Il documentario

Il documentario che va al cuore dell’anoressia. «Sfatiamo i luoghi comuni»

Ruben Lagattolla, regista di “Eat Me”, documentario sui disturbi del comportamento alimentare: «delle ragazze incontrate nemmeno una aveva in mente l’idea della linea o un particolare canone estetico». Le storie e i percorsi per guarire da una malattia di cui finalmente si è preso coscienza

Anoressia 2

Da Flickr Creative Commons / Santiago Alvarez

26 Ottobre Ott 2015 1835 26 ottobre 2015 26 Ottobre 2015 - 18:35
...

Risale a pochi giorni fa una polemica – l’ennesima – sul tema delle modelle troppo magre (in questo caso sulla copertina del mensile Marie Claire). Eppure, come dice Ruben Lagattolla, regista insieme a Filippo Biagianti del documentario “Eat Me” sul tema dei disturbi del comportamento alimentare «delle ragazze che ho incontrato filmando il documentario nemmeno una aveva in mente l’idea della linea o un particolare canone estetico».

L’intento di ‘Eat Me’ è proprio questo: raccontare i disturbi del comportamento alimentare (Dca) in modo diverso, con una voce che non è né quella austera della scienza, né quella facile dei – tanti, troppi - luoghi comuni, utilizzando un taglio insieme antropologico e psicoanalitico.

L’idea è nata infatti dalla psicologa Giuliana Capannelli, presidente di Heta, centro multidisciplinare per il disagio psichico e i disturbi alimentari attivo nelle Marche e nell’Umbria (www.heta.it) e referente terapeutico per il centro “OLTRE… a riveder le stelle”, rivolto ad adolescenti con Dca. Lagattolla e Biagianti hanno sviluppato il progetto rispettivamente come film maker e storyteller.

«Delle ragazze che ho incontrato filmando il documentario (sui disturbi del comportamento alimentare) nemmeno una aveva in mente l’idea della linea o un particolare canone estetico».

Ruben Lagattolla, regista insieme a Filippo Biagianti del documentario “Eat Me”

Il documentario filma tre scenari: l’ambiente domestico, il centro Oltre e l’ambito ospedaliero. «A fare la differenza è stata la possibilità di entrare in contesti solitamente molto protetti: l’ospedale, i colloqui con gli psicologi, le case delle ragazze - tutte adolescenti tra i 12 e i 18 anni nel pieno del problema ma anche già inserite nel percorso di cura», spiega Lagattolla, che di sporcarsi le mani non ha paura: prima di “Eat Me" ha realizzato un documentario sulla guerra in Siria. «Per giorni e giorni ho vissuto a stretto contatto con le pazienti del gruppo Oltre e con le loro famiglie, che alla fine dimenticavano la presenza della telecamera, mostrando la loro naturalità».

Nel gruppo Oltre, genitori e ragazzi si riuniscono, in modalità separata, una volta a settimana. «È un’esperienza unica nelle Marche. I genitori hanno anche un blog, igenitoridioltre.wordpress.com», spiega la dottoressa Capannelli.

«Non conoscevo a fondo il mondo dei Dca e ammetto anche di aver avuto qualche pregiudizio iniziale, quella visione superficiale di chi considera l’anoressia una “turba” piuttosto che una vera malattia – racconta Ruben Lagattolla -, ma lavorandoci e confrontandomi con l’esperienza del precedente documentario mi sono reso conto che l’anoressia, per quanto diversa, non è un male meno credibile del disturbo post traumatico da stress dei reduci di guerra».

«L’anoressia, per quanto diversa, non è un male meno credibile del disturbo post traumatico da stress dei reduci di guerra»

Ruben Lagattolla

«Per le resistenze che ho incontrato a volte mi sembrava di fare un film sulla mafia!», scherza il regista. «Anche se in realtà più che di resistenza bisogna parlare di diffidenza. Proprio per questo il lavoro richiede tempo. Bisogna creare un clima di fiducia, stando attenti perché basta pochissimo per romperlo, e non bisogna “essere ingordi” ma sapere quando spegnere la camera anche di fronte a situazioni che sarebbero le più intense da filmare».

A convincere Ruben a dedicarsi a fondo al progetto di “Eat Me” è stato l’incontro con il padre di una ragazza, che dopo aver visto un suo video realizzato per il centro Oltre lo ha ringraziato per avergli aperto gli occhi sul male di sua figlia.

Alla domanda se c’è una storia che lo abbia maggiormente colpito Ruben pensa a lungo ma non trova una risposta: forse perché – paradossalmente – nella loro unicità e individualità le storie sono anche tutte simili: «Sono tutte ragazze di estrema sensibilità e intelligenza, che esprimono un malessere che non viene tanto dai canoni estetici quanto da una società autistica e individualistica, in cui non si ritrovano».

«Sono tutte ragazze di estrema sensibilità e intelligenza, che esprimono un malessere che non viene tanto dai canoni estetici quanto da una società autistica e individualistica, in cui non si ritrovano»

Parlando invece dell’evoluzione e dei mutamenti nell’ambito dei Dca – solo nel 2014 in Italia si sono contate più di tre milioni di persone colpite da anoressia e bulimia -, la dottoressa Capannelli parla in primis di una maggiore consapevolezza rispetto al passato: «Prima si arrivava molto tardi alla cura, oggi c’è una ipersensibilizzazione sul tema. I genitori sono più allertati e si accede prima alle cure. Inoltre oggi si può parlare di una patologia a tutti gli effetti trasversale, che può colpire persone dagli 8 ai 60 anni, ovunque ci sia una forte crisi e una mancanza di strutturazione soggettiva».

Un’altra differenza rispetto al passato consiste nel fatto che le modalità classiche vanno scomparendo verso forme non identificate, i cosiddetti “disturbi altrimenti specificati”: «Ci sono differenti sintomatologie e diverse categorie a rischio, dalle donne in menopausa ai maschi che sfociano nella vigoressia. Per non parlare del grande sommerso delle bulimie invisibili e di tutte quelle situazioni in cui il cibo è sintomo di un malessere ma il corpo non viene intaccato».

Le modalità classiche di disturbi vanno scomparendo verso forme non identificate, i cosiddetti “disturbi altrimenti specificati”

D’altronde, a guardar bene e nonostante tutte le polemiche sull’estetica skinny, la verità è che oggi non c’è più un modello unico di donna: se da un lato abbiamo la modella taglia 38 delle riviste di moda, dall’altro abbiamo la strabordanza di una Kim Kardashian a rimbalzare sui media con i suoi glutei taglia XL. «Non c’è più un vero e proprio ideale di riferimento che ci fa dire “cosa è giusto e cosa no”, come non c’è più una taglia di riferimento. Ognuno finisce per costruirsi un ideale sulla base di ciò che gli viene fornito». – dice la psicologa. «Allo stesso modo, sostituire l’ideale di magrezza con l’estetica curvy ha poco senso e rischia di portare da un eccesso all’altro. Non si può più definire ideale o “normale” un corpo. Si può solo dire che sotto una certa soglia (come anche sopra) c’è un indice di malattia».

Oggi non c’è più un modello unico di donna: se da un lato abbiamo la modella taglia 38 delle riviste di moda, dall’altro abbiamo la strabordanza di una Kim Kardashian a rimbalzare sui media con i suoi glutei taglia XL

Da questa malattia si può guarire? La risposta è un sì convinto, per quanto «quando il sintomo di un malessere è il cibo, la persona manterrà sempre con esso un rapporto speciale. L’importante è però separare il sintomo dal soggetto: in parole povere, si può ancora apprezzare un corpo molto magro e riconoscerlo come il proprio ideale, senza però sentire più l’impulso di tendere a quell’ideale rischiando la vita. In taluni casi, inoltre, il cibo può anche rimanere un’autoterapia che protegge da disagi più gravi. Dai Dca si esce con un lavoro terapeutico, ma anche con quanto di positivo si incontra nella vita».

“Eat Me” (prodotto dal Centro Heta e da Fanpia Onlus) sarà presentato durante il festival ‘Cinematica’ di Ancona il 29 ottobre ed è stato anticipato in un recente convegno che si è svolto a Expo sul tema dell’alimentazione. Tuttavia è ancora in lavorazione: «Ci sono scene che sto ancora aspettando il momento giusto per girare, ci vuole molta pazienza», spiega Lagattolla. Il documentario si lega al progetto di arte contemporanea “Mangiare (il) bene”, promosso da ISgallery di Ancona e curato da Nikla Cingolani. «Lo scopo primario è informativo e preventivo: la prima distribuzione avverrà infatti nelle scuole – spiega il regista - Ci auguriamo di riuscire anche con il cinema, anche se purtroppo in Italia il mainstream non è molto generoso con i documentari».

Potrebbe interessarti anche