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L’epic win del cibo italiano: come riusciamo a vendere all’estero i pomodori a 60 euro al chilo

Il 2015 appena trascorso sembra essere stato davvero l’anno del tanto atteso salto di qualità. C’entrano l’Expo, una strategia finalmente “di sistema”. Ma, spiega il presidente di Gambero Rosso, anche la volontà di contaminarsi, oltre l’ortodossia

Spaghetti Cibo Italiano

(OLIVIER MORIN/AFP/Getty Images)

Trentasette miliardi di prodotti esportati. Un record. Sarà stato l'effetto Expo, sarà stata, finalmente, una strategia “di sistema” volta a stringere accordi commerciali con le grandi catene di distribuzione, ma per il cibo made in Italy il 2015 appena trascorso sembra essere stato davvero l’anno del tanto atteso salto di qualità. Negli Stati Uniti, soprattutto, dove le esportazioni sono cresciute di circa il 20%, arrivando a un controvalore pari a quasi 3 miliardi di euro, ma anche in un mercato maturo come quello tedesco o in altri in cui i prodotti italiani sono ancora una piccola nicchia, come quelli mediorientali.

«Le statistiche raccontano che a guidare il nostro agroalimentare nel mondo è sempre il vino, che copre il 20% delle esportazioni - spiega Paolo Cuccia, presidente di Gambero Rosso, azienda leader nella comunicazione, formazione e promozione e ora vero e proprio ambasciatore del gusto italiano nel mondo -. Anche il resto è in grandissima crescita soprattutto il comparto dei formaggi. In Oriente non c'è ristorante di qualità che non abbia la burrata, E anche i prodotti agricoli stanno andando forte: oggi a Hong Kong i pomodori pachino si vendono a 60 euro al chilo. Dimostrazione che qualità e brandizzazione del prodotto fanno la differenza».

«In Oriente non c'è ristorante di qualità che non abbia la burrata, E anche i prodotti agricoli stanno andando forte: oggi a Hong Kong i pomodori pachino si vendono a 60 euro al chilo»

Paolo Cuccia, presidente di Gambero Rosso

È proprio negli Usa, in Germania e negli Emirati Arabi di Dubai e Abu Dhabi che Gambero Rosso ha concentrato i suoi eventi di promozione del vino italiano: «La nostra intelligence sono i mercati - spiega ancora Cuccia -, finalmente, grazie all’euro un po' più debole, qualcosa comincia a muoversi davvero». Nel 2016 gli eventi saranno cinquantadue, contro la trentina del 2015 e anche la partecipazione è stata decisamente maggiore: «Quest'anno a Chicago, prima tappa del tour che proseguirà a New York, San Francisco e Seattle, abbiamo incontrato 1.746 esponenti del trade americano, non solo dal Midwest, ma da tutti gli Usa - racconta Cuccia -: sono importatori, manager del settore food & beverage, grandi chef, catene di distribuzione».

Non è solo accompagnamento, né solo cornice. Quella che si sta affermando all'estero, e su cui anche Gambero Rosso sta puntando, è una visione del cibo italiano che si affranchi da quella tutta pizza, mandolino & tradizione

Non è solo accompagnamento, né solo cornice. Quella che si sta affermando all'estero - e su cui anche Gambero Rosso sta puntando è una visione del cibo italiano che si affranchi da quella tutta pizza, mandolino & tradizione: «Nei settori del food è fondamentale comprendere il gusto degli altri - spiega Cuccia - Tutti comprano facilmente un orologio o un vestito, mentre sul cibo è diverso. Tanto più per noi, che puntiamo più sull'innovazione che sulla tradizione, che pur rispettiamo. La nostra tradizione è evoluzione. È grazie a questo che abbiamo colmato il ritardo con la cucina francese, ad esempio. Basti pensare ai pomodori: è il nostro ingrediente principe, ne abbiamo 122 varietà autoctone, ma il pomodoro viene dal nuovo mondo, dall’America».

«Se uno compra il parmesan è perché non trova il parmigiano, o perché non conosce la differenza, non perché preferisca il prodotto contraffatto a quello originale»

Meglio la contaminazione che l’ortodossia, quindi. E meglio guardare avanti e fuori dall’Italia che chiudersi a riccio nella propria identità: «Se uno compra il parmesan è perché non trova il parmigiano, o perché non conosce la differenza, non perché preferisca il prodotto contraffatto a quello originale - spiega Cuccia - Le prospettive per i nostri prodotti agroalimentari sono ottime se lavoriamo su distribuzione e su cultura: oggi è più facile trovare oli di qualità italiani a New York che a Roma e a Milano. Stiamo conquistando il mondo, grazie a questo». Anche sulla formazione la prospettiva è ribaltata: non più solo formare gli stranieri sui prodotti italiani, bensì formare i produttori gli italiani su come i grandi chef americani stanno interpretando i nostri ingredienti: «Se saremo bravi a capire e accompagnare questi processi, possiamo veicolare questo comparto della nostra cultura, della nostra economia a chi italiano non è». Gambero Rosso accompagna questa svolta, ma il bello deve ancora venire.

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