Le tre regole fondamentali per coinvolgere gli altri

Selezionare, ripetere, strutturare: altrimenti la comunicazione è controproducente. Non ci credete? Guardate Steve Jobs

Jobs

Justin Sullivan/Getty Images

25 Gennaio Gen 2016 0730 25 gennaio 2016 25 Gennaio 2016 - 07:30
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Messe Frankfurt

Tre regole irrinunciabili quando comunichiamo, tanto formalmente ossia a valle di una preparazione, avvalendoci di supporti visivi come slide e in presenza di audience allargate, quanto informalmente, ossia quando ci troviamo in situazioni esattamente opposte a quelle appena elencate: selezionare, ripetere, strutturare.

Chi sa, frequentemente, vuole dire molto: ritiene che operare una selezione rispetto ai grandi dati che nel loro insieme fanno la sua conoscenza vada a detrimento della propria autorevolezza. Commette un errore madornale. Noi comunichiamo per gli altri, nel cui cervello, al pari del nostro, non c’è spazio per tutto. La nostra mente opera una selezione, comunque, tra le idee, le informazioni e le emozioni. Anche e soprattutto dei messaggi che riceve, necessariamente. Pertanto, se non saremo noi a selezionare lo faranno gli altri. Correndo quale rischio? Che la loro selezione non tocchi ciò che ci sta a cuore, e che pertanto non arrivi e soprattutto rimanga loro impresso ciò che vogliamo effettivamente trasmettere.

E allora c’è da chiedersi: perché comunicare? L’autocompiacimento dell’ascolto e della lettura delle proprie parole ha un limite: il cervello umano, che a un certo punto chiede venia. Va in vacanza, si dice, dopo una manciata di pochi secondi.

Dare ascolto è una grande fatica e un nobile esercizio al contempo, pretenderlo oltre ogni umano limite rasenta la crudeltà mentale. Per ottenere ascolto e attenzione, chi comunica deve torturare sé stesso e non gli altri. Come: deve selezionare. Sottoporre a una attenta analisi ciò che vuol dire e enuclearne il cuore, per arrivare rapidamente al punto e catturare la durevole attenzione e il costante interesse degli altri. Facendo un altro grande regalo a tutti: il tempo.

Altresì chi comunica si deve sottoporre a una seconda indicibile regola che può sembrare una tortura: annunciare ciò che dirà, dirlo e ripetere ciò che ha detto. Appare strano, bislacco quasi: che senso ha? Basta una volta no? Poi si diventa ripetitivi. Ebbene, no. Quando comunichiamo, ancor più se senza supporti visivi come slide, in una relazione uno a pochi e privi della possibilità di prendere appunti, è bene sempre annunciare ciò che diremo, dirlo e ripetere ciò che abbiamo detto. Questo aumenta considerevolmente la possibilità di essere seguiti (se mi dici dove mi porti ti seguirò con maggior tranquillità) e che tra le migliaia dei messaggi quotidiani il nostro non venga cestinato. Lo vivremmo come una brutalità: ma è esattamente ciò che accade per la maggior parte dei messaggi quotidiani, che vengono semplicemente cancellati o peggio nemmeno trattenuti.

Il terzo è ultimo sforzo consiste nel dare una struttura al nostro pensiero, creando tra i concetti esposti quello che i latini chiamavano “momentum” e che gli anglofoni hanno felicemente ribattezzato “link”. Far fluire la logica, per dare modo a chi vi segue di farlo senza fatica e a voi stessi di non perdere il filo.

Sarà impossibile tutto ciò? Diventa artificioso? Non fa passare le emozioni? Godetevi questo video e ne riparliamo.

È evidente che il protagonista di questo video non era un comunicatore improvvisato. Nel costruire questo video non parlava di certo ai suoi collaboratori, si rivolgeva a noi. Quante cose avrebbe potuto dirci di quel prodotto? Quante caratteristiche elencare? Ebbene dopo un’ introduzione basata su una trilogia temporale, ecco elencare tre ( il tre torna e non è un caso) caratteristiche del nuovo telefono, selezionate appositamente tra le molte possedute. E ripeterle, ripeterle, ripeterle.


Vengono i brividi se pensiamo alle convention di lancio di certi prodotti: ore di slide, dense di parole, inesorabilmente proposte alla platea degli astanti, annoiati e obbligati a indicibili corvée. Del pari se andiamo con la memoria alla nostra formazione scolastica che di fatto, nella sua sempiterna autoperpetuazione, ci impone fin da bambini lo stesso tormento celebrale. E tristemente se pensiamo agli interventi in Parlamento dei nostri politici, senza costrutto, né di forma né di sostanza, sui quali ogni commento è assolutamente superfluo.

Torniamo al nostro oratore del video: arriva un po’ di emozione? Ne arriva eccome, eppure è contenuta in una struttura: lo stesso accade per la tragedia greca, le terzine dantesche e la musica di Mozart. Emozioni, che grazie a una struttura arrivano ordinate, la struttura si dissolve e il nostro cervello e il nostro cuore ne beneficia.

In sintesi: chi ha sostanza ma non ha forma rischia di svilire il proprio messaggio, perdere di autorevolezza e di pregnanza. E purtroppo lascia un grande vantaggio a chi ha solo forma ma poca o assenza di sostanza: la prima vince sulla seconda. L’optimum sarebbe possedere entrambi, no?

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