Legge di stabilità

Costo del lavoro, c’era una #volta in cui tagliarlo era una priorità

In Italia il cuneo fiscale è del 47,8%. Renzi lo sa dai tempi della Leopolda, ma per recuperare consensi preferisce eliminare le tasse sulla casa

Matteo Renzi
29 Settembre Set 2015 1129 29 settembre 2015 29 Settembre 2015 - 11:29
...

La lunghezza della coperta resta quella. E se si vogliono eliminare Tasi e Imu, il resto viene dopo. Compreso il costo del lavoro, che pure il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha detto più volte di voler ridurre per rendere l’Italia più competitiva. E invece nel botta e risposta con la Commissione europea, che nel rapporto annuale sulla fiscalità ha raccomandato all’Italia di tagliare le tasse sul lavoro e di alzare quelle sulla casa e sui consumi, Renzi ha difeso la sua posizione del «via Tasi e Imu per tutti e per sempre». Precisando: «Quali tasse ridurre lo decidiamo noi, non un euroburocrate a Bruxelles».

Eppure Renzi e i renziani, quando non dovevano preoccuparsi della perdita dei consensi, ovunque si trovassero non perdevano occasione di ripetere quello che oggi l’Europa raccomanda: per rilanciare il Paese la priorità è ridurre il costo del lavoro. Punto. Lo aveva detto Renzi nella sua prima intervista da premier a Ballarò:«Abbassiamo il costo del lavoro a danno delle rendite pure». Lo ha ripetuto in ogni dove il ministro del Lavoro Giuliano Poletti: «Il cuneo fiscale lo riduciamo».

Nell’era de #lavoltabuona, l’abolizione delle tasse sulla casa sembrava appartenere solo alle promesse elettorali berlusconiane. Nel 2013, governo Letta in carica, mentre si parlava di abolizione dell’Imu e si coniavano nuove sigle per le tasse sulla casa (Tasi, Iuc, Tuc ecc.), dal suo profilo Twitter Renzi scriveva che «per creare lavoro dobbiamo dare una visione per i prossimi 20 anni, il problema non è l’Imu». Lo sapeva, da rottamatore, sin dai tempi delle prime Leopolde. Nel programma del “Wiki Pd” del 2011, al punto 21 scriveva che «quel che serve è una rivoluzione copernicana del sistema fiscale che riduca la pressione sul reddito personale e sulle imprese e la accresca sugli immobili e sulle rendite finanziarie».

E lo stesso Filippo Taddei, oggi responsabile economico del Pd, nel dicembre 2013 a proposito della discussione sull’abolizione dell’Imu diceva: «Una discussione incredibile, una battaglia ideologica. Era evidente a tutti che si trattava di tempo perso, visto che parliamo di un’imposta pari, in media, a 250 euro a famiglia all’anno e che quasi il 30 per cento della popolazione ne era già esente. Come si fa a fermarsi a parlare tutto questo tempo di questo tema, quando se un datore di lavoro vuole aumentare di 100 euro lo stipendio di un lavoratore, nella sua busta paga ci finiscono solo 40 euro?».

Anche la posizione dell’attuale ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan era identica a quella della Commissione Ue. «Le tasse che danneggiano di meno la crescita sono quelle sulla proprietà, come l’Imu, mentre le tasse che, se abbassate, favoriscono di più la ripresa e l’occupazione sono quelle sul lavoro», diceva aRepubblica nel febbraio 2014 prima di salire sullo scanno di via XX Settembre.

I numeri sul costo del lavoro in Europa, del resto, parlavano e parlano chiaro. In Italia il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo del lavoro per il datore di lavoro e quanto incassato dal dipendente, si aggira in media intorno al 47,8 per cento.Il nostro Paese ha i contributi previdenziali tra i più elevati al mondo, il settimo valore su scala mondiale. In Italia un’ora di lavoro costa in media a un’impresa 28,3 euro, sopra la media Ue di 24,6 euro. E non perché gli stipendi sono più alti che altrove, ma perché sono più alte le tasse pagate. Il 28,2% del costo del lavoro è determinato da fattori non legati allo stipendio dei dipendenti. Nonostante la Francia se la passi peggio di noi, al primo posto in Europa, con il 33,1% del costo del lavoro che va in tasse, l’Italia resta comunque il terzo Paese più caro del Continente per i costi non salariali. Sul secondo gradino del podio c’è la Svezia, al 31,6 per cento. I costi non salariali più bassi si trovano invece a Malta (6,9%) e in Danimarca (13%).

In base al Labour Costs Index 2015 di Verisk Maplecroft, società internazionale di ricerca strategica e analisi dei rischi, l’Italia è addirittura il Paese «più rischioso» per il costo del lavoro tra i 172 elencati. «Una delle location più costose per l'assunzione di nuovi lavoratori», dice il rapporto. «Come risultato il tasso di disoccupazione è molto elevato, soprattutto tra i giovani». Ma se si punta a recuperare consensi, i giovani possono aspettare. Il tasso di under 30, da noi, è il più basso d’Europa. E oltre il 34% dei proprietari di case ha più di 50 anni.

Potrebbe interessarti anche