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Marco Gay: «Non si vive di sole banche, le alternative ci sono»

Parla il presidente dei giovani industriali: «ripartiamo dagli investimenti all’economia reale». Le vie per la ripresa: più credito di imposta per chi punta sulle startup innovative, togliere i limiti all’equity crowdfunding e rafforzare il ruolo strategico dei fondi istituzionali

Ducati Motors

(Franco Origlia/Getty Images)

3 Febbraio Feb 2016 1656 03 febbraio 2016 3 Febbraio 2016 - 16:56
Messe Frankfurt

Quotare le imprese può rappresentare la strada per innovare e far crescere il sistema produttivo italiano? Le agenzie di rating internazionali sono tornate ancora di recente a dare fiducia all'Italia mentre il ministro dell'economia Padoan ha parlato del 2016 come anno di svolta, ma per imboccare definitivamente il sentiero della ripresa stabile cosa serve veramente? Linkiesta lo ha chiesto a Marco Gay, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria e vice presidente di Digital Magics, società attiva in progetti digitali.

Presidente Gay, da Bankitalia a Cdp sta emergendo sempre di più la necessità di alimentare l’innovazione e la crescita non solo attraverso i canali bancari ma anche attraverso strumenti alternativi di accesso al capitale. È un’impostazione condivisibile per le caratteristiche del contesto economico del nostro Paese?

Assolutamente sì. In tutti i Paesi più avanzati il capitale di rischio è uno strumento essenziale per lo sviluppo economico, e la formula che si è dimostrata più di successo è la combinazione, in co-investimento, di capitali pubblici e privati: il capitale pubblico diventa una leva per incentivare gli investimenti privati e la presenza di capitale privato aiuta a ottimizzare l’utilizzo del capitale pubblico. Mettere al centro degli investimenti l'economia reale e quindi l'impresa significa mettere al centro dinamiche di sviluppo economico e politiche industriali solide e di prospettiva.

«In tutti i Paesi più avanzati la formula che si è dimostrata più di successo è la combinazione, in co-investimento, di capitali pubblici e privati»

Marco Gay, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria e vice presidente di Digital Magics

Secondo i dati più recenti, il mercato del venture capital italiano è il secondo più piccolo in Europa in termini di rapporto investimenti/Pil. Quali sono le iniziative pubbliche che il Governo dovrebbe assumere per incentivare questi strumenti di investimento delle imprese?

Si può fare molto e su diversi fronti. Su quello fiscale, alzando da una parte il credito d’imposta Irpef dal 19% fino al 30-40% per investimenti in startup innovative e scale up di impresa (nel Regno Unito si arriva fino all’80%) e dall’altra parte rivedendo la soglia per la deducibilità dell’Ires. Su quello normativo, togliendo vincoli che limitano gli investimenti di Oicr (Organismi di investimento collettivo del risparmio, ndr) e Sgr (Società di gestione del risparmio, ndr) in startup o che imbrigliano l’equity crowdfunding. Infine, su quello istituzionale, rafforzando la dotazione e il ruolo strategico dei fondi istituzionali - da Fii a Invitalia e Invitalia Ventures - e promuovendo queste opportunità presso le imprese e le startup attraverso un portale dedicato; o anche con la creazione di un Italian Founders Institute con esperti internazionali per la promozione attiva del Made In Italy attraverso programmi di accelerazione.

«Il percorso culturale è lungo ma possibile: le aziende devono predisporsi ad accettare di avere il mercato nella propria compagine aziendale, e gli operatori finanziari devono imparare ad investire su realtà piccole, attività intrinsecamente più rischiosa e più costosa ma che può dare grandi soddisfazioni»

Anche nel nostro Paese, la quotazione in mercati specifici sta diventando sempre di più un metodo alternativo per l’accesso al mercato dei capitali. Uno degli esempi più interessanti è quello di Aim Italia, il mercato non regolamentato dedicato alle piccole e medie imprese ad alto potenziale di crescita, lanciato in Italia nel 2009 - sulla falsa riga dell’Aim britannico della Borsa di Londra - e gestito da Borsa Italiana.Quali sono i principali punti di forza del mercato Aim Italia? La quotazione in Borsa per una piccola e media impresa può rappresentare un trampolino di lancio per creare nuovo valore?

Credo che il progetto Aim Italia potrebbe diventare uno strumento straordinario per l’accesso all’equity per le Pmi ad alto potenziale, che possono quotarsi anche con una percentuale di minoranza avendo benefici in termini di raccolta di capitali da investire su asset strategici e di sviluppo e di certificazione di processi e bilanci. Il percorso culturale è lungo ma possibile: le aziende devono predisporsi ad accettare di avere il mercato nella propria compagine aziendale, e gli operatori finanziari devono imparare ad investire su realtà piccole, attività intrinsecamente più rischiosa e più costosa ma che può dare grandi soddisfazioni. Un’ottima opportunità per crescere su mercati anche internazionali, consolidando, ampliando e rendendo sempre più competitiva l’offerta del Made in Italy.

In tempi di alta volatilità dei mercati finanziari non vi è il rischio che strumenti di accesso al capitale per le imprese che prevedono il passaggio in Borsa vengano messi a rischio dalla speculazione? In sostanza, Aim Italia può considerarsi una realtà solida?

In tutte le piattaforme di negoziazione sono presenti realtà istituzionali, normalmente con un orizzonte di medio periodo, e investitori retail, che spesso hanno una visione più speculativa. L’equilibrio tra le due realtà è essenziale per l’equilibrio del sistema complessivo. Aim Italia sta cercando di attrarre gli uni e gli altri parallelamente, offrendo servizi che possano andare incontro alle esigenze (spesso molto diverse) di entrambi gli interlocutori.

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