Etgar Keret: “Con l’ironia mi prendo una rivincita sulla realtà”

Una conversazione con lo scrittore israeliano, autore di "Sette anni di felicità", sulla forza e i limiti dell’umorismo e sulla gioia di essere padre

Etgar Keret Sette Anni Di Felicita Feltrinelli Cover
23 Aprile Apr 2015 1800 23 aprile 2015 23 Aprile 2015 - 18:00

Sette anni di felicità è il suo ultimo libro, edito in Italia da Feltrinelli, e Etgar Keret è il suo nome. Israeliano di origini polacche, classe ’67, figlio di due genitori sopravvissuti all'Olocausto, Keret si avvicina ai cinquant'anni, e negli ultimi sette la sua vita è cambiata. Ha avuto un figlio, Lev, e ha affrontato la perdita del padre, e intanto il mondo — che non si è fermato, men che meno dei dintorni di Tel Aviv, dove abita — ha continuato ad accadere. Nel frattempo Etgar ha continuato a scrivere, le sirene di allarme a risuonare e i missili, per fortuna meno degli allarmi, a cadere, sempre abbastanza lontano da rendere difficile al piccolo Lev, che nel frattempo ha continuato a crescere, ritrovare dei resti per bullarsi a scuola con gli amici.

Etgar Keret Sette Anni Di Felicita FeltrinelliEtgar Keret ha due doni. Il primo è la sintesi, perché racchiudere sette anni in poche decine di schegge e condensarle in poco più di 150 pagine non è affatto da tutti. Il secondo è l'ironia, un'ironia gentile e leggera come una carezza, ma efficace e inarrestabile come un carro armato. Con ironia e leggerezza, infatti, Keret riesce a tirar fuori da ogni pagina, da ogni evento della vita, anche dai più tragici come la malattia e la morte del padre, qualcosa di buono, qualcosa per cui essere contenti di stare al mondo.

C'è un episodio, in Sette anni di felicità, che dà una lettura del modo in cui Keret si affaccia alla vita. Si intitola Strani compagni di letto, in cui Keret racconta, come sempre nei suoi rapidi capitoli-racconti, un aneddoto della sua vita, di quei sette anni, o anche del passato. Questa volta l'aneddoto riguarda uno strano incontro in un bar di Bali con uno svizzero ubriaco che ha una storia da raccontare e lui, Keret, la sta ad ascoltare.

È la storia del licenziamento dello svizzero dall'hotel in Nuova Caledonia dove lavorava, e da cui è stato cacciato per aver trattato male due turisti americani che si lamentavano di aver trovato una lucertola nel bagno. L'effetto della storiella nella mente di Etgar deve essere stato un po' come quello che provano Vinz e Hubert nel film L'odio, dopo aver ascoltato lo sconclusionato discorso che il vecchietto nano gli fa al cesso.

E infatti Etgar glielo chiede, “ma che senso ha la tua storia?” “Credi che ci sia una morale?” E la risposta dello svizzero è da incorniciare:

“Forse,” dice dopo una breva pausa, “la morale è che questo mondo è pieno di lucertole e che, anche se non possiamo farci niente, dovremmo sempre cercare di scoprire quanto sono grosse”.

Ecco, anche il mondo di Keret è pieno di lucertole. Sono le paure che abbiamo nei confronti della vita, degli altri, della morte, della violenza, della guerra, della fervente religione di nostra sorella. Sono lì, se ne stanno inevitabili ad attenderci sul percorso che ci porta dalle mani dell'ostetrica che ci ha fatto nascere fino al luogo dove esaleremo il nostro ultimo respiro. L'inevitabilità è il motivo per cui ci spaventano, probabilmente. Ma Keret ci dimostra che è anche il motivo per non dobbiamo preoccuparcene, perché in ogni male c'è anche un bene, ma soprattutto perché il fatto stesso che siano inevitabili ci toglie un problema — tentare di evitarle — e ci lascia il tempo di ridere e di goderci quello che ci offre la vita.

Etgar, nel tuo libro racconti frammenti della tua vita, tra momenti di dolore e felicità, e sempre, grazie all'ironia, riesci a trovare qualcosa di buono aprendo continuamente spiragli di felcità e tenerezza. Ma si può ridere di tutto?
Be', direi di sì, certo che si può ridere di tutto. Ma l'umorismo e il mondo sono campi delicati, e quando si scherza la cosa importante è sempre capire qual è il fine dello scherzo, ovvero qual è il sottotesto dell'ironia.

«L'umorismo e il mondo sono campi delicati, e quando si scherza la cosa importante è capire qual è il sottotesto dell'ironia»

Ti racconto una storia: una volta io stavo lavorando a un comedy show in cui c'era un politico israeliano che faceva polemica. Era un momento in cui Israele era stato attaccato dalla Germania sulla politica nella Striscia di Gaza. Il politico diceva «Ma come osano criticarci? Cos'hanno da insegnarci i tedeschi dopo che hanno ucciso 6 milioni di ebrei?». Ero con i miei genitori che si fecero cupi in volto, si arrabbiarono e mio padre mi disse che non lui e mia madre non avevano sofferto tutto quello che avevano sofferto per fare in modo che un politico di serie b avesse un argomento di discussione per difendere i suoi errori. Io allora mi inventai uno sketch. C'era una gara dei 100 metri in Germania e un momento prima che partisse arrivava una specie di diplomatico israeliano a chiedere che il corridore israeliano potesse correre cinque metri di meno, adducendo come scusa il fatto che il corridore fosse figlio di sopravvissuti dell'Olocausto, che per sua madre era stato molto duro tornare in Germania a vedere il figlio, e che comunque era molto lento e avrebbe perso comunque. Lo starter si rifiutava di accettare e il diplomatico lo accusava di voler aggravare l'umiliazione del corridore, di non aver imparato nulla dal passato, e gli chiedeva se pensasse che gli ebrei non avessero già sofferto abbastanza. Passando poi ad accusarlo di essere un antisemita e addirittura a strappargli la pistola, mettendosela sotto il mento e urlando: «Dai, su, sono un ebreo anch'io, finisci il lavoro!» Di fronte a quell'aggressività il giudice non regge più e accetta che il corridore israeliano corra di meno. A quel punto il diplomatico cambiava atteggiamento e si congratulava, dicendo allo starter che era un amico degli ebrei, e che gli avrebbero intitolato una via.

E che successe quando uscì?
Ricevetti una marea di critiche. In particolare proprio dai politici, che mi accusavano di essere un ebreo che odiava gli ebrei, un antisemita, perché osavo scherzare sulla Shoah. Io gli risposi che non scherzavo sulla Shoah, ma che scherzavo sulla gente che sfrutta la Shoah.

Quindi su alcune cose non si può scherzare?
Teoricamente si può scherzare su tutto, ma conta sempre il sottotesto e lo scopo: se scherzo sull'Olocausto per scherzarci e basta posso farne a meno, ma se invece la battuta e l'ironia sull'Olocausto serve a evidenziare come questo spesso sia un argomento usato per secondi fini, allora è un altro campo da gioco e va valutata diversamente.

«L'ironia su una tragedia come l'Olocausto è un territorio molto complicato, in cui molto spesso basta poco per essere attaccati e accusati»

Per quanto mi riguarda, visto il mio background familiare — come ti dicevo i miei genitori sono entrambi sopravvissuti all'Olocausto — è qualcosa su cui non scherzo. Quello su cui scherzo, e su cui posso scherzare, è la gente che lo usa in modo inappropriato, chi lo usa come scusa, è quello che mi piace mettere in ridicolo. In generale l'ironia su una tragedia come l'Olocausto è un territorio molto complicato, in cui molto spesso basta poco per essere attaccati e accusati.

Secondo te l’ironia non può essere un modo per accettare la realtà, per superare i traumi?
Non credo, anzi, credo che sia esattamente il contrario. Ovvero che l'ironia sia l'arma che i deboli hanno per affrontare la durezza della realtà. È così che funziona il cervello umano: se c'è una cosa che mi disturba io cerco di cambiarla, se fallisco una volta ci riprovo, ma se è troppo grande e fallisco sempre allora ci scherzo sopra. Scherzare in qualche modo è una maniera di salvaguardare la propria dignità, è un modo di esprimere la tua protesta senza risultare patetico.

«L'ironia sia l'arma che i deboli hanno per affrontare la durezza della realtà»

In molti si stupiscono del fatto che gli ebrei, con la storia drammatica che hanno alle spalle, siano un popolo che ha sviluppato un grande senso dell'ironia. Secondo me questo è successo perché, dalla diaspora in poi, gli ebrei si sono sempre sentiti deboli, e per reagire hanno sviluppato l'ironia, che era un modo per dire che non erano contenti della realtà così com'era, che volevano criticarla salvaguardando la propria dignità, senza piangersi addosso insomma.

Te ne racconto un’altra: quando ero un ragazzino mi raccontarono una barzelletta ebrea, che in realtà non fa molto ridere: su una strada in Russia si trovano uno davanti all'altro un ebreo e un cosacco, e a lato della strada c'è del fango. L'ebreo sta andando in sinagoga e incontra il cosacco che lo guarda e gli fa: «Io non metterò mai un piede nel fango per uno stupido ebreo». E l'ebreo allora si mette a camminare nel fango e gli dice: «Io invece lo faccio sempre». Il significato della barzelletta è che il potere, cioè l'uomo forte rappresentato dal cosacco, non ha bisogno di scherzare perché è potente, è in condizione di superiorità, mentre l'ebreo, che è il più debole e che se non si fosse sporcato i calzoni sarebbe stato ucciso, usa l’umorismo per mantenere la dignità anche con i piedi nel fango. Capisci cosa intendo quindi? L'umorismo è l'arma dei più deboli. Se sei forte non ne hai bisogno, ma se sei debole ne sei dipendente.

Se si racconta una storia con la modalità della tragedia ci si mette al di sotto delle cose, in qualche modo subendole, al contrario quando si usa la commedia e l'ironia ci si mette al di sopra. Sei d'accordo?
Tragedia e commedia sono due strategie narrativa che in fondo hanno qualcosa in comune. Secondo me, per esempio, l'umorismo — almeno la tipologia che mi riguarda — ha sempre dentro qualcosa di triste, parte sempre da un fallimento. Pensa, in un mondo utopico la gente non avrebbe bisogno di ridere. Se io voglio uscire con una ragazza e lei mi dice no, io posso sempre avere una battuta pronta per riderci su. Ma in un mondo perfetto in cui tutte le donne mi si concedono non ho più tempo di pensare a cose che fanno ridere, sarei troppo impegnato a fare altro.

«L'umorismo — almeno la tipologia che mi riguarda — ha sempre dentro qualcosa di triste, parte sempre da un fallimento»

Mi spieghi meglio questo legame tra ironia e fallimento?
Sono convinto che l'ironia sia sempre collegata al fallimento, ma in maniera positiva, nel senso che grazie all'ironia si può trasformare una fallimento in una piccola vittoria. Io vengo da un quartiere che era molto violento e ho imparato che, quando da piccolo dei bulli mi minacciavano e reagivo con durezza dicendo di lasciarmi in pace loro mi picchiavano, ma se invece reagivo con ironia e dicevo loro di lasciarmi stare mettendola giù in modo da riuscire a far ridere i due compagni del bullo più grosso, quello, con i due scagnozzi che ridevano, non riusciva a picchiarmi.

Cosa mi dici del celebre umorismo ebraico?
Quando parliamo dell'umorismo ebraico parliamo di un umorismo molto emotivo, pieno d'amore in fondo e, soprattutto, diretto a realtà o persone vicine, spesso addirittura rivolto a se stessi. Si scherza sulla propria madre, sui figli, sui fratelli, sulle cose a cui si vuole bene, persino su se stessi, sugli ebrei. Non si scherza, per esempio, sui polacchi o sui canadesi. Perché l'umorismo può anche avere un qualcosa di insultante se è diretto verso l'altro da noi. Tu che vivi al nord Italia potresti ridere della gente del Sud, questo è un tipo di umorismo che io non amo per niente, perché credo che se vuoi insultare ci sono metodi molto più diretti ed efficaci, può per esempio dire un vaffanculo e sei a posto così, non hai bisogno di quel lavoro complesso che è l'invenzione dell'umorismo. Ma l'umorismo può anche essere un metodo per riconoscere e documentare le tragedie, soprattutto quelle intime e private.

«Porre dei limiti all'umorismo in Occidente in nome di un sistema di valori che non appartiene all'Occidente è un atto di “colonialismo invertito”»

Cosa hai provato dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi nel gennaio scorso?
Pretendere di porre dei limiti all'umorismo in Occidente tentando di importare un sistema di valori che non appartiene all'Occidente lo considero un atto che potremmo definire di “colonialismo invertito”. Sarebbe la stessa cosa se gli italiani andassero in Libia o i francesi in Tunisia e pretendessero di imporre di vestirsi, di parlare e di comportarsi in un certo modo. Non ha senso, è una forma di relativismo culturale che mi sembra profondamente sbagliata. Se io vado in un paese musulmano non pretendo di bere birra per strada. Ecco, nello stesso modo, mi sembra assurdo che qualcuno possa pretendere che qualcuno cambi il proprio senso dell'umorismo quando parla di religione. Non credo ci siano margini di trattativa su un argomento del genere, soprattutto dal momento che la libertà di espressione è uno dei pilastri della società occidentale, in particolar modo quella francese, e che Charlie Hebdo, per quanto possa non piacere a qualcuno — e non solo agli integralisti musulmani — ha sempre agito nel solco di quel diritto. Ripeto, quando si parla del territorio dell'umorismo il confine tra la battuta e la provocazione o l'insulto può essere labile, ma se abbiamo lottato per avere il diritto di ridere di qualsiasi cosa, dobbiamo imparare ad accettare anche l'ironia che ci dà fastidio. Anche se vale sempre il discorso che abbiamo fatto prima e quindi come è lecito da parte di Charlie Hebdo prendere in giro le religioni e, in questo momento più di altri, la religione musulmana, è lecito per noi riflettere sul sottotesto di quell'umorismo e chiederci se è umorismo per l'umorismo o se c'è sotto qualche altro messaggio.

A proposito di messaggi e di sottotesto, perché scrivi? Qual è il messaggio che vuoi lasciare, qual è il sottotesto del tuo lavoro di scrittura? 
Ognuno ha le proprie ragioni per scrivere: qualcuno lo fa per insegnare, qualcun altro vuole far riflettere su qualcosa in particolare, qualcun altro ancora vuole divertire il pubblico. Io cerco di mostrare me stesso, ma soprattutto cerco di mostrare la parte migliore dell'umanità, cerco di fare in qualche modo l'avvocato dell'Uomo, di difenderlo nei posti in cui è più difficile farlo, ovvero nelle situazioni in cui è più difficile trovare del buono. Il pessimismo cosmico e misantropico di chi, scrivendo, mi spiega che l'Uomo è cattivo, che il mondo fa schifo, è ingiusto e non funziona, per quanto legittimo, non mi interessa. Prendi per esempio uno come Lars Von Trier, un grandissimo regista, ma, secondo me, un grandissimo misantropo.

«Io vivo in un posto dove mi basta aprire la finestra e guardare quel che succede in strada per capire che il mondo fa schifo, non mi serve pagare un biglietto del cinema»

Ecco, io vivo in un posto dove mi basta aprire la finestra e guardare quel che succede in strada per capire che il mondo fa schifo, non mi serve pagare un biglietto del cinema. Quando vedo un film o leggo un libro, pur amando la sincerità e l'onesta, sia chiaro, non amo ritrovarmi a pensare che il mondo e l'Umanità sono una merda, né pensare che sarebbe meglio che ci estinguessimo. Per questo, quando scrivo i miei di libri, cerco di mettere in luce quel che c'è di buono, anche nelle situazioni drammatiche della vita: la morte di un padre, la guerra, le difficoltà familiari e via dicendo.

In questo tuo Sette anni di felicità hai messo a nudo molti momenti privati e molto intimi della tua vita. Che esperienza è stata trasformare nodi così cruciali della tua vita come la nascita di tuo figlio o la morte di tuo padre in letteratura?
Ho scritto questo libro per motivi sinceramente emotivi, soprattutto in seguito alla morte di mio padre. E scrivendolo ho riscoperto quanto è vero che il processo di riscrittura della tua vita ti faccia scoprire un sacco di cose di te e del rapporto con i fatti di cui parli. Quando vivi delle esperienze, molto di quel che vivi resta inespresso, come se fosse sottopelle, come se rimanesse avvolto da una specie di nebbia. Scrivere è un gesto che ti fa diradare quella nebbia, ti fa tirare fuori cose profonde e che sarebbero rimaste inespresse. E scrivere di questi sette anni ha avuto su di me un effetto molto benefico.

La distanza tra il momento della scrittura e quello della vita ti ha aiutato?
In realtà molti degli episodi che riguardano la mia vita e che ho messo in questo libro li ho scritti praticamente in tempo reale, come la nascita di mio figlio o la malattia di mio padre, per esempio. E raccontando mi sono accorto di quante cose siano emerse, cose che erano, per l'appunto, sottopelle e che forse senza il libro sarebbero rimaste non dette, non razionalizzate. Mio figlio è nato in un giorno in cui altre persone sono morte, e scrivendo ho messo su carta anche una parte della paura che avevo nel mettere al mondo un figlio in un mondo così pazzo, così assurdo talvolta. E nel momento in cui lo scrivi, lo capisci veramente.

Com'è diventare padre in una realtà come quella israeliana e, più in generale, quella mediorientale, che è in questo momento nell'esatto centro di un gran caos, tra guerre, terrorismo e violenze?
Prima di diventare padre avevo tantissima paura, perché se hai un figlio in questo momento in Israele pensi al terrorismo, alla guerra, al fatto che tuo figlio, come tutti gli altri, prima o poi ci dovrà fare i conti, dovrà fare il militare e si troverà a scontare gli errori dei nostri governi. Tutte queste cose mi facevano pensare che forse non sarebbe stato responsabile mettere al mondo un figlio. Di queste cose ne ho parlato anche con mia madre, e lei mi ha sempre detto che avrei dovuto pensare che le cose si sarebbero messe al meglio, che non avrei dovuto essere pessimista. Sì, le dicevo io, ma i tempi sono difficili. E lei: «Se io dopo l'Olocausto potevo essere ottimista e mettere al mondo te, io credo che anche tu sarai capace di pensare che le cose andranno meglio». Pensavo che avere un figlio mi aumentasse questa paura, che fossi terrorizzato per il futuro. Invece ho scoperto che è il contrario, perché ti obbliga a vedere le cose positive, a concentrarti ed essere ottimista.

Cosa hai imparato dalla vita nascendo in una regione del mondo così instabile?
Nella vita la forza più grande che agisce su di noi è l'inerzia, come se avessimo la tendenza a metterci in modalità pilota automatico. Quando incontri gli ostacoli, questi ti insegnano molto su di te: non solo sulle tue capacità, ma anche sui tuoi veri desideri e bisogni. Ho due fratelli, e tutti e tre abbiamo cominciato il servizio militare convinti che fosse una cosa di passaggio. Ma il servizio militare ti mette in contatto con situazioni difficili, con privazioni, violenza, paura e via dicendo e può cambiare completamente la vita delle persone. E infatti, le nostre vite sono cambiate radicalmente: mia sorella ha perso il fidanzato, ha cominciato a farsi domande esistenziali ed è anche per questo che poi ha preso la via delle religione. Mio fratello ha partecipato a un'azione molto violenta e ha ucciso due piloti siriani, una cosa che l'ha segnato profondamente con forti sensi di colpa, ed è anche per questo che è diventato un attivista. E io ho avuto un trauma molto forte perdendo il mio migliore amico, ed è per questo che ho cominciato a scrivere. Di certo non posso raccomandare a nessuno l'esperienza della guerra, avrei forse preferito avere una vita più semplice e non scoprire così tanto di me stesso. Ma è successo, e vivendo in un posto così hardcore come il Medio Oriente, ti trovi in situazioni così dure che cresci, impari, ti confronti con cose che altrimenti lasceresti stare di te.

«Vivendo in un posto come il Medio Oriente, ti trovi in situazioni così dure che cresci, impari, ti confronti con cose che altrimenti lasceresti stare di te»

Ti faccio un esempio banale di cui parlo anche nel libro, ovvero gli attacchi missilistici. Quelle sono situazioni che ti insegnano un sacco anche delle persone che hai intorno, di cui vedi le reazioni, spesso strane e inaspettate. Ogni tanto accade con le famiglie, e vedi i due genitori che si lanciano a terra, immobilizzati dal terrore, mentre i bambini continuano a saltellare per strada come se nulla fosse. Oppure il contrario, vedi genitori amorevoli picchiare i figli perché non si vogliono sdraiare quando sentono l'allarme. Capisci molte cose della gente quando ha paura.

Nel tuo libro parli spesso della morale alla fine di ogni storia, come quando racconti dello svizzero e della lucertola. Restando nella metafora geniale dello svizzero, qual è la lucertola nel tuo libro? E quanto è grande?
Questa è una domanda difficilissima. Provo a risponderti con una storia che ho raccontato un paio di giorni fa a Perugia, dove ero ospite al Festival del Giornalismo. Non so sia una riposta alla tua domanda, ma è una cosa che ho capito recentemente e che per me è molto potente. Io sono figlio di due sopravvissuti dell'Olocausto — mia madre ha perso l'intera famiglia durante l'Olocausto, mio padre ha perso sua sorella — e entrambi da giovani vivevano in una realtà orribile, ma avevano un sogno, un sogno che sembrava a tutti e due molto poco realistico: sopravvivere alla guerra abbastanza sani di mente e di corpo da riuscire a convincere un'altra persona a diventare il loro partner e, con questa persona, fare una famiglia, dei figli che nascessero e vivessero normalmente. Era il loro modo di dire Fuck the war!, di prendersi la rivincita sul mondo, era il loro obiettivo nella vita. Sembrava un obiettivo impossibile, intorno a loro vedevano tanta gente che non sopravviveva alla guerra o che ne usciva malissimo, sia come salute fisica che mentale, tanto che nessuno gli si sarebbe mai avvicinato per fare una famiglia.

«Per i miei genitori avere una famiglia era il loro modo di dire Fuck the war!, di prendersi la rivincita sul mondo, era il loro obiettivo nella vita, e ce l'hanno fatta»

Quindi per loro era come un Santo Graal, sognavano che dopo trent'anni avrebbero potuto sedersi a un tavolo e dire questa è la donna che amo, questo è l'uomo che amo, questi sono i nostri figli, siamo qui intorno a un tavolo a mangiare e siamo contenti di stare insieme. E ce l'hanno fatta. Nascere in un contesto del genere per me è stato importantissimo, perché i miei non mi dicevano che senza di me avrebbero fatto più vacanze o avrebbero avuto più soldi o più tempo. No, i miei mi dicevano che se la vita è un videogioco, io per loro ero il bonus, le stelline che vinci alla fine del gioco. Capisci che, essendo cresciuto in una famiglia del genere, quando capita che Lev mi sveglia alle cinque del mattino, io non lo mando a cagare o mi arrabbio, io dico «Wow! Che figata! Ho un figlio!». E anche se quando mi sveglia mia moglie dico ancora «Ma che cazzo sono le cinque del mattino!..», in questo libro ho cercato di mettere il mio sentimento verso questa straordinaria esperienza di avere una famiglia, una cosa che non dovremmo mai dare per scontata.

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