“Muro di casse”, un viaggio al termine dei free party di Vanni Santoni

Per l'opinione pubblica sono solo covi di drogati, ma la realtà che racconta Vanni Santoni, autore di un reportage narrativo sui rave, è diversa

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7 Giugno Giu 2015 1400 07 giugno 2015 7 Giugno 2015 - 14:00

La maggior parte dell’opinione pubblica, appena sente parlare di rave party, pur non essendoci mai stata, si immagina qualcosa di molto preciso: un luogo sporco, buio, con una musica insopportabile, pieno di ragazzi strafatti di qualsiasi tipo di droga, ubriachi più simili a zombie che a esseri umani. Insomma, un inferno.

È questo il ritratto che emerge — che è sempre emerso — dalle cronache apparse sulla stampa, su cui il senso comune si è costruito in questi anni, arrivando ad associare il movimento controculturale dei free party a quello delle discoteche: stessa musica, stessa religione dello sballo, stessa sconfitta intellettuale.

Muro Di Casse Vanni Santoni LaterzaE invece la realtà è diversa, e potrà suonar strano, ma è un romanzo a dipingerla al meglio, al contrario di anni di articoli di giornale incapaci di comprenderla. È quella raccontata da Muro di casse, l’ultimo libro del toscano Vanni Santoni, edito da Laterza un racconto che bascula tra la narrativa e il reportage, un tentativo non di giustificare, ma di raccontare, per una volta da dentro e senza pregiudizi, un mondo complesso, troppo sfuggente, troppo lontano dalla normalità per essere compreso mentre accadeva.

 

In discoteca si va per rimorchiare, al rave no. La discoteca va perlopiù ad alcol, a coca, al rave si privilegiano sostanze più complesse. […] Al rave puoi andartene dietro al sound e nessuno ti dice niente, in discoteca c’è addirittura il privé; in discoteca ci sono i buttafuori, al rave no; in discoteca c’è la selezione, al rave no; in discoteca il dj è una star, al rave neanche sai chi stracazzo sta suonando; in discoteca a una cert’ora tutti a casa, al rave stai quanto ti pare. Insomma, in discoteca si riproducono gli schemi di potere del mondo fuori, mentre al rave, almeno in teoria, li si fanno saltare.

Un’esperienza libertaria, dunque, e, almeno all’inizio, di controcultura, di occupazione e liberazione di spazi sfruttati e poi abbandonati come “industrie abbandonate, capannoni, boschi, ex basi militari, fiere del tessile, ballatoi, vetrerie, depositi ferroviari, rifugi montani, bunker, uffici smessi, pratoni, centrali elettriche, campi, cave, rovine di cascinali”.

«La free tekno era una grande avanguardia, genuinamente europea e al tempo stesso gioiosamente meticcia, e per di più popolare, emersa dal basso»

«Eh sì, la realtà è stata più o meno opposta», racconta Vanni Santoni, «la free tekno era una grande avanguardia, genuinamente europea e al tempo stesso gioiosamente meticcia, e per di più popolare, emersa dal basso. È stata spacciata per marginalità, quando non deliberatamente marginalizzata e repressa. Muro di casse nasce anche per rendere giustizia a questo movimento ora che il suo arco vitale è più o meno esaurito – ci sono filiazioni e ibridazioni ancora vive, ma sono già altro. Adesso si può storicizzare. Rendergli il merito di aver creato bellezza, pensiero e azione».

«All’interno della scena rave si sono diffuse anche sostanze pesanti, che con tale spirito non hanno niente a che fare, e che infatti hanno avuto un ruolo nella sua corruzione e nell’arrivo di logiche di ‘business’ risultate deleterie»

Uno degli aspetti più fortemente stigmatizzati dai media è l’uso di droghe durante i rave. Che ruolo hanno le droghe nei free party?
Viridiana, una delle protagoniste di Muro di casse, dedica al tema una sparata di cinque pagine. Le sostanze, determinate sostanze, stanno alla base del concetto di free party quanto la musica e la messinscena, esattamente come il vino (una droga) è un elemento centrale della gastronomia. L’obiettivo dei free party, al di là della questione politica di riappropriazione degli spazi e rottura dei tempi e dei modi ‘assegnati’ del divertimento, è quello di generare uno stato di transe collettiva, e quindi psichedelici e entactogeni hanno una specifica funzione in tal senso. È vero anche però che negli anni all’interno della scena rave si sono infiltrate e diffuse anche sostanze pesanti, facili all’abuso, che con tale spirito non hanno niente a che fare, e che infatti hanno avuto un ruolo nella sua corruzione e nell’arrivo di logiche di ‘business’ risultate immediatamente deleterie.

«Alcune droghe sono anche farmaci. Alcune droghe sono legali. Alcune, come il caffè o la birra, sono considerate più alimenti che droghe. Riportare il termine al plurale è importante per portare il dibattito in un territorio un po’ più vero..»

Perché ancora troppo spesso non si fanno distinzione e si sente parlare di droga, al singolare, come se fosse un tema compatto, uniforme, univoco; perché invece è importante parlare di droghe, al plurale? 
Non esageriamo, dai. Ormai solo Giovanardi dice sempre droga al singolare, per il resto la dicitura corretta si sta diffondendo. In ogni caso, sembra una sciocchezza, ma è qualcosa di molto importante perché il termine droghe rimanda alla pluralità delle sostanze, alla complessità del discorso intorno a esse, e anche alla permeabilità del confine. Alcune droghe sono anche farmaci. Alcune droghe sono legali. Alcune, come il caffè o la birra, sono considerate più alimenti che droghe. Una volta si sentiva dire spesso l’espressione droga e alcol, che però non ha senso dal momento che anche l’alcol è una droga. Riportare il termine al plurale è importante per portare il dibattito in un territorio un po’ più vero..

«Siamo un paese dove la criminalità organizzata ha un potere enorme ed è ben infiltrata nella politica, e ovviamente supporta politiche proibizioniste perché da una eventuale legalizzazione perderebbe il suo asset più rilevante»

In tutto il mondo e in diverse forme si sta sperimentando la legalizzazione, parziale o totale, delle droghe. Perché in Italia non ci siamo ancora arrivati? Credi che ci arriveremo? Cosa ci blocca? La morale o la malavita?
Tendenzialmente l’Italia è da sempre indietro sui diritti civili, quindi non stupisce vederla indietro anche sulle droghe. I due elementi che citi hanno un peso: la nostra società è moralista, quindi vede il piacere come qualcosa di pericoloso, e siamo un paese dove la criminalità organizzata ha un potere enorme ed è ben infiltrata nella politica, e ovviamente supporta politiche proibizioniste perché da una eventuale legalizzazione perderebbe il suo asset più rilevante. Credo tuttavia che ormai, con USA che legalizzano uno dopo l’altro e il dibattito pubblico che è decisamente e rapidamente cambiato, prima o poi ci arriveranno anche i paesi più retrogradi, esattamente come per le unioni gay.

«Le esperienze di Olanda, Portogallo e Repubblica Ceca hanno dimostrato che la legalizzazione non porta a un aumento dei consumi: al contrario, togliendo alle droghe quell’aura di proibito, le rende meno appetibili per gli adolescenti»

Tu a proposito di legalizzazione come la pensi? Sei per una legalizzazione esclusiva, ovvero che riguardi solo le droghe leggere, o per una inclusiva, ovvero generalizzata a tutte le droghe?
Credo che si dovrebbe partire da un principio molto semplice, quello della creazione di politiche definite in base a dati scientifici e non in base a isterie del momento, moralismo e prassi superate. Nel 2008 la rivista medica Lancet ha classificato le varie droghe in base alla loro effettiva pericolosità. Si potrebbe partire da lì. Legalizzare – e tassare – quelle meno dannose di alcol e tabacco è un passo logico, ormai quasi un ‘no brainer’. Si avrebbero cospicue entrate fiscali, si sottrarrebbe un mercato enorme a mafia e criminalità di strada, si smetterebbe di spendere una fortuna per perseguire innocui ragazzini, si svuoterebbero le carceri, dove la maggioranza dei detenuti è dentro per crimini non violenti legati alle droghe... I vantaggi sono ovvi, senza neanche tirare in ballo la questione dell’uso medico di alcune sostanze. Inoltre le esperienze di Olanda, Portogallo e Repubblica Ceca hanno dimostrato che la legalizzazione non porta a un aumento dei consumi: al contrario, togliendo alle droghe quell’aura di proibito, le rende meno appetibili per gli adolescenti e porta in ultima istanza a una riduzione dell’uso tra i giovani.
Per quanto riguarda invece le droghe pesanti come l’eroina, invece, mi sa che la direzione più logica sia quella della somministrazione controllata, affiancata da un programma di recupero e disintossicazione, sul modello della Svizzera.

«Ho scelto il romanzo perché è una forma sincretica, e anche la free tekno lo è: ha in sé elementi di cultura giamaicana, di punk, di hippie e disco»

In Muro di casse racconti con uno stile tra il narrativo e il giornalistico il fenomeno ormai quasi trentennale dei rave, perché hai scelto di parlarne e perché in questo modo?
Mi irritava il divario tra la complessità del fenomeno e la narrazione – nel migliore dei casi puerile, nel peggiore meschina – che ne facevano i media. Poi ovviamente l’ho fatto anche perché un movimento vasto, transnazionale, meticcio e delirante, è un enorme contenitore di storie, ed è quel che conta per un autore di romanzi. Entrai in contatto molti anni fa con la vicenda dei Desert Storm, che andarono a organizzare rave nella ex-Jugoslavia ancora straziata dalla guerra, e si trovarono di fronte frotte di gente che sfidava il fuoco dei cecchini per andare a ballare, e pensai che era troppo bella per non usarla come ispirazione per un romanzo. Anni dopo l’ho ripresa ed è diventata uno dei primi nuclei di Muro di casse.
Per quanto riguarda invece la forma: ho scelto il romanzo perché è una forma sincretica, e anche la free tekno lo è: ha in sé elementi di cultura giamaicana (il ‘muro’ di speaker e l’idea di portarlo negli spazi pubblici), di punk (il DiY, e quella certa nota di nichilismo), di hippie (il nomadismo e la psichedelia) e disco (la musica elettronica), oltre che un nuovo rapporto con la tecnologia digitale e quindi, se vogliamo, con la subcultura degli ‘smanettoni’. Per rappresentare tutto questo serviva una forma ibrida. Il romanzo, dopo il modernismo e il postmodernismo, può includere di tutto – nel caso di Muro di casse, parti narrative, parti in versi, racconti nel racconto, elementi di reportage, spezzoni di giornali, appendici documentali – rimanendo sempre e comunque romanzo. Inoltre, a differenza del saggio, il romanzo è molto più potente nel ‘mostrare’. Muro di casse sta andando molto bene anche perché, da quel che vedo e leggo, riesce a interessare tutti, non solo a chi vuole saperne di più della cultura free tekno. Trascendere il tema e portare in primo piano le vicende umane e storiche è qualcosa che solo il romanzo può fare.

«In determinati momenti del ventesimo secolo gli Stati Uniti hanno deciso, per ragioni prettamente economiche e politiche, di vietare determinate sostanze, e il resto del mondo è andato loro dietro in modo acritico»

Perché le istituzioni, i poteri e in generale le autorità hanno così paura delle droghe, anche se è dimostrato che l’uso di alcune tipologie di sostanze riguarda anche i politici, per esempio? Perché c’è questa ipocrisia?
In realtà se ci pensi è un tabù relativamente recente. In determinati momenti del ventesimo secolo gli Stati Uniti hanno deciso, per ragioni prettamente economiche e politiche – la canapa, come è noto, costituiva un pericolo per le industrie delle materie prime, che le scatenarono contro una guerra mediatica, mentre l’LSD era la droga degli hippie, e dunque dei pacifisti, dei contestatori, delle controculture – di vietare determinate sostanze, e il resto del mondo è andato loro dietro in modo acritico. Poi negli anni ’70, quando già si vedevano i primi studi che potevano portare a un cambio di policy, c’è stato il flagello dell’eroina, che ha immediatamente riportato indietro il dibattito e lo ha paralizzato per decenni. Oggi l’opinione pubblica si sta risvegliando, anche grazie a Internet che ha reso disponibili a chiunque informazioni sulle varie sostanze fuori dalle solite isterie mediatiche. La politica seguirà, perché in ultima istanza le interessa solo il consenso.

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