«Non chiamatela manifattura digitale, chiamatelo futuro»

Nuove tecnologie, nuove imprese, nuovi modi di produrre, consumare, vivere. Stefano Micelli: «Il problema di queste nuove economie? Non aver prodotto classe dirigente»

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4 Dicembre Dic 2015 2143 04 dicembre 2015 4 Dicembre 2015 - 21:43
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Messe Frankfurt

Si parte sempre da lì. Da quella famosa copertina dell’Economist, datata 21 aprile 2012, in cui un uomo seduto alla scrivania è di fronte a un macchinario per metà computer e metà fabbrica che, in sequenza, produce un aereo, un martello, un’automobile. È quello il giorno in cui si comincia davvero a parlare di terza rivoluzione industriale, nel mondo, una rivoluzione in cui maker, stampanti 3d, fab lab e artigiani digitali, da discorso marginale, diventano il cuore del dibattito sul futuro dell’economia. In Italia, tuttavia, il discorso sulla nuova manifattura digitale era già nato l'anno prima, nel 2011, quando Marsilio ha dato alle stampe Futuro Artigiano, un saggio di Stefano Micelli, professore della facoltà di economia all'università Ca' Foscari di Venezia, che preconizzava, di fronte a questa presunta rivoluzione, che il futuro sarebbe stato, per l'appunto, di un modo artigiano di produrre che si sarebbe fatto egemonia culturale, abbattendo le economie di scala, nonché gli steccati tra grandi e piccole imprese, tra manifattura e servizi. Quel libro ha venduto decine di migliaia di copie e, nel 2014, è stato insignito del Compasso d'Oro, premio che mai era stato assegnato a un libro.

È sintomatico, quindi, che qualche anno dopo, a fine 2015, ci si trovi a dibattere di queste tematiche a Jesi, nelle Marche, all'interno di un ex zuccherificio di Eridania Sadam chiuso a causa del drastico ridimensionamento del settore saccarifero in Italia e che il Gruppo Maccaferri ha riconvertito in JCube, il primo incubatore d’impresa del centro Italia (con fab lab incluso) certificato dal Ministero dello Sviluppo economico, al fine di favorire la nascita di nuove imprese. Il contesto, è quello di una due giorni dedicata alla nuova manifattura digitale, o additiva. E che essa si apra proprio con un dibattito tra Micelli, Andrea Di Benedetto, contemporaneamente imprenditore digitale, presidente del Polo Tecnologico di Navacchio in provincia di Pisa e vicepresidente nazionale di Cna, e Francesco Samorè, direttore scientifico della Fondazione Giannino Bassetti, istituzione nata per promuovere l'innovazione responsabile.

Manifattura Digitale

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«Dentro la nuova manifattura scompare la distinzione tra grande e piccolo, tra locale e globale, ma anche quella tra prodotto e servizio»

Stefano Micelli

Perché si parli di una rivoluzione - che coinvolge tutti, quindi, e non solo un pezzo dell'economia - è presto detto: «Parto sempre da un esempio, per raccontare come stanno cambiando le cose - racconta Micelli - C'è un azienda, a Zané, un piccolo paese della provincia di Vicenza, che produce sedie. In particolare, fa sedute per ambienti comunitari, quelle per i convegni, le università, la sale riunioni. Belle, ma sono sempre le stesse» Poi arriva la rivoluzione, e il titolare si mette in testa che vuole fare sedie più particolari «Per parlamenti e per teatri, ad esempio - continua Micelli - Così ha messo in piedi un laboratorio con stampanti 3d, macchine per taglio laser».

Oggi non fa più una sedia uguale all'altra. ma fin qui, secondo Micelli, la novità è relativa: «Come molte altre realtà, questa impresa ha rinunciato alle economie di scala perché le nuove tecnologie gli hanno permesso di farlo. Ma c'è di più, però: «Così come le sedie sono una diversa dall'altra - spiega - anche ogni cliente adesso è diverso dall'altro e reclama attenzioni e un'assistenza particolare». Qui, secondo Micelli, c'è il senso della rivoluzione: «Dentro la nuova manifattura scompare la distinzione tra grande e piccolo, tra locale e globale, ma anche quella tra prodotto e servizio».

Se c'è una caratteristica che riassume tutto questo, per Di Benedetto, è la capacità di essere aperti. O “open” per dirla in inglese: «L'innovazione è un processo aperto - spiega - che si gioca assieme, anche tra imprese diverse». A saltare, quindi, è anche il confine tra un’impresa e l'altra: « Oggi non serve saper fare, ma sapere chi è che sa fare - spiega Di Benedetto - Democratizzazione dell'innovazione e della produzione sono termini con cui ci riempiamo la bocca, ma in sostanza vogliono dire che ci sono imprese con dieci addetti che riescono a competere con cui ne ha diecimila. E che la dimensione ottima minima per fare alcune cose, come ad esempio, le attività di ricerca e sviluppo, si sono abbassate drasticamente. Oggi ci sono diverse grandi aziende che fanno fare ricerca alle startup. È più efficiente, per loro, gli conviene».

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«Democratizzazione dell'innovazione e della produzione sono termini con cui ci riempiamo la bocca, ma in sostanza vogliono dire che ci sono imprese con dieci addetti che riescono a competere con cui ne ha diecimila»

Andrea Di Benedetto

Questo è quel che accade, ma per far sì che ciò che è episodico diventi sistemico serve qualcosa in più. C'è chi la chiama politica industriale, chi, allargando lo sguardo, di un’ecosistema favorevole all’innovazione: «La tensione che viviamo oggi - spiega Francesco Samorè - è quella tra l'uomo vitruviano che protende le braccia fino a spingersi fino ai limiti cui il suo corpo gli consente di arrivare, e l'uomo prometeico, che cerca di superare i limiti e di abbattere i confini. Oggi, la nuova manifattura digitale può permettere a un giovane di diventare prometeico, perlomeno potenzialmente, ma gli serve il contesto per crederci. Altrimenti si cercherà il contesto altrove, ad esempio all'estero».

Sia Micelli che Di Benedetto hanno le loro idee, per rendere il contesto più favorevole e ricettivo: «Serve educazione, prima di tutto - spiega Micelli - Non voglio sembrare regressivo, né dire che che i nostri figli debbano diventare dei finti Geppetto. Voglio dire che l'apprendimento di tecniche manuali tradizionali è oggi parte di un buona educazione dei giovani. Non lo dico io, ma il capo dell'education di Harvard Business School, secondo cui ai giovani americani non manca il digitale, bensì il dialogo con la materia». Del resto, aggiunge Samorè, «ogni rivoluzione porta con sè un uomo nuovo. Quando noi parliamo di ripensare la formazione stiamo pensando a che tipo di uomini vogliamo consegnare al futuro. Altrimenti si tratta solo fenomeni episodici, non processi di sviluppo e di incivilimento».

Così come i giovani nativi digitali devono diventare un po' artigiani, anche gli artigiani devono digitalizzarsi: «A Rieti, in una provincia non certo innovativa - racconta Di Benedetto - abbiamo fatto incontrare dieci artigiani tradizionali, dieci fab lab provenienti da tutta Italia e alcuni studenti delle scuole tecniche della provincia e li abbiamo fatti lavorare assieme su una problematica, fosse quella di un cantiere edile o di una sartoria. Sono partiti diffidenti, ma la domenica pomeriggio erano ancora tutti lì con mogli e figli. Chiedevano di tornare per realizzare progetti che gli erano venuti in mente. Parlo di artigiani depressi che fanno un mestiere tradizionale e in un mercato chiuso, che però quella domenica sera avevano una nuova speranza negli occhi».

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«Quando noi parliamo di ripensare la formazione stiamo pensando a che tipo di uomini vogliamo consegnare al futuro. Altrimenti si tratta solo fenomeni episodici, non processi di sviluppo e di incivilimento»

Francesco Samorè

Non solo, però. Serve anche che i territori e le società locali abbraccino questa rivoluzione, che abbassino il ponte levatoio e la facciano entrare: «Noi dobbiamo riportare la nostra manifattura in città - incalza Micelli - Noi stiamo vendendo un'idea di vita, di lavoro, di civiltà. Deve saldarsi a un tessuto connettivo che deve ospitare questa realtà. L'anno prossimo ci sarà la XXI Triennale, a Milano, e il padiglione sul new craft sarà in pieno centro».

Non è un legame scontato, anzi. Se c'è un problema, per la nuova manifattura italiana è che c'è una scissione tra chi fa impresa e chi fa cultura, come spiega Di Benedetto: «È difficile produrre oggi se non siamo immersi nella cultura della contemporaneità». «Lo stesso Rinascimento - ricorda Samorè - non fu solo un fatto estetico, ma un incontro tra saperi e poteri che avevano un nuovo pensiero e lo esercitavano in chiave universalistica: l'idea di dare arco e frecce a chi sapeva produrre bellezza per cambiare in meglio la società». Il punto è centrale anche per Micelli: «Il tema di queste nuove economie è che hanno prodotto egemonia culturale, ma non nuova classe dirigente - spiega -. Soprattutto per la scissione tra imprenditori, intellettuali e politici, con ognuno che va dalla sua parte. Serve soprattutto più consapevolezza di quel che siamo e possiamo diventare, per aver più banda larga, più educazione, più cultura. Non il contrario».

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