare tutti. Il risultato è Arvo.

E per i testi?

In realtà vale per tutti e due, musica e testi. Alcune canzoni sono approdate in sala praticamente complete, con solo il bisogno di essere rifinite. Altre invece sono state create partendo da un testo canovaccio, che ci aiutava a capire le strutture e poi, su quel canovaccio, c’è stato un lavoro di scrittura a posteriori, sempre tutti insieme, a dodici mani...

Da quanto vi conoscete?

Il nucleo storico esiste da circa dieci anni, diciamo che la formazione attuale è tale dal 2009. 6 anni, quindi, in cui ne abbiamo viste di tutte. La nostra fortuna è che siamo tutti e sei più o meno nello stesso punto del proprio percorso artistico, non ci inseguiamo, non c’è un traino, non c’è qualcuno che suona e basta e che partecipa al progetto soltanto con la presenza sul palco o con la sua abilità musicale. È veramente una ricetta unica fatta a dodici mani. Che ti devo dire, sarà un allineamento di pianeti fortunato, ci ha detto bene così...

Passando ai contenuti, anche da questo punto di vista si presenta come profondo e compatto, ma anche qui mi sembra che sia nello stesso momento uniforme e difforme. Dentro c’è di tutto: nostalgia e malinconia, paura, ansia, però anche speranza, c’è fuga e ritorno. Diciamo che c’è un nucleo sentimentale abbastanza compatto, quello malinconico, ma che in fondo ha due uscite diverse che in realtà non dissonano tra di loro: la fuga e il ritorno, la paura e la speranza, che mi dici? Mi confermi?

I brani ci hanno portato in questa direzione, la musica l’ha fatta da padrone, ha dettato le atmosfere e le direzioni in cui alcuni brani sono andati

Devo dire che hai centrato in pieno. Un motivo vero però non c’è, non è deciso a tavolino. I brani ci hanno portato in questa direzione, la musica l’ha fatta da padrone, ha dettato le atmosfere e le direzioni in cui alcuni brani sono andati. Forse l’unico brano che è quasi completamente dissociato tra musica e contenuto e Wonder Tortilla, il secondo brano di Arvo. Perché in realtà tratta di una vera e propria tragedia, ma l’abbiamo voluta rappresentare stravolgendola, trasformando un’esperienza di morte in una festa, celebrando la vita in un momento di tristezza abissale.

Ti racconto una cosa: mentre ascoltavo l’album mi segnavo su un foglio, di fianco ai titoli delle canzoni, dei più o dei meno, a seconda del mood che emergeva dalla musica e che mi davano le canzoni in generale. E sai qual è l’unica che ha avuto soltanto segni positivi?

Wonder Tortilla.

Sì. Quando l’ho ascoltata le prime volte mi è sembrata una canzone di rinascita, di slancio, ma quando poi ho saputo del caso di cronaca da cui è nata, ho scoperto che è una storia straziante.

Te ne racconto una anch’io: sai qual è stato il pezzo che ci ha provocato più tensioni interne e più problemi nella chiusura, visto che non siamo stati soddisfatti quasi mai fino all’ultimo secondo?

Fammi indovinare, Wonder Tortilla.

Lo abbiamo cambiato molte volte, ha avuto tantissimi mood differenti, dopo di ché abbiamo trovato la quadratura del cerchio dandole questa atmosfera sottomarina. Negli altri brani invece credo che ci sia più equilibrio emotivo.

Da dove vengono tutte queste sensazioni di ansia, di paura, questa volontà di fuga che è anche una volontà di ritorno, da dove viene tutta questa nostalgia?

Siamo noi ad essere così. Com’è ovvio, quello che facciamo in musica rappresenta quello che siamo e quello che pensiamo come esseri umani. Per molti aspetti siamo disillusi, come gran parte della nostra generazione, d’altronde, per altri siamo cinici, smaliziati, ma abbiamo un fondo di romanticismo molto solido.

Quanti anni avete?

L’età media è 34-35 anni.

Te lo chiedo perché secondo me — anch’io sono in media — questa che mi dici è una caratteristica che appartiene molto alla nostra generazione.

Noi siamo cresciuti negli anni Novanta, anni in cui la musica di strappava le budella, quando andava bene

Sì, è vero, ma sai cosa? Fanno molto anche gli ascolti, quello che abbiamo alle spalle. Un ragazzo che adesso ha vent’anni e fa musica ha dei riferimenti completamente diversi, e di conseguenza un mood completamente diverso. È normale, è cresciuto con degli ascolti che, in media, vanno verso il disimpegno o a un certo tipo di esperienze e attitudini leggere. Noi invece siamo cresciuti negli anni Novanta, anni in cui la musica di strappava le budella, come minimo, perché spesso andava ben oltre e scavava più a fondo. Pensa solo a un Jeff Buckley, per esempio. Quindi direi che siamo proprio noi, siamo fatti così, siamo dei romantici. Per noi ci deve essere sempre un motivo molto valido per sederci e scrivere una canzone.

Un album del genere, se l’avesse scritto un cantautore indie folk americano — penso per esempio all’ultimo Sufjan Stevens — sarebbe stato centrato su se stesso, sarebbe sembrato forse “ombelicale”, senza voler per questo stabilire un giudizio di valore (io Carrie & Lowell l’ho adorato, per esempio). Voi invece non siete per niente ombelicali, non c’è quasi mai un Io, o sbaglio?

È la nostra natura: non c’è un cantautore che scrive e una band che arrangia, c’è un’opera corale

Non sbagli. E anche qui è certamente per la natura del nostro gruppo: 6 autori alla pari, che lavorano insieme. Noi raccontiamo quello che abbiamo dentro, come tutti, ma poche volte questo si risolve in un racconto autobiografico. In Arvo l’unico esempio, al limite, è On My Knees, che è una canzone un po’ più autoriferita, visto che parla della condizione di un personaggio. È la nostra natura: non c’è un cantautore che scrive e una band che arrangia, c’è un’opera corale e, anche quando c’è qualche riferimento personale nei nostri testi, questo viene un po’ diluito, diventa onnicomprensivo.

Arvo lo presentate come un concept album, e in effetti lo è a tutti gli effetti...

Aspetta, ti fermo, in realtà non lo presentiamo affatto come un concept album, anche se in fondo lo è. È solo che non lo presentiamo così.

Ah... ok, però lo è...

Mi spiego: l’album precedente l’abbiamo lavorato a tavolino, abbiamo unito le canzoni con un unico filo narrativo. Questo invece ha una uniformità inconsapevole, che in realtà abbiamo scoperto a posteriori. È come se si fossero incontrate tutte le nostre idee su un campo comune, e anche per questo che il disco risulta così immediato e spontaneo, perché è nato proprio così. Scusa, ti ho interrotto...

Eh eh eh, tranquillo... in realtà il punto a cui volevo arrivare è diverso. Ti cito un personaggio che non c’entra nulla con quello di cui stiamo parlando, né con la musica che fate.

È Jovanotti, che nelle interviste rilasciate in occasione dell’uscita del suo ultimo album ha detto che la forma album è finita, ed è per questo che lui ha fatto un post album. Un contenitore di tracce, di singoli, che potessero vivere di vita propria e durare più stagioni: e infatti c’è il pezzo malinconico, la ballata d’amore, il pezzo danzereccio, quello da spiaggia e quello da film di Muccino. Il suo ragionamento è lineare e sembra anche logico: all’epoca dei singoli e di Spotify, il contenitore è meno importante del contenuto, ed essere al passo con i tempi e con il mercato, in questo momento comporta, almeno per lui, lavorare ai pezzi come se potessero vivere da soli. Voi invece avete fatto un disco opposto, un disco che non possiamo mettere insieme come vogliamo, e nemmeno troppo isolare delle tracce, un disco compatto, al di là del fatto che sia o non sia un concept album. Cosa mi dici a proposito?

Noi facciamo parte dell’ultima generazione che andava in negozio a comprare i dischi. 

È tutto verissimo. Nel nostro caso però non c’è una ricerca alla base, come dicevo prima, non ci siamo messi a tavolino dicendo “questo è quello che vogliamo fare: un concept album”. Potremmo quasi dire che non sapevamo esattamente cosa stavamo facendo. Potrà andar bene o malissimo, non lo sappiamo, ma la verità è che non ci importa più di tanto, non possiamo fare altrimenti. Siamo legati a un certo tipo di ascolto, a un certo tipo di esperienze, a un certo tipo di produzione. Jovanotti in realtà ci interessa molto relativamente, è troppo distante da noi, sia come musica che come mercato. Per lui ha moltissimo senso fare un disco di trenta tracce da cui trarre quindici singoli e dieci video, che possa scalare le classifiche per un anno. Lui interpreta giustamente il suo tempo, nella sua nazione, rispetto alla musica che fa. Se noi facessimo musica in italiano di quel tipo probabilmente anche noi ci muoveremmo in quella direzione. Quello che facciamo noi è molto spontaneo. Quando pensiamo al disco abbiamo in mente il Disco. Una cosa che mi accorgo di ripetere molto nelle interviste che abbiamo rilasciati in questi giorni: noi facciamo parte dell’ultima generazione che andava in negozio a comprare i dischi. Ma proprio nel senso che, quando usciamo un album come Ok Computer, uscivamo la mattina e andavamo al negozio di dischi, e quando apriva ce lo compravamo, ce lo portavamo a casa e ascoltavamo quello per un mese, fino a farci sanguinare gli occhi.

Guarda ti capisco molto bene, anch’io sono compulsivo quasi fino all’autismo nell’ascolto della musica...

Eh eh eh, ma è così per tutti noi, gli appassionati di musica hanno questo approccio, quanto meno per quello per me significa essere appassionati di musica.

Ora però il mercato è cambiato e i dischi non si comprano più. In un’economia in cui si vendono pochi dischi e in cui soldi si fanno con i concerti, voi come fate? Ci vivete?

Noi non viviamo di musica. O meglio non viviamo della nostra musica, ma di lavoro giriamo tutti intorno a questo mondo

Potrà sembrare scoraggiante, ma in realtà non lo è: noi non viviamo di musica. O meglio non viviamo della nostra musica, ma di lavoro giriamo tutti intorno a questo mondo, chi insegna il proprio strumento, chi organizza concerti, chi gestisce locali, chi lavora in una sala di registrazione, ma suonare i nostri pezzi in giro e incidere i nostri album non è quello che ci dà da mangiare. Ma non lo dico né con rimpianto né con frustrazione. Agiamo in piena consapevolezza: sappiamo che è impossibile vivere di musica propria, ad oggi, per un gruppo come noi — evito di fare nomi, ma funziona così anche per gruppi molto più importanti di noi. La cosa a cui puntiamo, e che siamo molto contenti e fieri di riuscire a fare, è mantenere la sostenibilità del progetto: i soldi che entrano ci permette di coprire le spese e di reinvestire nel progetto. Ci permette di fare video e promozione, di stampare dischi, di produrre merchandising, di alimentare tutte le parti del nostro progetto, ma quasi come se fosse una semina di un prato fatta bulbo per bulbo, a mano. Però pensare di viverci è proprio impossibile.

Ci sono band molto più famose di noi che sono in una condizione molto simile alla nostra: non ci vivono, si autoalimentano

Ci sono band molto più famose di noi che sono in una condizione molto simile alla nostra: non ci vivono, si autoalimentano. In molti riescono magari a vivacchiarci intanto che sono in tour, ma appena smettono di suonare, finiti i concerti, con il fatto che di dischi non se ne vendono più tanti, esauriscono i soldi guadagnati producendo il disco successivo e ritornano in tour. L’unico sistema in cui girano soldi è il mainstream di più alto livello ci fa un reddito.

E come vivete questa dimensione?

Quel che vogliamo è portare la nostra musica altrove. Fuori c’è un mercato che permette a produzioni come le nostre di lavorare.

Siamo molto sereni. Non abbiamo pretese di viverci, il nostro obiettivo è quello di molti progetti di questo tipo: ovvero che si autosostengano. Rispetto alla nostra carriera, diciamo quello che ci aspettiamo — e pian piano ci stiamo avvicinando — è portare la nostra musica fuori, all’estero, su altri mercati. Proprio pochi giorni fa abbiamo avuto questa bella notizia del Liverpool Sound City, un festival a cui parteciperemo a fine maggio. Questo è quello che facciamo e che vogliamo fare sempre di più: portare la nostra musica altrove. Fuori c’è un mercato che permette a produzioni come le nostre di lavorare con continuità, certo, senza fare i soldi, ma vivendoci. Il fatto di cantare in inglese ci aiuta, il mercato è cento volte più grande. Puntiamo lì, a un range di ascoltatori più ampio, vogliamo cercare di suonare sempre di più in Europa, nei paesi anglofoni, negli Stati Uniti, dovunque ci sia questa possibilità. In ogni caso non ci facciamo illusioni e non abbiamo nessuna malinconia alla base, il “poveri noi non sfonderemo mai” è un concetto che non ci riguarda, ma non per snob, è proprio un altro campo da gioco.

Ma all’estero c’è effettivamente più possibilità rispetto all’Italia o soltanto che allargando il mercato si allarga contemporaneamente la nicchia?

Io non sono di quelli che crede che all’estero sia un paradiso, però è certamente meglio che qui.

Guarda, non posso parlare per mercati che non conosco, ma per quello che so ti dico che l’Italia è particolarmente messa male. mi viene in mente il sistema radiofonico francese, o quello spagnolo, sulle cui frequenze passano soprattutto pezzi rispettivamente francesi e spagnoli. Questa è una cosa che fa molto bene alle realtà locali. In Italia è un po’ al contrario. Poi, io non credo che all’estero sia un paradiso, però è certamente meglio che qui. E se spesso è un problema di proporzioni — pensa al mercato americano, per esempio — molto contano anche le dinamiche che muovono il mercato, e qui, per restare in tema radio, le radio difficilmente passano i pezzi dei “piccoli eroi locali”, e lo fanno per dinamiche commerciali loro, che sono opinabili, ma restano loro. Io non mi sento troppo di giudicare: sarebbe più bello se fosse diverso, mi piacerebbe un sacco poter ascoltare la musica che mi piace sulle radio italiane, ma non è così e avranno i loro motivi.

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