Krugman: «Le disuguaglianze? Partite dalle città. E Piketty sbaglia»

Festival di Trento

Krugman Trento
3 Giugno Giu 2015 1030 03 giugno 2015 3 Giugno 2015 - 10:30

Si chiude con uno degli ospiti più attesi il Festival dell'Economia di Trento: Paul Krugman, Premio Nobel nel 2008 per i suoi studi sulla teoria del commercio e dal 2000 caustica penna del New York Times. Sul sito della testata tiene uno dei blog più seguiti, da dove lancia accuse a suoi colleghi, ai ministri del Tesoro e ai governatori delle banche centrali.

È stato intervistato in diretta streaming da Daniel Gros, l'economista tedesco protagonista e polemista di questa decima edizione del Festival, e da Tito Boeri, il direttore scientifico nonché presidente dell’Inps.

«Durante il festival si è parlato di come risolvere il problema delle disuguaglianze», esordisce Boeri, «ma come ci ha avvertito l'Economist nell'ultimo numero, sarebbe il caso che economisti e politici facessero proposte più concrete e meno utopiche di quelle che animano i loro dibattiti, spesso interni a una ristretta cerchia e che rimangono rinchiuse nella torre d'avorio delle università».

«È irrealistico avere tasse globali sulla ricchezza, come dice Piketty»

«Si può spostare il binocolo verso realtà geograficamente più ristrette, come gli agglomerati urbani, le metropoli e le regioni che potrebbero diventare dei laboratori di lotta alle disuguaglianze», interviene Krugman, il quale deve parte della propria notorietà presso il grande pubblico grazie alla divulgazione della geografia economica. «Non è necessario, ma soprattutto è irrealistico avere tasse globali sulla ricchezza, come dice Piketty», che secondo l'ex professore di Princeton sbaglia anche nel «considerare il problema della disuguaglianza come monodimensionale». Al francese, Krugman preferisce Anthony Atkinson che proprio a Trento ha presentato il suo ultimo libro «con ben quindici proposte differenti».

«Basta partire dalle città – come fatto in alcuni casi virtuosi – e tarare per esempio dei salari minimi che abbiano solo valore locale». Per Krugman, questa soluzione farebbe crescere le retribuzioni senza far aumentare la disoccupazione. Difficile credere che una grande catena di distribuzione rinunci a un mercato cittadino solo perché il costo del lavoro è più alto.

«C'è poi il problema abitativo: i costi della vita delle diverse città dipendono dal mercato immobiliare, talvolta proibitivo, tant'è che negli USA assistiamo a una mobilità bizzarra, per cui i cittadini si spostano da zone più ricche a zone più povere proprio per il costo delle case».

«Il prezzo delle case e dei terreni spesso dipende dal numero di licenze e concessioni edilizie che vengono rilasciate», continua Krugman. Si può agire in questo senso con delle politiche pubbliche mirate, come avvenuto a Chicago con la campagna cittadina “Moving to opportunity” che prevedeva la concessione anche di alloggi popolari per le fasce più deboli inseriti nei quartieri altolocati della più grande città dell'Illinois.

«Sviluppare reti di trasporto pubblico gratuito o semi-gratuito è dimostrato che porti a una più efficace mobilità sociale e a sanare le disuguaglianze fra territori o sobborghi». L'esempio da non seguire è quello di Atlanta in Georgia, dove oltre alla stratificazione sociale si è assistito a un incrementarsi delle problematiche razziali.

Arriva anche all'Europa il Nobel, incalzato da Gros e Boeri: «Potete realizzare delle politiche endogene ai singoli Paesi, quello sì, ma se mi chiedete come far convergere i redditi di bulgari e tedeschi, non so rispondervi». E avverte: «Troppo spesso leggete come inesorabili o come tendenze di lungo periodo fatti che sono legati solo alla crisi economica». È il caso della de-industrializzazione della periferia europea, che «negli ultimi vent'anni si è trovata in una regione particolarmente sfortunata per la distribuzione del reddito e della ricchezza globale».

«Se mi chiedete come far convergere i redditi di bulgari e tedeschi, non so rispondervi»

«A livello di reddito globale vediamo forti incrementi solo nel sessantesimo-settantesimo percentile, che corrisponde alla classe media cinese, e nel 1% dei più ricchi». Ma le cose potrebbero cambiare rapidamente: «Molte aziende hanno scoperto di essersi globalizzate troppo in fretta. Hanno guadagnato dall'outsourcing della forza lavoro nei Paesi in via di sviluppo ma hanno scoperto che spedire la merce da Shangai ha anche degli oneri, sopratutto temporali, più che monetari».

«Negli USA una delle industrie che sta rapidamente guadagnando terreno è quella della moda e dell'abbigliamento, dove aumentano anche gli occupati», continua Krugman. E rivolgendosi all'Italia: «se avete il coraggio di abbandonare le politiche di austerità potete rapidamente ricollocarvi con i vostri cluster industriali e distretti manifatturieri. Sono piccole-medie aziende, ma molti studi dimostrano che avete vantaggi comparati notevoli nel commercio internazionale».

Per Krugman potrebbe verificarsi nel sud Europa una sorta di “momento messicano”: «Dopo la firma del NAFTA (accordo di libero scambio del nord Atlantico) il Messico era stato schiacciato dall'apertura ai mercati esteri, ma adesso dopo vent'anni ha trovato una sua collocazione grazie alla posizione geografica e alla logistica».

«Per troppo tempo voi europei avete parlato di problemi fiscali e debito pubblico»

Sulla situazione europea aggiunge: «Per troppo tempo avete parlato di problemi fiscali e debito pubblico, ma voi avevate e avete un problema di bilancia dei pagamenti, di bilancia commerciale e quindi di debito estero», e valuta come positive alcune scelte recenti tedesche. «La Germania traeva vantaggi dalla politica della moderazione salariale che ne aumentava la competitività delle imprese», politica voluta, più ancora che dalla classe dirigente, «dai sindacati stessi, che speravano di risollevare gli elevati livelli di disoccupazione sul finire degli anni '90». «Adesso hanno varato un salario minimo a dieci euro grazie all'accordo di governo fra Spd e Cdu, contro tutti i pareri emanati dalla Commissione Europea negli ultimi anni, che chiede costantemente di tagliare i salari per spingere le esportazioni».

E chiude: «le soluzioni tecniche esistono o comunque si possono trovare, quella che manca è la volontà politica».

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