La recensione definitiva alla quadrilogia di Elena Ferrante, tutta intera

È una grande narrazione che migliora la percezione della narrativa italiana all’estero, ma in fondo è una lettura perfetta per chi legge poco

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28 Giugno Giu 2015 0900 28 giugno 2015 28 Giugno 2015 - 09:00

Grazie a (o per colpa di) Netflix, ormai si fa un gran parlare di binge-watching, l’indigestione visiva di una o più serie tv. Dagli anni ’80 con le indimenticabili maratone di Quantum Leap fino alla vagonata di serie del 2015, la pratica di stare sul divano e cuccarsi cinque/dieci/quindici ore di tv consecutive è ormai accettata e condivisa da tutti, sia socialmente che lessicalmente.

Ecco, qualche tempo fa occhieggiavo la pila dei quattro libri di Elena Ferrante, la quadrilogia de L’Amica Geniale, che torreggiava sulla mia scrivania, minacciando di cadere e fare uno sfacelo con le mattonelle di cotto a terra, guardavo e pensavo: se abbiamo sdoganato il binge-watching , è giunto il momento di farlo anche con il binge-reading. Alla fine, uno nerd è e nerd rimane, a prescindere dal supporto e dal mezzo, l’importante è avere sempre la voglia di rovinarsi gli occhi.

Per questo, incoraggiato e pungolato con un rametto appuntito dalla redazione de Linkiesta, ho deciso di partecipare alle “Ferrantiadi”, il primo campionato mondiale di binge-reading della quadrilogia di Elena Ferrante. Unico partecipante: io. Modalità di iscrizione: essere così masochisti da accettare la proposta de Linkiesta. Regolamento: iniziare da pagina 1 del primo libro e terminare a pagina 451 del quarto. Così, uno dietro l’altro. Ci ho messo circa tre settimane, alternando le sessioni di lettura con il mangiare, il dormire e il guadagnarmi sommariamente da vivere. Ne sono appena uscito e mi accingo, con le retine tremolanti, a scrivere la recensione definitiva de L’amica geniale: tutto il cucuzzaro!

Partiamo da molto lontano: una cosa che mi sono sempre chiesto, e che mi viene sempre in mente ogni volta che leggo l’autobiografia di qualcuno di famoso, da Pete Townshend degli Who a Carletto Ancelotti, è: come fanno queste persone a ricordarsi così bene tutti gli aneddoti di quando erano piccoli? A volte ci sono capitoli di venti pagine che raccontano il protagonista a quattro anni, descrivendo minuziosamente tutto lo spettro dei sentimenti, il taglio di capelli e il vestiario di quell’indimenticabile giorno al parco. Io, dai miei quattro anni, riuscirei a tirare fuori al massimo un paio di paragrafi che raccontano sempre la stessa cosa: un piatto di passatelli fumante e un piccolo assatanato che se li mangia come se fossero l’ultimo pasto del condannato.

La quadrilogia de L'amica geniale non è altro che il racconto in prima persona di un narratore onnisciente di due vite, che si intrecciano a decine e decine di altre. Basta

Narrativamente, L’amica geniale (da adesso in poi mi riferirò ai quattro libri come se fossero solo uno, cosa che effettivamente è stata impedita soltanto da questioni logistico-editoriali) ha le stesse premesse e le stesse pratiche di cui sopra: Lila, una delle due amiche ormai sessantenni, scompare ed Elena, l’altra amica, decide di scrivere un libro sulla storia della loro amicizia, fin da piccole. L’amica geniale, tutti e quattro i libri, non è altro che il racconto in prima persona di un narratore onnisciente di due vite, che si intrecciano a decine e decine di altre. Basta. Una roba alla Stoner, direte? Ecco, no, non una roba alla Stoner. Proviamo a capire perché.

Lucien Tesniére era uno studioso di lingue classiche e moderne, soprattutto slave, che ci ha donato quell’opera immortale che è Eléments de syntaxe structurale, un bel mattone in cui prova a sistematizzare per la prima volta la teoria della sintassi delle dipendenze. In poche parole: la sintassi, per Lucianone, è lo studio dei processi di costituzione della frase inteso come un insieme organizzato di elementi, le parole, indagate non tanto per la loro struttura interna, quanto per le funzioni che svolgono nella frase e nelle connessioni che instaurano tra loro. Insomma, liberiamo la sintassi dalla semantica.

Le due istanze fondamentali de L’amica geniale sono una relazione e un verbo

La frase allora ha un ordine strutturale significante di per sé e il verbo è l’elemento dominante, attorno al quale si impernia tutto il resto. Gli attanti, cioè i ruoli in cui sono inquadrati i personaggi, fanno corpo con il verbo e vengono determinati dalla loro relazione. Come dire: sono più importanti le relazioni dei termini relati. Hai finito con questa noia? Sì. L’ho fatto solo per dire che le due istanze fondamentali de L’amica geniale sono una relazione e un verbo. Iniziamo dalla relazione.

Chi, tra Elena e Lila, è l’amica geniale? E chi, tra le due, è l’altra amica, quella un po’ meno geniale? Ecco, la domanda, per quanto apparentemente pertinente, è mal posta. 

Elena e Lila sono due bambine che abitano in un rione periferico, e abbastanza losco, di Napoli. La loro vita e le loro vicende procedono in parallelo e si intrecciano continuamente con quelle di altri personaggi, una legione di personaggi. Ma la prima cosa che salta agli occhi, a partire dal titolo, è la pratica di attribuzione della genialità. Chi, tra Elena e Lila, è l’amica geniale? E chi, tra le due, è l’altra amica, quella un po’ meno geniale? Ecco, la domanda, per quanto apparentemente pertinente, è mal posta. Entrambe lo sono, ciascuna a proprio modo, e nessuna di loro evidentemente lo è. Nella narrazione, spesso Elena si riferisce a Lila come amica geniale: Lila è più brava, più intelligente, più sveglia. D’altra parte, però, Lila ha anche un sacco di inghippi, è ribelle, fumantina, torbida, incomprensibile, multiforme, mentre Elena, più moscia e insicura, fa un gran successo, meritandosi anch’essa il titolo di amica geniale.

Ma non è che allora entrambe sono una l’amica geniale dell’altra, ciò che conta è la relazione, come diceva Tesniére? Quindi il concetto di genialità, l’oggetto di valore della genialità, non appartiene a nessuna ed esiste solo nella loro relazione. La genialità rappresenta il loro legame, è l’acqua dei vasi comunicanti, di entrambi e allo stesso tempo di nessuno, visto che è proprio lo scorrere dell’acqua che rende i vasi, appunto, comunicanti. La genialità si consuma e si erode nel passaggio continuo tra le due amiche e nessuna delle due riesce mai ad appropriarsene, usandola solo come funzione del discorso per designare qualcuno altro da loro. Io non sono geniale, per carità, sei geniale tu! No, ma che dici! Tu sei geniale, io non valgo nulla. Non farmi arrabbiare, tu sei geniale! No, tu! No, tu! Ti odio! Non sei più mia amica! Non ti voglio più bene.

Elena e Lila non contano più come personaggi ma come espressioni alterne di una non ben articolata genialità

Ecco, ci siamo capiti. Anche in questo caso, come diceva Tesniére, la sintassi si emancipa dalla semantica e la genialità diventa una relazione orizzontale, non un attributo verticale. È una copula, qualcosa che tiene uniti – o separa – due termini che si definiscono solo a partire da questa relazione. In questo modo, Elena e Lila non contano più come personaggi ma come espressioni alterne di una non ben articolata genialità, termine ambiguo se ce n’è uno. Ma c’è di più, c’è molto di più. Perché il comandante della frase è sempre il verbo, elemento dominante attorno al quale si impernia tutto il resto. E L’amica geniale è una relazione che si fa verbo, e questo verbo è: lodare.

L’amica geniale è una relazione che si fa verbo, e questo verbo è: lodare.

All’interno delle oltre 2.000 pagine di storia, il verbo “lodare” viene ripetuto in maniera davvero esacerbante. Lo dicono SEMPRE. Stiamo parlando di una proporzione 100 a 1 rispetto a qualsiasi altro libro che abbia mai letto. Lodare. Sono stata lodata, mi ha lodata, l’ho lodata, vorrei che mi lodasse, vorrei riuscire a lodarla, mi lodò, non mi lodò, speravo in una lode e invece niente, speravo che non mi lodasse e invece mi ha riempito di lodi. È davvero tutta una lode.

Se cerco continuamente le lodi degli altri, significa che non basto a me stesso, che vengo definito dalla costruzione di opinioni che il prossimo ha di me

Ma lodare è un verbo strano, particolare. Porta dentro di sé una gerarchia e un approccio alla vita remissivo, attento più alle relazioni che ai termini relati, come nelle frasi di Tesniére. Banalmente, se io cerco continuamente, e lessicalmente, sempre le lodi degli altri, significa che non basto a me stesso, che vengo definito dalla costruzione di opinioni che il prossimo ha di me. Se, poi, uso così tante volte questo verbo, se lo stresso talmente tanto da farlo diventare macroscopico nella mia scrittura, allora sto dicendo qualcos’altro, sto abolendo il concetto di genialità tout court. Spesso si dice che i veri geni, così come i veri pazzi, sono quelli che non lo sanno e, per estensione, che non hanno bisogno di saperlo. La lode è una continua richiesta di legittimazione, di costruzione di sé a partire da altri da te. È la dissoluzione del personaggio a discapito dell’insieme di discorsi che si fanno attorno a lui e che, ancora più importante, il personaggio stesso richiede e attira a sé. La volontà di essere lodati è una cosa anche un po’ triste, incompiuta.

È per questo che Elena mi sta antipatica. Non perché è l’amica perfettina di Lila la ribelle, non perché ha successo e si fa mille problemi continuamente su tutto, non perché a volte sembra tirarsela mentre altre pare una disgraziata che si autosabota. Ed è per questo che Lila mi sta antipatica. Non perché è l’amica intelligente che non si applica e che se si applica si applica male, non perché è strana e non si capisce bene mai quello che ha in testa, non perché è esageratamente eccentrica e problematica in tutto quello che fa.

Elena e Lila non sono dominanti all’interno della frase che le contiene. Non sono dominanti all’interno delle decine di migliaia di frasi che le contengono. Non sono geniali, e non sono assolutamente meritevoli di lode.

Mi stanno antipatiche perché non sono dominanti all’interno della frase che le contiene. Non sono dominanti all’interno delle decine di migliaia di frasi che le contengono. Non sono geniali, e non sono assolutamente meritevoli di lode. Quindi le due cose principali di questi libri, la genialità e le lodi, non si applicano a nessuno dei personaggi presenti che, nella loro minuziosissima caratterizzazione, si perdono nei dettagli di pochi giorni raccontati in duecento pagine, nelle minuzie delle trame di conquista di ragazzine di quindici anni, nelle lenti di ingrandimento su ogni piccolo problema di ogni minuscola natura. Lila ed Elena non incarnano lo spirito del romanzo, e forse è proprio questa la cosa più interessante, al netto di qualsiasi giudizio di valore.

Elena Ferrante, a mio modesto parere, non è altri che una signora napoletana che si chiama Elena Ferrante e che ha scritto un gran libro, il primo della quadrilogia

Alla fine, allora, la vera amica geniale, quella che sta raccogliendo le lodi di tutti senza chiederle (cioè senza identificarsi, passaggio obbligato per essere lodati davvero, visto che la lode è la costruzione del sé a partire dall’altro), è proprio Elena Ferrante che, mio modesto parere, non è altri che una signora napoletana che si chiama Elena Ferrante. Elena Ferrante ha scritto un grande libro, il primo volume della quadrilogia: è perfetto, è completo, mette insieme un mondo di relazioni solido, coerente, coeso. Nessuno si chiede chi sia l’amica geniale, nessuno si loda troppo, la concentrazione di concetti e di avvenimenti rende il tutto un affresco complesso e piacevole da decrittare. Ma allungando così tanto la storia, Elena Ferrante riesce a tenere gli stessi elementi positivi del primo libro ma si costringe ad annacquarli, a stiracchiarli per altre milleseicento pagine. Ed ecco allora che un po’ si sfilaccia, che i personaggi perdono la presa con le caratteristiche che li definiscono e che, miseramente, si ritrovano a elemosinare le lodi del primo che passa, passandosi la genialità come se fosse una patata bollente.

Mi è piaciuta la quadrilogia di Elena Ferrante? Nì. Anzi, “so”. È una grande narrazione, è una boccata d’ossigeno per la percezione della narrativa italiana all’estero e anche in Italia. È una lettura perfetta per chi non legge troppi libri

Ma, alla fine della fiera, ti è piaciuta la quadrilogia di Elena Ferrante? Nì. Anzi, “so”. È una grande narrazione, è una boccata d’ossigeno per la percezione della narrativa italiana all’estero e anche in Italia. È una lettura perfetta per chi non legge troppi libri, è un volano efficacissimo perché se ti piace il primo, e il primo ti piace di sicuro, allora non ti fermi più. Molly Fischer - probabilmente la persona più famosa e importante al mondo a non avere una pagina Wikipedia -, scrive sul New Yorker: «The Neapolitan novels by the Italian writer Elena Ferrante are a series of (so far) three books about the lifelong friendship between two women, and when I read them I find that I never want to stop».

Se i libri sono il cibo dell’anima, questa è una bella scorpacciata. Visto però che i libri non sono il cibo dell’anima, ma un passatempo come un altro, leggendoli tutti e quattro dietro fila ho rischiato l’indigestione

Non riesci mai a fermarti. È vero, un concetto che emerge come un pezzo di pirite nel fiume Yukon in ogni recensione a riguardo. Se i libri sono il cibo dell’anima, questa è una bella scorpacciata. Visto però che i libri non sono il cibo dell’anima, ma un passatempo come un altro, leggendoli tutti e quattro dietro fila ho rischiato l’indigestione. E non c’è stato nessuno che mi abbia lodato, per questo sacrificio.

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