Accordo Ue-Gran Bretagna; un’ottima notizia per Bruxelles, un guaio per l’Italia

Il cuore del patto tra Bruxelles e Londra è la fine del veto britannico all’integrazione politica dell’Europa, purché possa non farne parte. Bene per gli europeisti. Male per chi come Renzi cercava una sponda per rimettere tutto in discussione

Cameron Juncker

EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images

21 Febbraio Feb 2016 0004 21 febbraio 2016 21 Febbraio 2016 - 00:04
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Il diavolo si nasconde sempre nei dettagli. E l'accordo bilaterale tra Unione Europea e Regno Unito non fa eccezione. Dipinto da tutti come una specie di definitivo naufragio del sogno europeo, è invece, probabilmente, ciò che potrà far nascere davvero l’Europa. E che tarpa le ali a qualunque ulteriore rivendicazione e richiesta da altri partner riluttanti, come ad esempio l’Italia.

Andiamo con ordine, però. Perché apparentemente il deal raggiunto dal premier britannico David Cameron con Jean Claude Juncker e Donald Tusk, rispettivamente presidenti della Commissione e del Consiglio Europeo è quanto di più nazionalista si può immaginare. Cameron è infatti riuscito a portare a casa la limitazione alla libertà di movimento dei lavoratori, un freno all'accesso del welfare britannico da parte dei lavoratori comunitari espatriati in Gran Bretagna, una specie di “statuto speciale” sui livelli di controllo che le autorità europee avranno sulla City e sul sistema finanziario londinese.

L’Unione Europea ha portato a casa un risultato fondamentale: la fine del veto britannico a una più stretta integrazione politica dell'Europa.

Tuttavia, in cambio, l’Unione Europea ha portato a casa un risultato fondamentale: la fine del veto britannico a una più stretta integrazione politica dell'Europa. Può sembrare irrilevante, ma è la fine di una delle principali pregiudiziali alla nascita di un esercito europeo. O a quella di qualunque embrione politico che possa portare alla nascita degli Stati Uniti d'Europa. Il Regno Unito, da oggi, accetta qualunque cosa, purché possa non farne parte.

Saranno contenti a Berlino e a Bruxelles. Un po' meno a Roma, dalle parti di Palazzo Chigi, dove si era scommesso forte su un patto anglo-italiano per rallentare il processo di integrazione. O meglio, a voler essere perfidi, sulla possibilità di infilare i problemi italiani - in ordine rigorosamente alfabetico: banche, crescita e deficit - dentro la negoziazione tra Regno Unito e Unione Europea. Doveva essere il miglior amico di Renzi, Cameron, e invece se n’è tirato fuori e ha lasciato l’Italia sola e col cerino in mano. No, scegliere gli alleati giusti non è mai stato il nostro forte.

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