Cop21

Cop21, l’arte di strada mette a nudo i finti ambientalisti

ll progetto Brandalism ha realizzato 600 immagini con messaggi spiazzanti, per denunciare la comunicazione pro-ambiente di grandi aziende inquinatrici, dalla Volkswagen all’Air France. Un’operazione di guerrilla marketing che ha coinvolto 80 street artist, tra cui quattro italiani

Barnbrook Foto Di Brandalism

Una delle immagini del progetto Brandalism che sono apparse nelle pensili dei mezzi pubblici di Parigi nei giorni della Cop21

6 Dicembre Dic 2015 1107 06 dicembre 2015 6 Dicembre 2015 - 11:07

Un cartellone che reca il marchio della Mobil, casa di produzione italiana di oli sintetici per motore, recita: «Sapevamo dell’impatto del combustibile fossile, ma la nostra pubblicità l’ha sempre negato». Quello con il logo della Volkswagen, invece, dice: «Ci spiace che siamo stati beccati. E ora che siamo stati beccati, stiamo cercando di farvi credere che ci teniamo all’ambiente». E ancora, il cartellone di Air France dichiara: «Contrastare il cambiamento climatico? Certo che no, siamo una compagnia aerea».

Messaggi spiazzanti, non solo perché contrappongono i marchi di grandi compagnie petrolifere (o a loro affini) a slogan ambientalisti, ma soprattutto perché sono apparsi, a partire dallo scorso 29 novembre, sulle pensiline dei mezzi pubblici nella Parigi del Cop21. Oltre 600, per la precisione, le opere d’arte che il progetto Brandalism, la più grande comunità di guerrilla artist anti-pubblicità al mondo, ha affisso per le strade della capitale francese: un record, se si pensa che tutto il lavoro è stato progettato per mesi e realizzato in pochi giorni nella più totale illegalità in una Parigi blindata e sotto la scorta di polizia ed esercito. Eppure le opere, realizzate da 80 artisti provenienti da 19 Paesi in tutto il mondo, sono state collocate da perfetti sconosciuti in pettorina arancione in spazi pubblicitari di proprietà della JC Decaux, una delle più grandi ditte di pubblicità per esterni e, come se non bastasse la beffa, anche sponsor ufficiale all’incontro sul clima Cop21. Nei loro cartelloni molti sponsor dei negoziati, come la già citata AirFrance, ma anche GDF Suez Engie e Dow Chemicals, sono stati fatti oggetti di parodia, e assieme a loro anche alcuni politici presenti al summit, come François Hollande, Barack Obama, Shinzo Abe, David Cameron e Angela Merkel.

Il finto messaggio della Volkswagen: «Ci spiace che siamo stati beccati. E ora che siamo stati beccati, stiamo cercando di farvi credere che ci teniamo all’ambiente»

Guarda la photogallery:

Lo pseudo-messaggio della Mobil, casa di produzione italiana di oli sintetici per motore: «Sapevamo dell’impatto del combustibile fossile, ma la nostra pubblicità l’ha sempre negato»

L’intento del progetto è stato quello di «sfidare il ruolo della pubblicità nella promozione di un consumismo insostenibile: con la sponsorizzazione dei negoziati sul clima, infatti, i maggiori produttori di inquinamento hanno potuto auto promuoversi come parte della soluzione, quando in realtà sono parte del problema», come ha spiegato Joe Elan, artista di Brandalism. Come lui sono altri 81 i “subvertisers”, artisti che sovvertono la pubblicità, provenienti da tutto il mondo che lavorano nel collettivo: Brandalism nasce nel Regno Unito nel 2012 da un gruppo di attivisti, ambientalisti e street artist, che sfidano l'autorità e la legittimità delle immagini commerciali all’interno dello spazio pubblico e nella nostra cultura. Per loro la strada è un luogo di comunicazione, che appartiene ai cittadini e alle comunità che vi abitano e non ai media e ai magnati pubblicitari: per questo tutte le opere d'arte che realizzano non sono autorizzate ma soprattutto non recano firma, «perché – continua Joe Elan – crediamo che ci sono già abbastanza interessi privati che si arrogano la proprietà delle nostre strade».

Il lavoro è stato progettato per mesi e realizzato in pochi giorni nella più totale illegalità in una Parigi blindata. Le opere sono 600, realizzate da 80 artisti provenienti da 19 Paesi in tutto il mondo

Il contributo degli street artist italiani

Eppure i loro nomi sono ben visibili sul sito Internet del gruppo: tra i più famosi, come l’israeliana Neta Harari, gli inglesi Jimmy Cauty, Paul Insect e Kennard Phillips e lo spagnolo Escif (tutti presenti nell’ultima installazione di Banksy “Dismaland”), non mancano gli italiani. Quattro per la precisione, BR1, Fra Biancoshock, Millo e Opiemme: gli ultimi due hanno partecipato al “Takeover Brandalism” di Parigi, ed è proprio Opiemme a raccontare la sua esperienza. «Dell'installazione in loco si è occupato il team di Brandalism: non so come si sia svolto il tutto, ma considerata l’aria di tensione che si respirava a Parigi posso dire che sono stati semplicemente bravissimi. Io mi sono limitato a realizzare due lavori: il primo, di cui è stata pubblicata una foto, parla dell'equilibrio fra ciò che entra e ciò che esce dalla Terra, fra quello che prendiamo e quello che diamo. Ammetto che avrei voluto avere più tempo, per produrre qualcosa di più incisivo, più pubblicitario, lavorando magari su uno di quei brand che praticano greenwashing, che spendono belle parole sulla loro presunta credibilità ambientale...ma poi la mia attenzione è andata allo spazio, anche per affinità con una serie di altri lavori fatti durante l'anno. Dell’altro poster, che parlava di una serie tv, “L’ultimo albero sulla Terra”, non ci sono invece tracce, per ora: forse non ce l'hanno fatta a montarlo. Alcuni amici lo stanno cercando e spero davvero che potremo chiamarlo “Il poster ritrovato”».

Lo street artist italiano Opiemme: «Brandalism è una delle poche azioni che mantiene la purezza del movimento. Così la street art mi piace, quando non quando si fa pubblicità e non diviene marketing».

Un’operazione che non avrebbe mai potuto vedere la luce se non fosse esistito Brandalism: «Seguo questa campagna – prosegue Opiemme – da quando è nata, nel 2012, grazie a David De La Mano che, dall’Uruguay, mi ha girato l’invito (mentre io l’ho fatto a mia volta con Fra Biancoshock). Mi piacciono gli eventi non autorizzati e che, con un po’ di antagonismo, sappiano proporre visioni costruttive: è il caso di Brandalism, che con un approccio senza compromessi opera interventi massicci, liberi a cui gli artisti contribuiscono con lavori non firmati». E aggiunge: «Oggi, nel vasto panorama di quel che viene chiamato “street art” (al cui interno si confondono muralismo, arte pubblica e graffiti writing), Brandalism è una delle poche azioni che mantiene la purezza di quel movimento: l’arte della ribellione, in grado di far passare messaggi condivisibili dai più, è come un hackeraggio, seppur piccolo, al sistema. Così la street art mi piace, quando non quando si fa pubblicità e non diviene marketing».

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