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Cara Roberta, se la ricerca in Italia fa schifo la colpa è anche un po' tua

La ricercatrice, che ha risposto piccata ai complimenti governativi dopo la vittoria di 30 ricercatori italiani al bando europeo Erc, deve biasimare un po' anche se stessa. E con lei una generazione che parla solo quando è inutile farlo

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15 Febbraio Feb 2016 1111 15 febbraio 2016 15 Febbraio 2016 - 11:11

«Ti ringrazio a nome di coloro che hanno dovuto tenersi questo sfogo dentro per anni». Così sulle bacheche di Facebook è stata issata a eroe del giorno Roberta D'Alessandro, una giovane ricercatrice italiana che vive in Olanda. Una dei trenta che che hanno vinto il bando Consolidator dell’European Research Council, uno dei più importanti del Continente. Una di quelle con cui il ministro dell'Istruzione, università e ricerca Stefania Giannini si è congratulata. L'unica che, a quelle congratulazioni ha risposto per le rime.

«Abbia almeno il garbo di non unire, al danno, la beffa, e di non appropriarsi di risultati che italiani non sono. Proprio come noi», ha scritto. Enumerando una serie di ricercatori che a suo dire le avrebbero tolto importanti posizioni all'interno dell’università italiana, vincendo concorsi per i quali erano meno qualificati rispetto a lei: «Sono i fondi di queste persone che le permetto di contare, non i miei», la chiosa.

Peccato che fosse sbagliato sia il bersaglio, sia soprattutto la tempistica di questo sfogo. Anziché prendersela con la politica non sarebbe stato meglio usarla come sponda contro le baronie?

Peccato che fosse sbagliato sia il bersaglio, sia soprattutto la tempistica di questo sfogo. Non le motivazioni, intendiamoci: un Paese che vince trenta borse di studio, diciassette delle quali vengono spese altrove (senza peraltro che nessun ricercatore faccia il percorso inverso) è un Paese che ha più di qualche problema con la ricerca universitaria. E allo stesso modo, al netto del caso personale della D'Alessandro, è del tutto evidente che siano le baronie, e non il merito, a decidere chi fa carriera negli atenei del Belpaese.

Di fronte a questi guai ci sono due strade. La prima è quella di alzare la voce e denunciare pubblicamente, nelle sedi opportune, le prevaricazioni. La seconda è quella di stare zitti, incassare, tuttalpiù scappare e, se si è bravi, fare carriera altrove. Se Roberta D'Alessandro avesse scritto questo post, aggiungendo magari qualche nome e qualche cognome, dopo essere stata vittima di un’ingiustizia, ci saremmo alzati pure noi per una standing ovation, Per il coraggio di sfidare l'omertà che permea la nostra accademia. E per il senso civico di cui è evidentemente pervaso chi antepone la soluzione di un problema di tutti al proprio tornaconto.

Così, invece, è fuori tempo: «Non fate come me - avrebbe potuto dire Roberta ai suoi adulatori su Facebook - non aspettate a farvi sentire solo quando siete al sicuro, in Olanda e con un sostanzioso assegno di ricerca in mano. E non fatelo limitandovi a un post stizzito su un social network, che al massimo può regalare qualche migliaia di like e un quarto d'ora di celebrità, ma di certo non cambia il corso del Paese. Scendete in piazza, piuttosto. Fatevi forza l'un l'altro. Mettete alla berlina pubblicamente chi fa dei dipartimenti un ufficio di collocamento di parenti e amici e chi offre loro copertura. E anziché prendervela con la politica, sfidatela al cambiamento, usatela come sponda contro le baronie».

Non l'ha fatto, Roberta e non gliene si può fare certo una colpa. Allo stesso modo, però, è sbagliato dipingerla come un’eroina. Molto semplicemente, è una giovane italiana di questo inizio del millennio. Una che non aveva le amicizie giuste. Che non ha avuto il coraggio di far valere i propri diritti quando poteva provare a farlo. Che ha preferito la fuga alla lotta. Alla sua salute e ai suoi successi, i baroni e i loro protetti staranno aprendo una bottiglia di quelle buone.

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