Vogliamo salvare il design? Liberiamoci dalla retorica sul Made in Italy

Siamo prigionieri di troppi luoghi comuni attorno a parole come Made in Italy, manifattura, artigianato, autoproduzione. Chiara Alessi: «Se il design italiano vuole restare grande deve abbandonare le frasi fatte». Dal 12 aprile il Salone del Mobile

Design Italiano

Un’immagine del Salone del Mobile di Milano, edizione 2014 (OLIVIER MORIN/AFP/Getty Images)

12 Febbraio Feb 2016 1620 12 febbraio 2016 12 Febbraio 2016 - 16:20
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Messe Frankfurt

Se il design italiano vuole andare avanti con una posizione di primato a livello mondiale, deve liberarsi dai luoghi comuni che ruotano attorno al settore. Buoni per i comizi dei politici, rischiano di coprire i problemi, alimentare illusioni, farci scoprire troppo tardi che il re e nudo. Il Made in Italy, la manifattura e l’artigianato, oltre ai distretti e alla distribuzione, sono le parole più scivolose.

Parola di Chiara Alessi, giornalista e saggista, membro della famiglia che ha dato il nome a una delle più importanti società di design italiano e autrice di Design senza designer, appena pubblicato da Laterza (125 pagine, 13 euro).

La prima illusione riguarda il “Made in Italy”. Il termine, si legge in “Design senza designer” va ripulito da una serie di goffagini, distrazioni, leggerezze, quando non vere scorrettezze, che hanno reso questa etichetta, agli occhi dell’opinione pubblica nostrana, uno slogan finto, vuoto e in certi casi pure un po’ passato, vecchio.

«Anni fa un progettista di posate di avrebbe saputo distinguere immediatamente dove ciascuna era stata prodotta, giudicandone la qualità. Oggi un prodotto realizzato nel Far East, a parte manufatti molto complessi, può avere la stessa qualità di uno uscito da un impianto italiano. Oppure ci sono tipi di lavorazioni che in Italia proprio non si fanno», spiega. Per questo dietro la logica del back-reshoring, il ritorno delle imprese in Italia dall’estero, la qualità della fattura c’entra solo fino a un certo punto. «C’entrano la logistica più flessibile che assicura l’Italia, il rischio geopolitico di Paesi instabili, ma c’entrano anche fattori immateriali. Soprattutto c'entrano le persone». Si tratta di avere un beneficio di immagine, ma c’è anche dell’altro. È quell’equilibrio tra progettazione, prototipazione, comunicazione e servizio che fa sì che, anche oggi, i designer più importanti del mondo scelgano spesso l’Italia. È un bene immateriale che le battaglie sulla protezione del Made in Italy non possono cogliere, perché legate alla produzione fisica di un oggetto. «Ma è quello su cui bisogna concentrarsi, perché, anche se l’opinione pubblica si può scandalizzare, una caffettiera in cui solo la pressofusione finale avviene all’estero può essere – e di fatto è - un prodotto considerato al 100% italiano. Al tempo stesso, se la consideriamo una “cineseria”, il problema è in qualche errore che si è consumato spesso in Italia».

Il termine Made in Italy va ripulito da una serie di goffagini, distrazioni, leggerezze, quando non vere scorrettezze, che hanno reso questa etichetta, agli occhi dell’opinione pubblica nostrana, uno slogan finto, vuoto e in certi casi pure un po’ passato, vecchio

Anche sull’artigianato è necessario mettere le cose nella giusta prospettiva. Chiara Alessi riconosce a un autore come Stefano Micelli, Compasso d’oro con il suo libro “Futuro Artigiano”, di aver imposto il concetto che l’artigianato è un modo di lavorare che prescinde le dimensioni aziendali e che si ritrova sia nelle botteghe sia nei luoghi di ricerca e sviluppo delle grandi imprese. Così come il «merito di avere intuito che una narrazione è necessaria, sicuramente il presente è il racconto artigiano» per i lavori artigiani. Tuttavia lo storytelling non dovrebbe impedire di vedere i limiti del potenziale di sviluppo. «Dobbiamo dirlo: al di là dei 5-6 artigiani noti, c’è un tessuto di storia che ciclicamente scompare - commenta -. Il mondo del design è già attento da tempo alle maestranze più interessanti, come stanno facendo anche società tecnologiche come Google o Samsung o TIM. Ma che questo possa far ripartire l’economia di tutto un paese, o resuscitare i morti, è poco realistico: i numeri rimangono piccolissimi, parliamo di nicchie che si rivolgono a nicchie in ambiti elitari come quelli degli orafi, dei gioiellieri, dei liutai, non certo degli artigiani lattonieri di Via dei Calderai a Palermo, per fare un esempio». Al revival, poi, «non si devono perdonare le imperfezioni e le brutture o le approssimazioni solo in virtù del fatto che sono artigianali. Un laboratorio come quello del ceramista Alessio Sarri ci ricorda che la nostra forza storicamente è stata quella di avere artigiani che erano precisi come le imprese e imprese attente ai dettagli come gli artigiani».

«Che l’artigianato possa far ripartire l’economia è poco realistico: i numeri rimangono piccolissimi, parliamo di nicchie che si rivolgono a nicchie in ambiti elitari come quelli degli orafi, dei gioiellieri, dei liutai, non certo di un artigiani lattonieri»

Una discussione che negli anni ha acceso il mondo del design è poi quello dell’autoimprenditorialità. Altro mito che sta cadendo. «Tre anni fa - spiega Alessi - al Salone del Mobile si parlava tantissimo di autoproduzione e della possibilità che i singoli designer si comportassero come dei Prometeo che rubavano il fuoco alle aziende. Era una fase puerile, che si sta evolvendo in una fase di collaborazione più interessante. È come nell’editoria, dove il mito del self-publishing nel corso degli anni è forse svanito, ma i bravi editori indipendenti hanno messo insieme il mestiere dei grandi e i trucchi dei liberi battitori».

C’è poi l’illusione che tutti possano essere designer, alimentata dall’accesso semplice ai mezzi di produzione. Chiara Alessi parte da una similitudine: «Come chi acquista un kit di automedicazione non si definisce un medico, così nel design produrre qualcosa per se stessi è diverso dall’avviare una produzione rivolta ad altri». Il pensiero è rivolto in primo luogo al mondo dei maker e all’uso che della stampante 3D si fa nel design (mentre il discorso non si allarga alle diverse applicazioni del mondo industriale). I risultati, spiega, sono deludenti anzitutto dal punto di vista estetico, perché gli oggetti appaiono omologati e con un’estetica da Meccano. Inoltre, «la maggior parte delle persone che usa stampanti 3D fa cose che era possibile far realizzare anche prima da un artigiano, o con un metodo di stampaggio tradizionale - commenta - . Ci sono eccezioni, ma per lo più le stampanti sono utilizzate in maniera hobbistica e gadgettistica». Per questo «penso che quella dei maker avrebbe potuto essere più una rivoluzione politica che economica: ha avuto il merito di mettere in discussione il sistema, e in particolare il rapporto tra progettisti e produttori». Il fronte economico, invece, è rimasto a livello di potenziale. I due universi, che stanno andando verso posizioni sempre più distanti, hanno bisogno di parlarsi.

Questo non significa ignorare le interazioni con i consumatori rese più semplci dalla tecnologia. Come «i designer stanno diventando degli orchestratori di attitudini, capacità, mestieri e abilità che coinvolgono altre persone», i non designer appunto, così «quello che succede è che le imprese più intelligenti stanno già coinvolgendo i consumatori. Tutti oggi abbiamo più coscienza di cosa funziona e di cosa no in un prodotto. Se trent’anni fa la scelta era tra prendere una libreria da un casa di arredamento o andare da un artigiano per adattarla alle nostre esigenze, ora si chiede alla casa di arredamento di personalizzare un mobile».

«La maggior parte delle persone che usa stampanti 3D fa cose che era possibile far realizzare anche prima da un artigiano. Ci sono eccezioni, ma per lo più le stampanti sono utilizzate in maniera hobbistica. E gli oggetti sono omologanti, è un’estetica da meccano»

Chiara Alessi

Per il futuro Chiara Alessi di dichiara moderatamente ottimista. Se le esperienze dei grandi nomi del design italiani sono “irripetibili”, le nuove aziende che stanno nascendo hanno la possibilità di farsi valere nel mondo. Anche rimanendo relativamente piccole: «il design ha delle logiche diverse da altre realtà manifatturiere. Per altri settori tecnologia e globalizzazione sono dei pericoli, per il nostro sono opportunità. E società piccole e familiari hanno potuto fare ugualmente forti investimenti sulla ricerca ed esportare bene». Replicare tutto questo anche negli anni a venire richiede innanzitutto di liberarsi dalla frasi fatte.

Un luogo dove capire come il settore si sta attrezzando è il Salone del Mobile 2016, che si terrà alla Fiera Milano Rho dal 12 al 17 aprile. Temi dell’anno sono il “classico” (con la mostra la mostra “Before Design: Classic”) e dell’architettura di interni. Non è un caso: quella di quest’anno sarà un’edizione che coinciderà con la partenza della 21esima Triennale di architettura, che torna a Milano dopo 20 anni. Gli spazi sono esauriti e ci saranno 2.310 espositori espositori espositori, di cui 650 i designer del SaloneSatellite.

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