Lamborghini e i soldi pubblici, il governo mostri tutte le carte

La politica industriale che non rende conto delle proprie scelte o dei risultati è una realtà del passato, che spereremmo aver abbandonato per sempre

Lamborghini Urus Frontale
1 Giugno Giu 2015 1100 01 giugno 2015 1 Giugno 2015 - 11:00
WebSim News

È notizia di mercoledì l’accordo trovato fra Lamborghini e sindacati corredato da una buona dose d’incentivi governativi, per ampliare il sito di produzione dell’azienda, destinato alla produzione del nuovo Suv d’alta gamma. Lamborghini è una piccola realtà produttiva, che ha scelto di espandere la propria gamma, seguendo l’esempio di Porsche, per aumentare i profitti e la remunerazione del capitale. L’accordo è stato motivato dal governo con la volontà di evitare la delocalizzazione della produzione dei nuovi veicoli in Slovacchia, dove il costo di produzione sarebbe nettamente più basso a causa del minore costo del lavoro per addetto.Lamborghini

Figura 1: Costo del lavoro orario nell’ industria, Italia e Slovacchia, euro correnti

Vista la differenza esistente nel livello del costo del lavoro orario, nel settore industriale, fra i due Paesi, ci permettiamo di avere dubbi sul fatto che la “minaccia” di delocalizzare la produzione fosse credibile. Le notizie più accreditate parlano d’incentivi per un totale che varia fra gli 80 e i 100 milioni, su un investimento vicino al miliardo; la composizione dei sussidi meriterebbe una più chiara informazione da parte del governo, per capire se includano o meno gli incentivi alle assunzioni previste dal Jobs Act - che in questo caso sarebbero probabilmente usati solo per il personale di R&D o legato all’ampliamento del sito, visto che la produzione è prevista partire per il 2018 – e di quali altre voci si componga.

Vista la differenza nel costo del lavoro orario fra Italia e Slovacchia, abbiamo dubbi sul fatto che la “minaccia” di delocalizzare la produzione fosse credibile

La stampa ha riportato, fra le altre cose, di accordi specifici di pre-pensionamento, sarebbe opportuno fossero fornite più cifre al riguardo.  Anche tenendo conto della sovvenzione sul costo del lavoro, è difficile credere che si riesca a pareggiare il costo orario netto slovacco. La minaccia di delocalizzazione, arma negoziale legittima usata da ogni impresa in odore di “aiuto governativo”, valutata ex-ante sembrerebbe un’ama spuntata anche considerato il rendimento atteso dell’investimento. Tenendo conto delle tremila vetture che si pensa produrre, gli Ebit medi del settore, e l’investimento iniziale, il Roi è vicino al 9%, in assenza d’incentivi: un numero del tutto rispettabile! Gli incentivi erano davvero necessari?

Sarebbe utile, quando s’intavola una trattativa al ministero dello Sviluppo Economico, che fossero pubblicati dati preliminari di stima, necessari a giustificare gli interventi 

Per questo, la bontà dell’accordo, se valutato in termini di creazione netta di lavoro altamente qualificato, come puntualmente ricordato dal ministro Guidi, va spiegato anche nell’ottica del suo costo. Spesso, la visione più pragmatica tende a considerare i sussidi e gli aiuti pubblici agli investimenti industriali, come uno strumento utile e indispensabile per abbattere il costo del lavoro. Stimare i costi dell’intervento e del programma è però cosa più complessa. Sarebbe forse utile, ogni qual volta s’intavola una trattativa a uno dei tanti “tavoli” aperti presso il ministero dello Sviluppo Economico, che fossero pubblicati dati preliminari di stima, necessari a giustificare gli interventi che si ritengono meritori. Ricordiamo che in un’ottica microeconomica, mai considerata abbastanza nel nostro dibattito di politica economica, agire con un incentivo è sempre un “manipolare” un prezzo relativo di mercato, con effetti spesso perversi che devono essere soppesati e tenuti in considerazione. L’esempio lampante del Jobs Act, con tre anni di generosi sussidi,  è lì a ricordarlo. Di fronte a effetti benefici positivi, vi sono forti spinte implicite al sovra-utilizzo di collaborazioni di durate brevi. Per questo monitorarne gli effetti, con i dati appropriati, è indispensabile per valutarne l’efficacia.

Vale, perciò, per gli strumenti di politica industriale, ciò che più generalmente vale sempre in tema di spese e programmi pubblici: più valutazione, sia ex-ante, sia ex-post. La prima aiuterebbe a giustificare il gioco di “pick the winner” insito in ogni intervento pubblico. Siamo davvero certi che il governo sia un giocatore così bravo da scegliere sempre, o con un’alta probabilità, il progetto vincente? Non è per niente scontato. La seconda garantirebbe, invece, un migliore controllo degli interventi da parte dei cittadini, che - in ultima istanza - pagano il conto del minore gettito contributivo, o delle risorse spese in sussidi agli investimenti. La politica industriale che non rende conto delle proprie scelte o dei propri risultati è una realtà del passato, che spereremmo aver abbandonato per sempre.

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