Francesco Morace: «La ricetta per la crescita felice? Coraggio culturale e contaminazione»

Intervista al sociologo, che lancia una nuova edizione itinerante del Festival della Crescita: «L’Italia paga un contraccolpo di immaginario. Renzi? Non è uno statista, ma è un ottimo talent scout»

Getty Images 451799072

Peter Macdiarmid/Getty Images

24 Febbraio Feb 2016 1450 24 febbraio 2016 24 Febbraio 2016 - 14:50
...
Messe Frankfurt

La sfida è ambiziosa, qualcuno la definirebbe folle: celebrare un festival dedicato alla crescita in un Paese che non cresce da almeno vent’anni. Per il sociologo Francesco Morace, autore di fortunati saggi come “Crescita Felice” e “Italian Factor”, al contrario, è una sfida necessaria. Perché sebbene la crescita «sia un’impresa, come quelle dei cavalieri della tavola rotonda», è vero anche «che l'Italia dà il meglio di se nelle emergenze, quando il suo destino è appeso a un filo, come oggi». Così, dopo un evento tutto milanese nel 2015, per il 2016 il Festival della Crescita diventa un percorso itinerante che, partendo da Milano il 3 marzo e chiudendo sempre nel capoluogo lombardo dal 13 al 16 ottobre, toccherà dieci città italiane, da Roma a Venezia, da Torino a Bari, da Brescia a Siracusa.

Morace, partiamo dalla realtà, però. Perché, secondo lei, l’Italia non cresce più?
Ci sono due spiegazioni, a mio avviso. La prima è più macro, legata ai grandi cicli. Nella storia economica dei paesi ci sono passaggi in cui i paesi hanno tassi di crescita bassa dopo un periodo di grande boom. La nostra economia è diventata matura. È fisiologico, insomma, che dopo un po' si smetta di crescere.

Ok, però noi cresciamo meno di chiunque, in Europa...
Questo è il secondo motivo: negli ultimi vent'anni, abbiamo avuto un contraccolpo di immaginario.

In che senso?
Si ricorda Armani sulla copertina di Time, nel 1982? Ecco, negli anni ottanta si è gonfiata una bolla di aspettative che non siamo stati in grado di realizzare. E quando è scoppiata, nei primi anni ’90, non siamo stati in grado di gestire la caduta. Non c'entrano né Prodi, né Berlusconi. Semplicemente, il paese ha deciso di passare la nottata. Senza prospettive, senza visione strategica.

La cosa che apprezzo di più di Renzi è la sua capacità di intercettare interlocutori e alleati, anche su brevi tratti. Non è un uomo solo al comando, ma un ottimo talent scout. Spero continui così.

Morace

E come si ricostruisce, una prospettiva?
Provando a lavorare sui difetti del nostro Paese.

Quali?
La carenza di coraggio culturale, che è necessario per fare qualcosa di nuovo, per fare un salto in avanti. O il provincialismo che porta a pensare che l'università non possa dialogare con l'impresa, l'impresa con la pubblica amministrazione e che quest’ultima sia solo un veicolo per consolidare il potere e per lisciare il pelo agli elettori ogni quattro o cinque anni. Noi siamo affossati da circoli viziosi di questo tipo. Qui tutti hanno paura di essere fregati.

Tutti gufi, come dice Renzi?
Io osservo Renzi, lo sforzo che sta facendo per cambiare il corso delle cose e ne sono felice. Non credo che abbia una grande visione strategica, da statista, come poteva averla De Gasperi, ma una grande intelligenza contestuale, una grande capacità intuitiva di capire, quelle sì. La cosa che apprezzo di più di Renzi è la sua capacità di intercettare interlocutori e alleati, anche su brevi tratti. Non è un uomo solo al comando, ma un ottimo talent scout. Spero continui così.

Io ho la sensazione che le nostre potenzialità siano sottotraccia, nonostante sulla superficie vi sia un’immagine decadente e stanca. Penso alla Calabria o ad altre regioni del Mezzorgiorno, luoghi in cui c'è un sacco di energia inespressa

Morace 2

La chiave è contaminare, quindi?
Contaminare e farsi contaminare. Essere interdisciplinari, permeabili alle esperienze e alle idee altrui. Se la sfida della crescita passa dalla contaminazione, non ci sono settori e territori migliori di altri. Ognuno è della partita. È un’attitudine che si riscontra nelle università e nelle scuole, perlomeno tra alcuni docenti, nel nuovo artigianato, in alcune amministrazioni pubbliche. Io ho la sensazione che le nostre potenzialità siano sottotraccia, nonostante sulla superficie vi sia un’immagine decadente e stanca. Penso alla Calabria o ad altre regioni del Mezzorgiorno, luoghi in cui c'è un sacco di energia inespressa.

State facendo storytelling?
No, assolutamente. Noi dall’inizio abbiamo l’obiettivo di andare ad alimentare progetti in nuce, potenzialmente interessanti, ma che faticano a prendere il volo. L'idea del festival parte da un testo da un filosofo e scrittore come Franco Bolelli, che qualche anno fa scrisse sull'Unità un manifesto per la crescita. Con lui e con un creatore di eventi come Dino Lupelli, che da tanti anni si occupava di attività culturali sui territori. Abbiamo colto l’esigenza di rilanciare, di giocare all'attacco mentre tutti stavano sulla difensiva e si innamoravano delle idee di Serge Latouche e della sua decrescita felice…

Che a lei non piace, mi pare di intuire…
Io credo che radicalizzare le tesi sia un grande errore, sia in un senso che nell'altro. Strutturalmente Italia ed Europa non torneranno mai più a crescere come speravamo vent'anni fa. Il mondo sta cambiando in modo troppo radicale affinché accada. Però non abituarci a decrescere, né ad accettare il pauperismo come prospettiva. Dobbiamo avere una tensione alla qualità della vita migliore. Ad andare avanti, sempre e comunque.

Potrebbe interessarti anche