Il family day dei perdenti

Nel 2007 in Piazza San Giovanni c’erano tutti, maggioranza e opposizione. Dove sono finiti? Com’è che in otto anni i cattolici si sono condannati all’irrilevanza?

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1 Febbraio Feb 2016 0942 01 febbraio 2016 1 Febbraio 2016 - 09:42

La rappresentazione plastica del Family Day di sabato 30 gennaio sono Gasparri, Giovanardi e Quagliariello che stonano “Vincerò” sulle note del Nessun Dorma di Puccini. Erano circa centomila, alla fine dei conti, al Circo Massimo ma potevano essere due, anche tre milioni e non sarebbe cambiato nulla. A oscurarli mediaticamente è stata una Piazza della Scala piena, sì, ma di poche decine di migliaia di persone e qualche manifestazione in giro per l'Italia. Sparuta, avremmo detto, a parti invertite.

Non abbiamo dubbi che per giustificare isolamento e irrilevanza organizzatori e partecipanti al Family Day tireranno in ballo la lobby gay e qualche altra paranoia complottista. Spiacenti, la verità è molto più banale e tremenda: la società sarà pure cambiata quanto volete, ma in otto anni, in soli otto anni, i cattolici hanno perso ogni tipo di rappresentatività politica.

Il Family Day è lo specchio - deformante, forse, ma pur sempre lo specchio - di un pezzo di Paese che si è ritirato sull'aventino della pre-politica, lasciando l'onere di rappresentanza e della rappresentazione alle terze file berlusconiane, ai pokeristi in cerca d'autore, ai fascisti

È stridente confronto tra la piazza San Giovanni del 12 maggio 2007 con Savino Pezzotta, Rutelli, Renzi, Berlusconi, maggioranza e opposizione, messaggi papali e cieli azzurri e il grigio Circo Massimo di Adinolfi, Giovanardi, Gasparri, Meloni e Casa Pound, cui papa Francesco si è ben curato di stare alla larga, cancellando la messa del sabato mattina. Lo è anche quello tra la grigia manifestazione dei “laicisti” di otto anni fa guidata - non ce ne voglia - da Fabio Mussi e Cesare Salvi e le piazze colorate, giovani e festose di una settimana fa.

È un tonfo che prescinde dal merito delle questioni, da torti e ragioni. Quella piazza si concentrò sull'esaltazione della famiglia come nocciolo della società, questa piazza si limita a puntare il dito contro ciò che “è sbagliato”. Quella piazza bloccò i Dico senza nemmeno chiederlo, questa piazza fa il solletico alle unioni civili.

Il segnale è forte e chiaro. Per chi sogna di fare a brandelli il Concordato e quel che è rimasto di cattolico nello Stato, non c'è momento migliore per affondare il coltello. Per chi invece difende i valori della tradizione cristiana è notte fonda. Ed è a quella piazza di sconfitti che dobbiamo porre attenzione. Perché è lo specchio - deformante, forse, ma pur sempre lo specchio - di un pezzo di Paese che si è ritirato sull'aventino della pre-politica, lasciando l'onere di rappresentanza e della rappresentazione alle terze file berlusconiane, ai pokeristi in cerca d'autore, ai fascisti. Cosa pensano i cattolici dell'immigrazione, dei profughi, dell'Europa, dell'Isis? Un tempo ce l'avrebbero detto. Ora cantano “Vincerò”. Contenti loro.

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