Intervista

Nawal, la ragazza che salva i profughi in mare con il suo cellulare

Nawal Soufi, 27 anni, catanese di origini marocchine, viene chiamata “Lady Sos”. I profughi in mare le comunicano le coordinate dell’imbarcazione, lei avverte la guardia costiera. Da più di un mese è a Lesbo, insieme a un gruppo di 5 siriani arrivati dal Nord Europa che lei contribuì a salvare

Nawal

(Getty Images/TIZIANA FABI/Stringer)

4 Dicembre Dic 2015 1730 04 dicembre 2015 4 Dicembre 2015 - 17:30

«Abbiamo urlato, fischiato, ci siamo sbracciati. Ma la barca della guardia costiera greca non ha mosso un dito. Ci siamo tuffati noi in mare per salvare quelle persone che stavano annegando. In questa busta ci sono i miei jeans ancora bagnati». Nawal Soufi è appena arrivata da Lesbo a Milano, per essere premiata dalla Fondazione Ismu. In una busta di plastica gialla porta i suoi pantaloni zuppi d’acqua, simbolo di quello che sta accadendo nel Mediterraneo. Ventisettenne di origini marocchine, studentessa di Scienze politiche e mediatrice culturale a Catania, lei è “Mama Nawal”, come la chiamano alcuni dei primi siriani che ha contribuito a salvare. Da quando andò ad Aleppo a portare aiuti umanitari, il suo numero di telefono è passato di mano in mano tra i profughi che tentano di raggiungere l’Europa. Era l’alba di una giornata d’estate del 2013 quando arrivò la prima chiamata dal mare. Una voce maschile le chiedeva di chiamare i soccorsi. Erano 500 persone su una imbarcazione che stava per affondare. Da allora le chiamate e i messaggi si sono ripetuti di giorno in giorno. E questa ragazza è diventata per tutti Lady Sos o L’angelo dei profughi, come il titolo del libro scritto da Daniele Biella che racconta la sua storia. I profughi chiamano, lei si fa inviare le coordinate dell’imbarcazione, poi le comunica alla Guardia costiera. Con questo metodo ha salvato oltre 20mila persone.

(Foto tratta dalla pagina Facebook Nawal Sos, scattata il 1 dicembre 2015 a Lesbo)

Da qualche mese fa su e giù da Lesbo, l’isola greca meta di centinaia di migliaia di profughi che si imbarcano dalla Turchia. Con lei ci sono cinque profughi siriani, stabilitisi da poco nel Nord Europa dopo aver incrociato Nawal sul loro cammino. «Sono loro i primi che mi hanno chiamata “Mama Nawal”», ricorda sorridendo. «Non lavoriamo per nessuna organizzazione, cerchiamo di collaborare con tutte». Sull’isola dovevano restare solo qualche giorno, poi di giorni ne sono passati quaranta. E ora è pronta a tornare in Grecia. «C’è bisogno di noi», racconta.

Da qualche mese fa su e giù da Lesbo, l’isola greca meta di centinaia di migliaia di profughi che si imbarcano dalla Turchia. Con lei ci sono cinque profughi siriani, stabilitisi da poco nel Nord Europa dopo aver incrociato Nawal sul loro cammino. «Sono loro i primi che mi hanno chiamata “Mama Nawal”»

«Nonostante il freddo, gli sbarchi non diminuiscono. Appena il mare è calmo, i trafficanti fanno partire i gommoni dalla sponda turca, dove il livello di violenza è molto aumentato. I profughi vengono spesso costretti a imbarcarsi, con i fucili puntati in testa. E sempre più spesso i trafficanti li derubano di tutto quello hanno». Solo nel mese di novembre più di 140mila persone hanno viaggiato dalla Turchia alle isole greche e 330 hanno perso la vita.

Nawal e i cinque ragazzi siriani aspettano nelle loro auto ferme lungo la costa di Lesbo. «I migranti arrivano soprattutto di notte», racconta Nawal.

Hanno i vestiti bagnati. Sono infreddoliti. «Quello che possiamo fare noi è ospitarli nelle nostre macchine e accendere il riscaldamento, perché i pulmann dell’Unhcr arrivano al mattino».

Nel mezzo della notte «si sentono molte urla che arrivano dal mare», racconta.

«Ci è capitato di vedere con i nostri occhi imbarcazioni in difficoltà che lanciavano l’Sos con i razzi, e le navi della guardia costiera greca e turca che le ignoravano». Nawal non le manda a dire. Sulla sua pagina Facebook pubblica i messaggi, le foto e i video girati che arrivano dal mare. Si vedono i profughi che chiedono aiuto dalle imbarcazioni, e molte navi che si allontanano. Fotografie dei lividi provocati dai “commandos” del mare, pirati che rubano ai profughi sui gommoni quel poco che gli rimane. E poi i messaggi con le richieste di aiuto. «Siamo circa 300 persone e siamo partiti con una barca dalla Turchia verso la Grecia … La guardia costiera Turca ha sparato sulla nostra barca». E ancora: «Siamo circa 1000 persone e siamo in un'isola greca e non abbiamo acqua ne cibo».

«Ci è capitato di vedere con i nostri occhi imbarcazioni in difficoltà che lanciavano l’Sos con i razzi, e le navi della guardia costiera greca e turca che le ignoravano»

Ma non tutti toccano la sabbia delle spiagge della Grecia. «Ho visto una mamma siriana togliersi il velo e strapparsi i capelli mentre diceva che i suoi tre figli rimasti in fondo al mare erano ancora vivi», dice Nawal. «Dobbiamo renderci conto che il Mediterraneo non è più un mare. E che quelli che sono rimasti in mare non sono dispersi. Sono morti. Dobbiamo cercare una soluzione. I trafficanti così si stanno arricchendo». È quello che sta succedendo anche sulla rotta balcanica, racconta: «Da quando dopo gli attentati di Parigi fanno passare solo siriani, iracheni e afgani, sono tornati i trafficanti di terra, che si fanno pagare anche 1.500 euro per attraversare i confini dalla Macedonia fino al Nord. Per molti è diventato più conveniente imbarcarsi in mare dalla Libia, con tutti i pericoli che questo comporta».

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