Crepuscolo a mezzogiorno: come una guerra nucleare può sconvolgere il clima

Le vere conseguenze catastrofiche di un conflitto atomico? Non sono le radiazioni, ma il cambiamento climatico

Inverno Nucleare

(Wikimedia Commons)

28 Novembre Nov 2015 1630 28 novembre 2015 28 Novembre 2015 - 16:30

Durante le vacanze di Natale del 1959 uscì nei cinema americani L’ultima spiaggia (in inglese On The Beach), uno dei primi film a immaginarsi il mondo dopo lo scoppio di una guerra nucleare. Era un film che non dimenticava gli elementi del classico melodramma: si intrecciavano le storie del capitano di un sottomarino americano, interpretato da Gregory Peck, di un ufficiale di marina australiano (Anthony Perkins) e della moglie (Donna Anderson), e di una loro amica - che finirà per innamorarsi di Peck - impersonata da Ava Gardner.

La storia è ambientata in Australia, l’unico luogo al mondo a non essere stato devastato dalle esplosioni nucleari. La guerra ha causato una serie di problemi, ma gli australiani si sono in qualche misura adattati. Per spostarsi usano cavalli e biciclette, bevono surrogato di caffè e centellinano le loro riserve di liquori inglesi. Nel frattempo organizzano feste, e si divertono ad andare in spiaggia e in barca a vela. Tutto pur di non pensare alla sorte che ha subito il resto del mondo.

La schizofrenia di questa situazione è rappresentata dal personaggio di Donna Anderson, la moglie di Perkins. Anderson non vuole sentire parlare della guerra e di quello che sta succedendo al resto del mondo. Quando una sera, a una festa, uno scienziato interpretato da Fred Astaire mette tutti davanti alla cruda realtà, Anderson scoppia in lacrime. L’apparente normalità della vita in Australia, infatti, non è altro che una finzione. La nube radioattiva che ha fatto scomparire la vita nel resto del mondo si sta lentamente avvicinando - ed entro pochi mesi arriverà in Australia.

Per una volta - cinque anni prima del Dottor Stranamore - il cattivo del film non è l’Unione Sovietica, ma la bomba stessa

Mentre la gente si diverte in spiaggia a alle feste, il governo si prepara a distribuire pillole di cianuro, in modo da risparmiare alla popolazione una morte più dolorosa a causa dell’avvelenamento da radiazioni. Chi è il responsabile di questa tragedia che sta per portare l’umanità all’estinzione?

Durante il film, i protagonisti discutono su chi abbiamo cominciato la guerra e non trovano una risposta: il biasimo va prima agli scienziati, poi ai politici e infine alle armi nucleari. Cinque anni prima del Dottor Stranamore, il cattivo del film per una volta non era l’Unione Sovietica, ma la bomba stessa.

Valutare le conseguenze

Per il governo americano L’ultima spiaggia fu una faccenda spinosa da gestire. I produttori chiesero aiuto al Dipartimento della Difesa, come succede quasi sempre nei film in cui si parla di guerra e militari. Cosa bisognava fare? Aiutare quello che sembrava un film pacifista, oppure cercare di osteggiarlo? La seconda scelta sembrò la più saggia. Dopo l’uscita del film si decise di limitare al minimo i commenti, per evitare di dare troppa pubblicità al film, ma nel contempo l’amministrazione fece diffondere ai suoi funzionari un questionario con una serie di risposte da dare in caso di domande sul film.

Il punto chiave era contestare la premessa del film: era assolutamente impensabile che una guerra nucleare potesse portare alla fine della specie umana.

Almeno inizialmente, il governo americano sembrò aver ragione. Quasi esattamente vent’anni dopo, con un arsenale nucleare decine di volte più potente e surreali piani di guerra che prevedevano di sganciare sul nemico decine di migliaia di testate atomiche, le previsioni del film di Kramer si rivelarono in effetti troppo fosche.

Nel 1979 il Congresso degli Stati Uniti chiese all’Office for Technological Assessment, un ufficio parlamentare che aveva il compito di consigliare i membri del congresso sui temi tecnologici, di preparare un rapporto sugli effetti che avrebbe avuto negli Stati Uniti - e non solo - una guerra nucleare. L’OTA produsse quattro scenari differenti, l’ultimo dei quali descriveva gli effetti di una guerra nucleare totale tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

In pochi altri casi come questo, nella storia militare, è importante chi colpisce per primo, cogliendo alla sprovvista l’avversario. Secondo lo studio dell’OTA, in caso di first strike sovietico questo avrebbe potuto causare, negli Stati Uniti, da un minimo di 50 milioni di morti a un massimo di 170, cioè da un terzo a più di due terzi della popolazione americana dell’epoca.

In Unione Sovietica, dove la popolazione era molto più dispersa e dove le installazioni militari più lontane dai centri abitati, le perdite di vite russe sarebbero state inferiori: ovvero, nei calcoli dell’OTA, da un minimo di 50 milioni ad un massimo di cento (cioè dal 20 al 40 per cento della popolazione dell’epoca). Per quanto si tratti di cifre spaventose, le conclusioni dell’OTA permettevano di dire che lo scenario del film L’ultima spiaggia non era realistico.

Fallout

Alla fine, una guerra nucleare tra le due grandi superpotenze mondiali avrebbe lasciato ampie regioni del mondo non toccate dalle conseguenze delle esplosioni, per quanto riguardava la propagazione del materiale radioattivo. Niente nubi minacciose il cui arrivo significa morte certa; nessun bisogno di immaginare un ultimo avamposto dell’umanità, magari nella lontana Australia. Sembrava che fosse così, ma pochi anni dopo ci si accorse di una conseguenza del conflitto atomico che fino ad allora nessuno aveva previsto.

Paul Crutzen è un chimico olandese, oggi ottantaduenne, che ha vinto il premio Nobel nel 1995 per le sue ricerche sull’ozono nell’atmosfera terrestre. Nel 1982, insieme allo statunitense John W. Birks, Crutzen pubblicò sulla rivista AMBIO un articolo dal titolo suggestivo, per quanto inquietante: L’atmosfera dopo una guerra nucleare: Crepuscolo a mezzogiorno.

Nell’articolo, Crutzen e Birks si concentravano su un aspetto fino ad allora trascurato da quasi tutti gli altri scienziati. Una guerra nucleare su vasta scala avrebbe comportato la distruzione di decine, forse centinaia, di città e impianti industriali. Gran parte di queste aree non sarebbero state semplicemente vaporizzate: il lampo istantaneo di un’esplosione atomica, e l’enorme energia sprigionata sotto forma di luce e calore, può incendiare materiali infiammabili fino a parecchi chilometri di distanza.

Questo significa che molte aree urbane sarebbero avvolte dalle fiamme - senza pompieri rimasti vivi per spegnerli. Lo stesso, probabilmente, accadrebbe a grandissime aree di foresta. Oltre alle devastazioni a terra, la temperatura che si sviluppa è così alta che una fortissima corrente di aria rovente sale verso il cielo.

Crutzen e Birk si domandarono: che effetti avrebbe prodotto sul clima il fumo prodotto da questo numero senza precedenti di incendi, e il suo spostamento molti chilometri sopra le nostre teste?

Particelle di materia scura salgono fino nella stratosfera, più di dieci chilometri sopra la superficie terrestre. Le dense nubi di fumo vengono trasportate in una parte dell’atmosfera priva di perturbazioni: un luogo dove sono destinate a rimanere a lungo.

Crutzen e Birk si domandarono: che effetti avrebbe prodotto sul clima il fumo prodotto da questo numero senza precedenti di incendi, e il suo spostamento molti chilometri sopra le nostre teste? Il loro studio li portò a concludere che sarebbe stata una vera catastrofe, stavolta davvero globale: un abbassamento della temperatura improvviso e effetti simili a quelli di una nuova era glaciale. Gli scienziati chiamarono questo scenario “inverno nucleare”.

Una Terra più fredda

Il modello di Crutzen e Birk ha avuto un enorme successo, tanto da essere costantemente studiato, aggiornato e adattato a diverse premesse. In una delle sue versioni più recenti, una ricerca pubblicata quest’anno, si immaginano le conseguenze di un conflitto tra India e Pakistan in cui vengono usate un centinaio di bombe come quella sganciata su Hiroshima (il numero totale di armi nucleari negli arsenali, oggi, è di circa 17 mila). Uno dei tre autori, Alan Robock, è un professore della Rutgers University che ha dedicato un’intera sezione del suo sito personale alle conseguenze climatiche di un conflitto nucleare.

Nelle stime dei tre autori dell’articolo, la guerra produce la dispersione nell’atmosfera di cinquemila tonnellate di carbonio elementare (più noto con il nome inglese di black carbon o BC) una fine polvere nera molto inquinante.

Quando questa raggiunge gli strati dell’atmosfera a decine di chilometri di altezza, è in grado di schermare una parte della radiazione solare visibile, ultravioletta e infrarossa a livello globale - nell’ordine dell’8 per cento. Nel primo anno, la temperatura globale cala di una media di 1,1 gradi, un effetto che si fa sentire con la stessa intensità ancora dieci anni dopo il conflitto. Per cinque anni le precipitazioni calano di un 6 per cento circa, in media, in tutto il mondo.

Il calo di temperatura raffredda i cento metri superficiali degli oceani di oltre mezzo grado per dodici anni, fatto che causa l’espansione dei ghiacciai. Nel frattempo, la stratosfera si è scaldata molto: questo porta a una drastica riduzione dell’ozono, “a livelli senza precedenti nella storia umana”, come scrivono gli autori, e dunque a un grande aumento dei raggi ultravioletti che raggiungono la superficie terrestre.

In questa Terra più fredda, stimano gli autori, i periodi del raccolto sarebbero ridotti ogni anno di parecchi giorni (da dieci a oltre un mese) per almeno cinque anni, con conseguenze molto gravi per l’agricoltura e le scorie alimentari.

Stime del 2007 riguardo un conflitto su larga scala parlano del blocco del 70 per cento circa della luce solare diretta verso l’emisfero settentrionale e del 35 per cento verso quella meridionale.

Questo scenario prevede gli effetti di un conflitto “regionale”, limitato ai due ultimi Paesi ad essere entrati nel club del nucleare prima della Corea del Nord. Stime che risalgono al 2007 riguardo un conflitto su larga scala parlano del blocco del 70 per cento circa della luce solare diretta verso l’emisfero settentrionale e del 35 per cento verso quella meridionale.

Ecco il famoso “crepuscolo di mezzogiorno” di cui parlavano Crutzen e Birk - a cui seguirà rapidamente l’inverno nucleare, con crolli fino a sette-otto gradi centigradi (18 mila anni fa, durante l’ultima glaciazione, la temperatura era più bassa di “appena” 4-5 gradi). Questo è l’effetto medio: significa che in alcune aree dell’Asia e del Nord America la temperatura scenderebbe fino a 20-30 gradi.

Per circa due anni, su vaste aree del pianeta, non ci sarebbe luce solare e le temperature sarebbero costantemente sotto lo zero. Dopo dieci anni, la temperatura media del mondo sarebbe ancora di 4-5 gradi più bassa di oggi.

Le conseguenze di una simile catastrofe climatica sono materia da lasciare all’immaginazione, diciamo quel tipo di immaginazione che ha prodotto il cupo La strada di Cormac McCarthy. Gli effetti sul normale funzionamento della vita umana porterebbero a un crollo politico e sociale senza precedenti nella storia e, per prima cosa, la produzione agricola globale ne sarebbe sconvolta.

Già nel 1986, uno studio dell’Accademia nazionale delle scienze statunitense concludeva che “il meccanismo primario a causare perdite umane non sarà probabilmente gli effetti delle esplosioni, né le ustioni causate dalla radiazione termica, e neppure le radiazioni ionizzanti, ma, piuttosto, la carestia di massa”.

Il mondo è riuscito a superare la Guerra fredda senza provare gli effetti dell’inverno nucleare: la buona notizia è che si tratta di ipotesi accademiche, mentre nessun pericolo imminente che possa succedere qualcosa del genere appare in vista. La cattiva è che ci si chieda ancora se l’uomo è in grado, con le sue mani, di mettere a rischio la sua stessa esistenza.

Potrebbe interessarti anche