Amianto, chiusa una scuola a Milano: “Era stata controllata già due volte”

Una società incaricata dal Comune aveva compiuto le analisi nel 2012 e 2014 senza rilevare una situazione di pericolo. Poi la smentita dell’Asl

25 Settembre Set 2015 1500 25 settembre 2015 25 Settembre 2015 - 15:00
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Otto milioni di euro e almeno cinque anni di attesa prima che la scuola Pavesi di Milano possa tornare ad accogliere i suoi studenti.

Siamo in via Benigno Crespi, zona Maciachini, nella periferia nord del capoluogo lombardo. Qui il 14 settembre, primo giorno dell’anno scolastico 2015, la storica scuola media di quartiere, che ospitava otto classi di studenti, ha chiuso i battenti fino a data da destinarsi. Il motivo? Presenza di amianto, eterna piaga dell’edilizia italiana.

Cifre e tempi (incerti) del recupero li confermano l’assessore ai Lavori pubblici, Carmela Rozza, e quello all’Istruzione, Francesco Cappelli, del Comune di Milano. Lo fanno nella serata del 24 settembre, rispondendo alle domande di cittadini, genitori e insegnanti, durante la seduta della commissione Educazione del Consiglio di zona 9. Parlano di riqualificazione completa dell’edificio con un progetto preliminare da otto milioni, già varato dai tecnici del Comune e da inserire nel piano di opere pubbliche per il 2016 – che sarà approvato fra l’8 e il 15 ottobre dalla giunta. Il che significa che i lavori partiranno nel 2017. Salvo ritardi legati al cambio di amministrazione dopo le elezioni cittadine della prossima primavera. Il Comune garantisce che allo stabile non sarà cambiata la destinazione d’uso.

Nel frattempo le otto classi sono state trasferite nella scuola elementare Lambruschini, dove a giorni devono partire lavori, già commissionati a due aziende, per aumentare la capienza e i servizi nella struttura e poter ospitare decentemente i nuovi arrivati. Per le aule pare non esserci alcun problema, ma è necessario aumentare i box bagni, raddoppiare gli ingressi, aumentare gli spazi per palestra, laboratori e sale insegnanti, oltre a predisporre il wi-fi. Gli assessori preconizzano una data di fine lavori entro gli otto-nove mesi.

È una storia travagliata quella dell’Istituto Pavoni. Già alla fine degli anni Ottanta viene sottoposto a bonifica per amianto, nonostante all’epoca in Italia mancassero i piani di sicurezza e una normativa specifica contro l’uso della ‘‘fibra killer’’ – leggi che sono state approvate solo nel 1992.

Poi nel 2011 la giunta di Letizia Moratti apre un bando con gara pubblica: serve un esterno nel ruolo di Responsabile amianto, che verifichi la presenza dei minerali in oltre 1.200 immobili di proprietà comunale. A fine maggio, dello stesso anno, Palazzo Marino cambia colore e si insedia la giunta di Giuliano Pisapia. A novembre la commissione competente nomina Responsabile amianto il perito industriale, iscritto all’albo di Roma, Danilo Terradura. È un dipendente della Veram srl, società capitolina specializzata in sicurezza, igiene del lavoro e dell’ambiente. Terradura ha un curriculum di tutto rispetto – Atac, Intesa San Paolo, Telecom – sempre nella gestione dei rischi da amianto. Il perito comincia a girare per gli edifici pubblici e le scuole di Milano con controlli a campione. Nel 2013 Terradura diventa anche amministratore delegato della Veram.

La scuola Pavoni viene controllata due volte: prima nel 2012 e poi nel 2014. L’amianto viene rilevato in alcuni tubi dell’impianto trattamento dell’aria, nei sotterranei, ma vista la localizzazione si decide di non prendere provvedimenti restrittivi. Nella primavera 2015, dentro la scuola, vengono avviati dei lavori di ammodernamento, durante i quali la ditta incaricata si accorge della presenza di materiale sospetto e allerta le autorità. Il 5 luglio del 2015 arrivano gli ispettori della Asl, assieme alla Veram. Viene trovato amianto floccato – quello coperto a spruzzo o a cazzuola. Il più pericoloso: è friabile e può disperdersi con facilità nell’aria. Se ne faceva un uso massiccio nell’edilizia degli scorsi decenni perché aveva ottime caratteristiche in termini di infiammabilità, resistenza alla corrosione e flessibilità.

La Asl classifica il rischio con la dicitura Versar 1 – secondo il criterio di valutazione introdotto nel 1987 negli Stati Uniti – ma non rileva la presenza di fibre o polveri nell’aria. I rischi per la salute dei ragazzi dovrebbero essere contenuti, ma negli ultimi giorni spunta un aneddoto inquietante: durante l’anno scolastico uno studente ha sfondato una parete divisiva. E c’è anche una testimonianza di un insegnante della Pavoni, che racconta di aver notato allarme fra i tecnici a fine anno e di essersi avvicinato a loro per chiedere chiarimenti.

La storia potrebbe chiudersi qui: la Veram ha sbagliato, secondo la Asl, e la scuola viene chiusa comunicando alle famiglie il provvedimento nel mese di agosto. Se non fosse che già nel 2013 la Veram srl era stata coinvolta nella chiusura di in un altro istituto, in viale Puglie. Quella volta la presenza di amianto sarebbe stata sovrastimata rispetto alle verifiche effettuate nei mesi successivi da Asl e Arpa. La scuola di viale Puglie viene chiusa immediatamente dopo le perizie di Veram, ma i genitori non ci stanno. Formano un comitato, fanno fare analisi da un’altra azienda e muovono un esposto in procura, che apre un fascicolo per abuso d’ufficio contro Danilo Terradura. L’ipotesi è che la presenza di amianto sia stata gonfiata per accaparrarsi in seguito l’appalto per la bonifica, perché Veram srl opera anche nel settore risanamento. Le accuse contro Terradura però poi cadono e il procedimento viene archiviato. Va detto anche che l’azienda che ha svolto le contro-analisi era una diretta concorrente di Veram. 

Intervistata da Linkiesta l’assessore ai Lavori Pubblici, Carmela Rozza, risponde: «Nel caso del 2013 la Asl su mia richiesta riferì che l’amianto c’era ma era minore di quanto dichiarato da Veram. Alla mia domanda se fosse pericoloso hanno risposto che non lo era. La procura ha aperto un fascicolo e abbiamo inviato la documentazione. Ci dobbiamo attenere alla legge, ci fosse stata una condanna potevamo sbatterli fuori. Ma non è questo il caso». Per quanto riguarda la scuola media Pavoni ,«stiamo facendo le verifiche e in base al capitolato d’appalto ci misureremo con l’avvocatura per vedere se ci sono le condizioni per dichiarare decaduto il lavoro della Veram srl con il Comune di Milano. Fare un’azione forte adesso, per poi avere un ricorso al Tar che viene vinto dalla Veram, non mi sembra intelligente».

L’ultimo quesito che rimane è perché l’amministrazione debba avvalersi di una società esterna avendo già i tecnici e gli ispettori della Asl e, a livello di Regione, quelli dell’Arpa – l’Agenzia regionale per la protezione ambientale. «Asl e Arpa si muovono su richiesta. Per avere un’analisi a tappeto sulle 580 scuole milanesi serve un’azienda che rispetti i tempi di consegna dei report e dei dati» – chiude Carmela Rozza – . «Il problema è semmai perché a distanza di decenni non abbiamo ancora un database sugli edifici bonificati e su quelli da controllare. Lavoro che questa giunta e il mio assessorato stanno facendo». Oltre ai palazzi di proprietà privata, dove i controlli non li fa praticamente nessuno.

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