Maker Faire

Maker, è l’ora di diventare adulti. «Basta chiamarli artigiani digitali»

Intervista a Massimo Banzi, co-fondatore dell’hardware “open” Arduino e co-organizzatore della Maker Faire di Roma. «Basta chiamarli artigiani digitali, negli Usa si vedono come Steve Jobs. Il movimento è forte, ma dobbiamo imparare a difenderci dagli speculatori»

Foto Maker

Foto da Flickr Creative Commons / TODO

16 Ottobre Ott 2015 1431 16 ottobre 2015 16 Ottobre 2015 - 14:31
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Messe Frankfurt

È arrivata l’ora di diventare adulti. Per i maker l’era romantica dei garage con quattro amici che si fidano gli uni degli altri sta lasciando posto a quella degli avvocati. È inevitabile, quando i soldi cominciano a girare, ma il “movimento” deve esserne più consapevole. È l’appello che lancia Massimo Banzi, fondatore degli hardware “open source” Arduino, quando comincia la terza edizione della Maker Faire di Roma, di cui è co-organizzatore. Lo affiancano Riccardo Luna, ex direttore di Wired, direttore di chefuturo e punto di riferimento della cultura digitale italiana, e la Camera di Commercio di Roma.

L’evoluzione dall’amicizia alle carte bollate è una storia che Banzi conosce bene, perché da anni ha vissuto una guerra legale con un ex socio fondatore di Arduino che ha registrato dei marchi a insaputa degli altri co-fondatori. Una vicenda che ha sconvolto i maker di mezzo mondo e che ha aperto loro gli occhi sulla necessità di attrezzarsi. Il movimento d’altra parte lo sta già facendo e l’evoluzione delle edizioni delle Maker Faire sta a dimostrarlo: da riunione di “geek” e smanettoni è diventata un centro di piccole e medie imprese, ma anche colossi tech. Perché il potenziale del business è alto e Banzi non nasconde l’insofferenza verso chi vuole i maker destinati a rimanere dei semplici “artigiani digitali”. Ma oltre al business, la terza edizione della fiera vede crescere esponenzialmente gli spazi per bambini: i laboratori sono più di 90 e l’education è stata messa al centro della manifestazione. Abbiamo raggiunto Banzi a poche ore dall’inaugurazione.

Per i maker l’era romantica dei garage con quattro amici che si fidano gli uni degli altri sta lasciando posto a quella degli avvocati

Com’è cambiata negli anni la Maker Faire e come sarà l’edizione di quest’anno? L’impressione è che si stia passando da una fiera per smanettoni a una fiera per imprenditori.

Uno degli obiettivi che avevo, quando abbiamo cominciato a lavorare assieme a Riccardo Luna e alla Camera di Commercio di Roma per portare la Maker Faire in Italia, era quello che a un certo punto ci fossero persone che usassero questa manifestazione per trasformarsi in piccoli imprenditori. Il primo anno speravamo di portare 10mila persone e ne arrivarono 35mila. Questo ha creato un grande interesse e necessariamente da allora la fiera è cambiata. Piano piano abbiamo capito come coinvolgere anche le aziende e settori caratteristici dell’economia italiana: il design, la moda e perfino il cibo, tutte cose nelle maker faire statunitensi sono meno accentuate.

Com’è avvenuta questa evoluzione dei partecipanti?

A me è capitato di vedere persone che il primo anno della Maker Fair a Roma erano arrivate con il piccolo prototipo di una stampante, delle magliette e un tavolino. Bene, il lunedì successivo erano un’azienda, perché avevano incontrato persone e trovato delle partnership. La cosa che rende più orgogliosi di questa fiera è vedere gente che ha iniziato solo con grandi idee e speranze e che adesso ha dietro una storia, un business. Ma non ci sono solo piccoli imprenditori: ormai la percentuale di grandi aziende mondiali che fanno di Roma un appuntamento ormai fisso del loro calendario è elevatissima.

Il movimento sta crescendo e l’evoluzione delle edizioni delle Maker Faire sta a dimostrarlo: da riunione di “geek” e smanettoni è diventata un centro di piccole e medie imprese, ma anche colossi tech

Alla Maker Faire di quest’anno ci sono ben 90 laboratori per bambini. Perché tutta questa attenzione a loro?

Fin dall’inizio speravamo che alla fiera venissero tante famiglie. Questo è effettivamente avvenuto e negli anni la parte di education si è espansa: oggi abbiamo delle tende enormi che ospitano centinaia di talk e workshop. Da questo punto di vista è diventato un evento veramente importante.

Come si sta diffondendo la cultura dei maker in Italia? Cominciano a esserci esempi, come quello della Confartigianato Varese, di laboratori sempre più strutturati per le scuole. Si insegna agli studenti a programmare e a usare le stampanti 3D.

Ci sono tanti gruppi di persone in giro per l’Italia che stanno scegliendo di non passare le giornate a lamentarsi su Facebook ma di provare a smuovere le acque, di seminare qualcosa. Grazie a queste persone certe tematiche cominciano pian piano a diffondersi. Penso che questo avvenga anche perché il mondo dei maker è molto compatibile con il tessuto imprenditoriale italiano, fatto da persone che si sono inventati una cosa da zero e ci hanno costruito attorno un’azienda. La cultura dei maker si diffonde anche grazie a punti d’incontro come i FabLab. Non tutti lo sanno, ma l’Italia è la seconda o terza al mondo per numero di FabLab, dopo gli Stati Uniti e in un testa a testa con la Francia. Ma mentre in Francia molti di questi posti sono finanziati dallo Stato, in Italia sono creati da quattro amici al bar che a un certo punto creano una comunità a livello locale.

«Il modo di insegnare del maker è diverso da quello classico ed è molto lontano dagli insegnamenti astratti. Fare un corso su come imparare a programmare non serve proprio a niente»

Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino

Sono ormai anni che si parla di maker e stampanti 3D, ma nelle università non ci sono praticamente corsi dedicati a queste tematiche. La formazione è ancora molto indietro in Italia o stiamo facendo dei passi avanti?

La formazione istituzionale ha dei tempi tecnici per evolvere che sono lunghi. Arduino nasce in una scuola di design di Ivrea e per molti anni, dopo la sua affermazione, il Politecnico di Milano, che è la scuola di design più importante d’Italia, non ha avuto un solo corso di Arduino. Nessuno si è mai immaginato di tenerlo. Evidentemente alcuni modelli dell’insegnamento ci mettono anni ad adattarsi a quello che succede in giro. Però c’è anche dell’altro.

Prego.

Il modo di insegnare del maker è diverso da quello classico ed è molto lontano dagli insegnamenti astratti. Fare un corso su come imparare a programmare non serve proprio a niente. È un corso inutile. Preferiamo fare del “project based learning”, in cui l’apprendimento è basato su progetti. Quando ragazzi o adulti fanno dei progetti, mettono dentro quello che hanno imparato nelle diverse materie. E questo è un modo differente di imparare, che dà una forza maggiore a chi lo applica.

A proposito di consapevolezza: cominciano ad arrivare delle leggi regionali pensate per il mondo dei maker. In Lombardia saranno dirottati verso il mondo dei maker 600 milioni di euro di fondi europei, per formazione e per la messa a disposizione di spazi pubblici. Si è utilizzato il nome, magari fuorviante, di manifattura 4.0. Cosa pensa di queste iniziative?

Secondo me in Italia c’è un po’ di confusione. Ad esempio questa abitudine di chiamare i maker artigiani digitali è fuorviante rispetto a quella che è la cultura dei maker a livello mondiale. In Italia piace l’idea di accomunare queste persone con gli artigiani, perché l’artigiano fa parte del nostro immaginario collettivo. Le posso assicurare che quando si va in una maker faire negli Stati Uniti anche il più piccolo dei maker, anche se ha un prototipo tenuto insieme con lo scotch su un tavolino, sta già pensando che un giorno sarà come Steve Jobs, farà milioni di dollari di fatturato. Ha poca voglia di rimanere piccolo e artigiano, pensa a scalare. Chiamare la legge manifattura 4.0 è un modo per creare più casino, perché il riferimento è all’Industria 4.0. È un’iniziativa tedesca, che accomuna in qualche maniera i modelli di produzione digitale più l’internet delle cose e una serie di altri temi, per immaginare quelli che sono gli spazi e i metodi produttivi del futuro. I tedeschi lo fanno in maniera molto strutturata.

Terminologie a parte, si comincia a riconoscere il potenziale economico dei maker?

A parte il caos delle terminologie, evidentemente si è capito che questo tipo di tecnologie applicate alla piccola e media industria, che è la spina dorsale dell’Italia, hanno la capacità far fare dei passi avanti al Paese. Come fondazione Make in Italy, che ho creato con Riccardo Luna e Carlo De Benedetti, abbiamo commissionato uno studio sull’impatto della fabbricazione digitale sull’economia. Ne risulta che le piccole imprese che adottano la fabbricazione digitale hanno il potenziale di aggiungere nel breve periodo più di 39mila posti di lavoro e hanno la capacità di crescere in maniera molto più rapida delle altre, Inoltre quando c’è la crisi possono crescere esportando, perché hanno la capacità di sfruttare le tecnologie, la robotica e la fabbricazione digitale.

Questa abitudine di chiamare i maker artigiani digitali è fuorviante rispetto a quella che è la cultura dei maker a livello mondiale. Quando si va in una maker faire negli Stati Uniti anche il più piccolo dei maker sta già pensando che un giorno sarà come Steve Jobs

Ma qual è il vero potenziale dei maker: sono degli amatori o soggetti che possono cambiare l’economia italiana?

Secondo me sono entrambe le cose. L’ex direttore della rivista Wired, Chris Anderson, che ha scritto alcuni dei libri di riferimento della cultura maker, è partito come amatore. Portava i figli a far volare gli aeroplani; a un certo punto ha cominciato a occuparsi dei droni e ha scoperto che c’era Arduino. In seguito ha abbandonato la rivista Wired, ha preso un investimento di venture capital e ha trasformato la sua comunità online in un’azienda che fa droni professionali. È quello che succede a tantissime persone che fanno altro nella vita, che si mettono a fare queste attività per hobby e che poi diventano imprenditori.

Le piccole imprese che adottano la fabbricazione digitale hanno il potenziale di aggiungere nel breve periodo più di 39mila posti di lavoro

Qual è lo stato di salute del movimento dei maker in questo momento?
Tutti questi movimenti hanno delle fasi e c’è un’evoluzione continua. Io mi ricordo che il movimento dei maker, quando non si chiamava ancora così perché nessuno l’aveva ancora codificato, era molto basato sull’amicizia reciproca, sull‘amore reciproco. Era tutto molto romantico. Poi quello che succede è che una serie di queste iniziative legate al mondo dei maker cominciano a generare dei ritorni economici significativi. Il mercato si allarga e cominciano a perdersi alcuni degli aspetti più romantici. Entrano tante persone che non fanno parte di questo mondo. Alcune sono attratte dalla possibilità di avere accesso a talenti creativi. Altre, più spregiudicate, vogliono fare soldi sfruttando il fatto che molte delle relazioni nel mondo dei maker sono basate sull’amicizia e condivisione di valori di una comunità. È come stare in una comunità in cui si è sempre lasciato la porta aperta la sera, perché tanto non rubava nessuno, e che a un certo punto scopre che deve chiudere a chiave le case. Siamo in una fase in cui dobbiamo irrobustire la comunità e aiutarla a gestire questa transizione.

Ogni riferimento alla vicenda Arduino non mi sembra casuale.

No, non c’è alcun riferimento.

Beh, anche voi avete in corso numerose cause, specialmente con un ex co-fondatore.

Sì. Quello che sta succedendo in questo momento ad Arduino è emblematico. È uno degli “N” esempi di questa situazione. Quando siamo partiti eravamo un po’ troppo idealisti, un po’ troppo basati sul rapporto personale. Poi a un certo punto, quando il mercato si espande, devi strutturarti in maniera diversa. Eravamo persone che non avevano mai pensato di dotarsi di un avvocato, ma un certo punto quando cominci a scrivere dei contratti con delle aziende molto grosse ti devi proteggere. Una cosa che non era mai servita diventa indispensabile. Sono cose che fanno parte della vita delle aziende normali.

Il movimento delle origini era molto romantico. Poi sono entrate persone che non fanno parte di questo mondo. Alcune vogliono fare soldi sfruttando il fatto che molte delle relazioni nel mondo dei maker sono basate sull’amicizia

Quest‘anno ha fatto parlare la vicenda di un ragazzo americano, Ahmed, che è stato arrestato per aver costruito un orologio scambiato per una bomba. È stato elogiato da Mark Zuckerberg di Facebook e dallo stesso presidente Usa Barack Obama. Questa vicenda può aumentare la reputazione dei maker nel mondo?

Quella è una vicenda controversa. Quando sono stato di recente alla Maker Faire di New York l’ho conosciuto, ci ho chiacchierato 30 secondi. È un ragazzino giovane, che non sa neanche lui cosa gli è successo. È una storia con diverse dimensioni. C’è la condanna per un ambiente non semplice. Vive in uno Stato degli Usa un po’ particolare, lui si chiama Ahmed e fa i circuiti elettronici, li porta a scuola. Se si fosse chiamato John e fosse stato biondo forse la polizia non l’avrebbe arrestato. Da un altro lato, se vogliamo essere proprio onesti, un paio di persone mi hanno fatto notare che il padre si occupa di comunicazione e c’è chi sospetta che ci sia stato un tentativo di strumentalizzazione. È tutto da verificare, comunque. Altri mi hanno fatto notare che l’oggetto che ha portato a scuola era un orologio ma poteva pure sembrare una bomba. Magari un ragazzino lo fa per scherzo e non si rendere conto dell’impatto che questo ha. Certo, rimane la condanna per come è stato trattato, per il fatto di essere straniero.

Che edizione sarà quella del 2016? Ci sarà un rinnovo del contratto con la Camera di Commercio di Roma?

A quanto ne so io il contratto con Make per fare la Maker Faire 2016-2017 è stato firmato, per cui ci sarà l’anno prossimo la Maker Faire ci sarà. Il modo in cui viene organizzata però evolve. Il primo anno la percentuale di costo sostenuta dalla Camera di Commercio è stata significativa. Ma nel frattempo abbiamo sviluppato la rete degli sponsor e quest’anno tra sponsor e biglietti la quota dovrebbe essere superiore ai soldi messi dalla Camera di Commercio. Soldi peraltro spesi bene: hanno portato a tutto il sistema delle giovani imprese del valore significativo. Alla Maker Faire di New York c’erano molti maker di Roma che presentavano le loro stampanti e hanno addirittura vinto il premio: il fatto che ora gli italiani vanno alle Maker Faire americane avviene perché noi abbiamo fatto la Maker Faire qua.

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