Il Tibet segreto (e proibito) di Chiara Bellini

È la massima esperta europea di cultura tibetana: più esperta ancora dei monaci stessi, che ignorano il senso delle preghiere che recitano

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17 Febbraio Feb 2016 1225 17 febbraio 2016 17 Febbraio 2016 - 12:25

Fermo immagine. Piazza Cavour, Rimini. Sono le tre del pomeriggio di un agosto torrido. Anno di grazia 1991. «Avevo 14 anni, la piazza era deserta. Improvvisamente, del tutto per caso, incontro il Dalai Lama. Era venuto a Rimini per il Meeting. Di fianco a lui, un monaco. Mi sono avvicinata. Lui mi ha sorriso. Le classiche cose che accadono quando incontri il Dalai Lama. Tornata a casa, ho cercato di capire chi fosse. Lì, quel giorno, sono sprofondata nel mondo tibetano». Mentre flotte di coetanee si denudavano al sole, lei si è messa a sognare con intensità l’Himalaya. «La prima volta che ci sono stata, mi sono detta che non desideravo altro, che non sarei più tornata». Infine, Chiara è tornata.

Dal Ladak a Rimini. Con bimba. Classe 1977, a nemmeno quarant’anni Chiara Bellini, riminese, è una tra le massime esperte di Tibet in Europa. La consacrazione sul declinare del 2015, quando per Einaudi pubblica un’imponente «Storia culturale del Tibet dal VII al XXI secolo», dal titolo “Nel Paese delle Nevi”. Laurea a Bologna, «sui riti funebri buddhisti in Ladak», nel 2003, «è stata la mia rovina...». Perché? «Perché attraverso la tesi incontro il mio maestro, il professor Erberto Lo Bue, che proprio in quel periodo stava partendo per il Ladak. Lo seguii». Da uno dei suoi viaggi, la Bellini torna con una sorpresa. «Ero incinta. Di una bimba per metà indiana». La bimba nasce nel 2004, a Rimini, «dieci giorni prima delle previsioni. L’ho partorita in casa». Una donna tosta, la ricercatrice.

Sulle rotte mai battute. La Bellini, a essere precisi, è una storica dell’arte tibetana. Dottorato all’Università di Torino, nel 2010, diversi assegni in dote, adesso lavora a Bologna. Ma in Italia non c’è quasi mai. «Le mie ricerche mi obbligano spesso ad andare in India, Tibet, Nepal». Come una specie di Indiana Jones... «in un certo senso sì. Per arrivare nel regno del Mustang, varcando passi a oltre 4mila metri, o vai a cavallo o a piedi. Per scoprire un “regno” costituito da una cinquantina di case di fango. Spesso ho scoperto dipinti e statue dentro grotte situate su vie mai battute, che neppure gli sherpa conoscevano. Questo è l’aspetto avventuroso e affascinante del mio lavoro».

Salvo una cultura dal disastro. Quando torna dalla gita in Oriente, sulla scia di geniali esploratori come Giuseppe Tucci e Fosco Maraini, la Bellini pubblica l’esito delle sue ricerche su riviste internazionali. «Cerco di documentare le testimonianze storico-artistiche di un popolo che molto spesso non ha più contatti con la propria tradizione».

Ci spieghi meglio. «I monaci raramente sanno riconoscere le divinità dipinte nei loro templi, che appartengono all’immenso pantheon del buddhismo tibetano; recitano a memoria i loro testi, senza più riconoscerne il linguaggio. E rimangono affascinati quando uno straniero come me legge per loro le iscrizioni antiche che istoriano le grotte e i templi, o gli svela il senso di una composizione pittorica». Terribile. «Tutte le società in declino perdono il contatto con le radici. Accade anche a noi. Quanti parroci saprebbero leggere una iscrizione latina o dettagliare i particolari di una pala d’altare?».

Per questo il lavoro di Chiara è salvifico. «Spesso i siti che visito sono esposti al degrado più totale, e non esiste una disciplina di restauri. Fa su e giù dal Tibet, nella proibitiva Lhasa si sgranchisce i polpacci. Com’è la situazione politica a quelle altitudini? «Il controllo è, direi, “dittatoriale”. Poi, occorre fare delle distinzioni. Ci sono stati dei momenti di maggiore tranquillità alternati ad altri in cui ho visto militari sui tetti e metal detector all'ingresso della città vecchia di Lhasa». E riguardo alle immolazioni dei monaci, cosa puoi dirmi? «Che è un discorso molto delicato. La maggior parte dei ragazzi che si danno fuoco reclamano maggiore libertà religiosa, la loro non è una protesta politica». Si dice che il Tibet non sia più dei tibetani... «e questo è un luogo comune che mi fa rabbrividire. Ho conosciuto molti tibetani della diaspora, e posso dire che i tibetani più radicati nella loro cultura sono quelli rimasti in Tibet. Per loro il buddhismo è una identità, che difendono con fierezza».

Non tutto è Oriente ciò che luccica. C’è tutta una mitologia del viaggio in Oriente, della ricerca di sé tra i picchi himalayani. Gambizzando retorica e romanticismo, è ancora così? «Nonostante il mio occhio sia disincantato, l’Himalaya è ancora un luogo “da sogno”. I paesaggi mozzano il fiato, le persone hanno mantenuto un senso di ospitalità, di educazione e di gentilezza che noi in parte abbiamo perduto. Ma non ho trovato differenze tra la rigidità della Chiesa cattolica e la gerarchia del buddhismo tibetano. La differenza, come sempre, la fanno le persone: chi cerca il “diverso” temo che resterà deluso».

Ora attendata a Bologna, la Bellini sta organizzando i prossimi viaggi. «A maggio in Tibet, in estate ancora nel Mustang. Devo fare alcune ricerche su una collezione di statue molto antica e preziosa, nascosta in un monastero, per conto di una fondazione americana». La voce della ricercatrice si chiude, eccitata, sul ciglio dell’enigma, della nuova impresa.

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